L’arte non è questione di fama

Oggi voglio parlarvi di alcune personcine, che hanno passato la loro vita nell’anonimato o quasi, pur essendo votate all’arte, talvolta senza nemmeno saperlo, in alcuni casi sapendolo fin troppo: si tratta di Vivian Maier, di Emily Dickinson e di Gustav Mahler.

vivian-maier-autoritratto-1Vivian Maier: Nata a New York nel 1926 e morta a Chicago nel 2009, ricevette la passione per la fotografia da un’amica francese (come la madre), Jeanne Bertrand, ma tale passione rimase sempre un fatto privato. Passò alcuni anni dell’infanzia in Francia, poi tornò nel Bronx, quindi viaggiò facendo fotografie con una Rolleiflex professionale, inventando (o per lo meno anticipando) la “street photo”: riprendere soggetti in condizioni reali nell’ambiente in cui si trovano normalmente. Soprattutto, fece la bambinaia, per quarant’anni, lavoro che, pur non piacendole, sapeva fare bene. Ebbe sempre maggiori difficoltà economiche, fino a quando le sue casse di negativi fotografici, mai sviluppati, finirono in un garage, che fu messo all’asta. Lì le trovò nel 2007 un ragazzo di nome John Maloof, a due anni dalla morte della grande (e inconsapevole) artista. Da quel momento divenne famosa. Continua a leggere “L’arte non è questione di fama”

10 dipinti per la scrittura

Poteva mancare la puntata sui dipinti che hanno ispirato la mia scrittura? Giammai. Eccone selezionati 10.

Si tratta di quadri che hanno da sempre ispirato il mio modo di scrivere, il mio modo di pensare, il mio modo di essere, fino a portarmi all’espressione particolare delle mie storie, come in certi casi ben specifici. La scrittura si nutre di tutto ciò che la può rendere più profonda, tridimensionale, quadridimensionale, e anche di più. Eccoli.

Cliccando sul primo aprite la galleria, con le didascalie che vi spiegheranno la mia scelta.

 

10 colonne sonore per la scrittura

welcome-to-twin-peaks-1200x628-facebookLe colonne sonore soffrono spesso di un carattere ancillare nei confronti dei film che sono costrette – talvolta loro malgrado – a sorreggere.

A differenza della musica classica, una colonna sonora non può non rievocare le immagini del film che sono costrette a rendere sostanziose. Una soundtrack può essere più o meno corposa, più o meno indipendente, ma tale sembra essere il suo destino. Eppure, ci sono alcune musiche da film (o da sceneggiato) che sono state capaci di ispirarmi forse più del film (o dello sceneggiato) che erano destinate ad accompagnare. In alcuni casi si tratta di veri e propri capolavori: forse tra cent’anni non si vedranno più i film che ne hanno occasionato la scrittura, ma le si celebrerà per ciò che sono, ovvero musica “classica” di fine Novecento o inizio Duemila.

La lista che segue non è per importanza, ma è frutto di una memoria scombinata. La mia.

  1. Il Commissario Montalbano (specialmente Nenia mediterranea), di Franco Piersanti. Unica la capacità di evocare una Sicilia sospesa nel tempo.
  2. Il segreto del Sahara (specialmente Saharan Dream), di Ennio Morricone. La mirabile avventura nella quale ognuno vorrebbe trovarsi.
  3. Hook (specialmente PrologueNapped), di John Williams. L’avventura è arrivata.
  4. The Third Man (specialmente il tema principale), di Anton Karas. Una situazione intrigante, a prescindere.
  5. Blade Runner (soprattutto End Titles), di Vangelis. La filosofia della fantascienza.
  6. La piovra (specialmente Main Theme), di Ennio Morricone. L’Italia non è mai stata semplice.
  7. The Mission (specialmente Gabriel’s Oboe), di Ennio Morricone. Mai Paradiso fu più complicato.
  8. La finestra di fronte (soprattutto Il pensiero di te), di Andrea Guerra. Struggente memoria.
  9. The Two Towers (soprattutto Evenstar), di Howard Shore. L’eterna fonte del sogno.
  10. Twin Peaks (soprattutto Main Theme), di Angelo Badalamenti. L’effimero dell’evocazione si fa eterno sogno (oppure incubo?).

I gioielli del museo

Ieri ho fatto visita al museo del monastero benedettino di Santa Giulia, ed è stata ancora una volta una grande sorpresa.

Avevo già visitato Brescia una volta, di sera, per assistere a un balletto di danza contemporanea (che non mi era per nulla piaciuto: utilizzavano musica di Mahler per cose spaventose). Il centro città illuminato nella maniera giusta e quell’architettura sempre in salita per via dei colli sui quali è edificata avevano già colpito la mia immaginazione. Il museo di Santa Giulia ancora di più.

Due aspetti in modo particolare hanno acceso la mia fantasia:

1)  il percorso museale, che si snoda tra alti e bassi, tra antichità e modernità, tra arte medievale e domus romane, capace di richiamare il percorso di una vera e propria quest;

2)  I gioielli straordinari conservati nel museo.

Eccovene alcune fotografie.

Sul facile e il difficile nella letteratura

Vorrei approfondire un aspetto che riguarda non solo la letteratura, ma che ultimamente sta facendo ben discutere, grazie alle osservazioni mosse da vari critici all’ultimo romanzo di Walter Siti, Bruciare tutto. Lo sto leggendo, sono a tre quarti, è una lettura “felice”, non nel senso che il romanzo sia felice o parli di un bell’argomento. Tutt’altro. Nel senso, piuttosto, che si tratta di uno di quei romanzi che davvero leggi tutto d’un fiato. L’argomento è scabroso, ma come quello di molti altri romanzi. Molte critiche moralistiche hanno fatto confusione tra l’autore e il protagonista. Inoltre, abbiamo a che fare con letteratura. Sarà ricordato nella storia della letteratura? Non lo so, solo il tempo potrà dirlo, ma si tratta comunque di letteratura. Vorrei, dunque, approfondire due concetti che mi sono sempre stati molto cari, ma che di recente hanno provocato una grande discussione grazie a scrittori e/o critici quali Giulio Mozzi e Gilda Policastro.

Prendiamola alla larga. Ieri sera, in una trasmissione su Rai Tre sono stati presentati due cantanti. A detta del presentatore, che sfodera sempre superlativi assoluti, distribuendoli più che altro come noccioline agli elefanti di uno zoo, il primo era un artista, il secondo era una “grande” artista. A voler essere generosi, il primo era – a giudicare dal risultato – l’autore di una nenia clamorosa vestito con una giacca stravagante; la seconda, invece, certo più brava, sarebbe stata giudicata in maniera adeguata definendola semplicemente: una cantante. E nemmeno delle più dotate, dico io. Ma, sapete, facendo un omaggio alla grande (per ben altri meriti) Makeba, lei è apparsa al bravo presentatore più “grande” del primo forse per proprietà transitiva della povera omaggiata.

Ciò che qui è in discussione non è la bravura (per me del tutto assente) dei due cantanti, ma la qualifica di artista. Subito dopo i due cantanti, è stato intervistato il grande fotografo (stavolta l’aggettivo è mio) David LaChapelle: con lui tutto ha assunto la sua giusta connotazione. I due cantanti sono stati presto dimenticati, ora c’era davvero un artista. Di quelli veri, uno per cui la parola artista non soffre di un’esagerazione funzionale che ne svuota totalmente il contenuto. Le fotografie di LaChapelle non sono facili. Inoltre, spesso sono complesse. Se un’immagine è difficile ed è anche complessa, non è detto sia pure bella. D’altronde, se un’immagine è bella non vuol dire che sia anche artistica. Ma quelle di LaChapelle sono artistiche, anche se – talvolta – brutte.

L’artisticità sta, in questo caso, nell’offrire una lettura differente (possibile) di ciò che l’immagine mostra: e perché questo accada, è necessaria una certa complessità di riferimenti che potrebbe, tra le altre cose, determinare una certa difficoltà di lettura e interpretazione.

1263225629780_leonardo_da_vinci_010_san_gQuesto vuol dire, secondo me, che un’opera artistica deve contemplare una difficoltà di interpretazione (non per forza di lettura), dovuta alla complessità dei suoi rimandi, espliciti o impliciti. Prendete il San Giovanni Battista di Leonardo: la sua artisticità non risiede solo nel concetto necessario alla sua esecuzione tecnica e figurativa (che già è un aspetto di difficoltà non indifferente), ma nelle possibilità di interpretazione dell’immagine. Eppure, il risultato visivo è di una semplicità strabiliante. Allora, la semplicità di quest’immagine è il risultato di una complessità di concetto e di riflessione del progetto che permette di cogliere uno dei motivi per i quali Leonardo è da considerare un artista.

Artista è parola ormai abusata, è talmente svuotata del suo contenuto, che equivale a dire artigiano. I due cantanti di ieri sera possono piacere, ma non erano niente più che artigiani, e anche dei più scarsi. Quante volte abbiamo sentito un impiegato di banca (non ho nulla contro gli impiegati di banca, io ero impiegato di banca, prima di liberarmi; è solo per fare un esempio) definirsi – o essere definito da altri – artista per il solo fatto di aver preso in mano un pennello e composto un’opera che lui dice “astratta”?

Quante volte abbiamo sentito parlare sedicenti scrittori (scrittori, per inteso, solo perché hanno preso una penna in mano, scritto un centinaio di pagine e, stampatele con un sedicente editore, se non un self, le hanno presentate al pubblico)? E, secondo voi, lo erano?

Non voglio ergermi a giudice di nessuno, ma è pur necessario stabilire cosa distingue uno scrittore da uno scribacchino, un pittore da un impiastratore.

La difficoltà di esecuzione, signori, e la complessità di riferimenti. Che, talvolta, possono determinare una difficoltà di lettura e interpretazione in chi è sprovvisto dei codici per accedere alla sua comprensione.

10 musiche per la scrittura

10 Classical Masterworks for Writing.

910af06bbb8940fbb7343294daf05a75Quando si scrive, si può ascoltare musica per accompagnare la propria fantasia e nutrirla, oppure solo per isolarsi dal resto del mondo ed entrare meglio nel testo che si sta affrontando. Personalmente, ascolto musica leggera per entrare nell’atmosfera, ma musica classica quale nutrimento vero e proprio della scrittura.

Più di una volta mi sono ritrovato a scrivere interi brani, addirittura capitoli (se non romanzi) basati sulla traccia musicale di una composizione. Uno di questi casi è Il gioco del diavolo, edito da Dunwich Edizioni e contenuto in Un assaggio di Dunwich 3, basato sull’album A Soucerful of Secrets dei Pink Floyd. Ma per rimanere alla musica classica, ecco la mia lista delle 10 composizioni che più mi hanno influenzato:

  1. L’isola dei morti, di Sergej Rachmaninov, 1908.
  2. Sinfonia n. 4, di Gustav Mahler, 1900.
  3. Don Carlo, di Giuseppe Verdi, 1867.
  4. Parsifal, di Richard Wagner, 1882.
  5. Sinfonia n. 6, di Pëtr Il’ič Čajkovskij, 1893.
  6. Sinfonia n. 3, di Johannes Brahms, 1883.
  7. Requiem, di Gaetano Donizetti, incompiuta.
  8. Aroldo in Italia, di Hector Berlioz, 1834.
  9. Sinfonia n. 9, di Ludwig van Beethoven, 1824.
  10. Il flauto magico, di Wolfgang Amadeus Mozart, 1791.

Ci tengo a precisare che ho distinto la musica classica dalle colonne sonore, di cui parlerò in un prossimo post, così come – ovviamente – dalla musica leggera, della quale parlerò in un ulteriore post.

E voi, avete la vostra lista di musiche classiche? E per quali motivi?

L’identità della narrazione

blocco-dello-scrittoreNon bisogna pensare che la narrazione termini con la scrittura o che il senso della scrittura si esaurisca tutto tra l’intenzione di chi narra e il desiderio di chi legge. La narrazione, in realtà, costruisce l’identità.

Quando uno scrittore si pone di fronte alla tastiera, lo fa perché un intero mondo si è già sviluppato dentro di lui. Non mi riferisco al mondo inventato che egli vuole utilizzare nella sua narrazione, bensì al vissuto personalissimo dell’autore, che magari non tirerà mai fuori, se non in maniera molto implicita e trasformata. Il mondo dello scrittore costituisce il primo ambito dal quale si muove il significato della narrazione.

Poi intervengono la fantasia e l’intelligenza dell’autore, nel momento in cui rielabora il proprio vissuto e lo pone in nero sul bianco della carta. Non è detto, ovviamente, che vi sia davvero molta fantasia o molta intelligenza in ciò che scriverà: quello è un optional che dipende dalla formazione personale (e, in quanto tale, fa parte del mondo che precede la scrittura). Tale fantasia e intelligenza creano un significato ulteriore, che si sovrappone perfino al senso che il mondo ha per l’autore. Per questo motivo, infatti, l’autore può trovarsi a consegnare al lettore un significato nel quale, in fin dei conti, potrebbe perfino non riconoscersi. Dubito che l’autore dei romanzi dedicati ad Hannibal Lecter si rispecchi nel pensiero del suo famoso personaggio.

Infine, la scrittura arriva al lettore. A sua volta, il lettore vive nel proprio mondo, che è differente (in parte o in tutto) da quello dello scrittore. Ma quando si pone alla lettura del libro, non fa altro che portare la propria esperienza personale nel mondo che lo scrittore gli presenta. Non solo: il lettore se ne lascia influenzare secondo gradazioni differenti, a seconda di molti fattori.

Il concetto fondamentale, quello che mi preme sottolineare, è che il mondo offerto dallo scrittore non sarà mai del tutto indifferente a quello del lettore. Perfino quando il lettore si rifiuterà di leggere un romanzo, non farà altro che prendere posizione nei confronti della proposta del suo autore. Quando, invece, lo legge, il contenuto e il mondo dell’autore fluiscono nella vita e nell’esperienza del lettore, che sarà l’ultimo vero creatore del romanzo stesso.

Autori d’Italia (e del mondo intero, ma non credo ci siano molti stranieri a leggere quel che scrivo in questo blog, se non alcuni americani), pensavate forse di essere voi gli artefici del vostro scritto?

 

L’archetipo e la narrazione.

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Cosa c’entra il Marte di Velazquez con gli archetipi? Tutti i segni zodiacali sono archetipi!

Il concetto di archetipo è stato variamente utilizzato nell’arco storico del pensiero occidentale. Partiamo ancora una volta dal vocabolario.

Archetipo. 1. Nella filosofia di Platone, modello originario e ideale delle cose sensibili. 2. Nella terminologia psicologico-religiosa, ciascuno dei moduli ancestrali universali di intuizione e di pensiero che emergono, come rappresentazioni, nei sogni individuali e nei miti religiosi. 3. Nella dottrina di Jung, rappresentazione, nell’inconscio, di una esperienza comune a tutti gli uomini. 4. Redazione non conservata di un’opera letteraria, ricostruibile attraverso le testimonianze di altri manoscritti o stampe da essa derivati, che rappresenta il testo ipotetico più vicino all’originale perduto. 5. Primo esemplare e modello.

Possiamo notare come le definizioni ricalchino con grande fedeltà e precisione l’evoluzione storica del termine, indicando la gamma completa delle sfumature acquisite nell’arco dei secoli. L’elemento comune a tutte è definito dalla radice, cioè il greco archḗ, principio, indicante a livello temporale o logico la posizione di primitività del concetto rispetto a qualunque derivazione. Ciò costituisce punto d’incontro con la funzione del mito in ambito antropologico.

Per riassumere, le modalità d’intenderlo sono sostanzialmente tre: uno di derivazione platonica, un altro di derivazione psicanalitica, ovvero quello di Jung, e un ultimo di derivazione sociologica, secondo la lettura di Mircea Eliade. Partiamo da quest’ultimo.

L’antropologo Mircea Eliade ne ha trattato specificamente soprattutto in Il mito dell’eterno ritorno, fondamentale per l’antropologia contemporanea. Riguardo all’archetipo, Eliade ha indicato una strada interessante e innovativa di guardare al modello divino cui i rituali antichi, ma viene da dire, anche quelli moderni, si rifanno. Dai suoi studi si evidenzia come ogni tipologia di rituale umano si rifaccia a un modello divino, che egli chiama per l’appunto archetipo1, un modello cioè posto al di fuori della sfera profana dell’uomo. Tale modello extraumano legittima gli atti umani, siano essi, per fare un esempio, riti matrimoniali o riti orgiastici: questi riti imitano comunque gesti divini o episodi del dramma sacro del cosmo. Il medesimo principio vale per la natura, che è formata, controllata, modellata e resa preziosa non in se stessa, ma per la sua partecipazione a un archetipo o per la ripetizione di gesti e parole che la consacrano2.

Ciò che può disturbare noi cittadini del XXI secolo, passati attraverso la rivendicazione di una coscienza autonoma e individuale, ma sempre più spesso individualista, è che, secondo il modo di pensare antico, che Eliade definisce concezione ontologica primitiva3, «un oggetto o un atto diventa reale soltanto nella misura in cui imita o ripete un archetipo» e che «l’uomo delle culture tradizionali riconosce come reale soltanto nella misura in cui cessa di essere se stesso e si contenta di imitare o di ripetere i gesti di un altro. In altre parole, egli si riconosce come reale, cioè come “veramente se stesso”, soltanto nella misura in cui cessa proprio di esserlo»4. Eliade riconosce che tale ontologia primitiva ha una struttura fondamentalmente platonica e che Platone potrebbe perciò assurgere a rappresentante per eccellenza di questa mentalità primitiva, «cioè come il pensatore che è riuscito a valorizzare filosoficamente i modi d’essere e di comportamento dell’umanità arcaica»5.

Jung ha, ovviamente, un approccio più concreto e legato alla contingenza di quello di Platone e più laico di quello di Eliade. Lo psicanalista svizzero è necessitato a spiegare nei limiti della sola psicologia qualcosa che manifesta una reale tensione dell’uomo verso una sfera che oltrepassa o precede, comprendendo tanto l’uomo quanto la psicologia stessa. Nel presentare il concetto, lo psicanalista ne ripercorre in modo interessante le origini. Partendo da Filone Giudeo, che ne parla come dell’immagine di Dio nell’uomo, passa alla trattatistica cristiana con Ireneo: il creatore del mondo trasse le cose da archetipi esterni a se stesso, Dionigi l’Areopagita: archetipi immateriali e Sant’Agostino, che però non usa la parola, ma parla di idee originarie contenute nell’intelligenza divina, per poi affermare che “archetipo” è parafrasi esplicativa dell’éidos platonico6. Altra nota espressione degli archetipi sono il “mito” e la “favola”, le quali, però, sono secondo Jung forme coniate dalla cultura in lunghi periodi e quindi trasmesse7. Se però si tenta di spiegare cosa sia l’archetipo da un punto di vista psicologico, allora le cose si complicano, dice Jung, perché se nella cultura legata alla narrazione o alla ritualità l’archetipo si è sempre rivelato nel suo collegamento con eventi solari, lunari, meteorologici, vegetali o d’altro genere, nessuno ha tuttavia «mai accettato il fatto che i miti siano in primo luogo manifestazioni psichiche che rivelano l’essenza dell’anima»8, perché all’uomo primitivo «non importa quasi affatto conoscere la spiegazione oggettiva dei fenomeni evidenti. […] Sente la perentoria necessità, anzi, meglio, la sua anima inconscia è invincibilmente portata a far risalire qualunque esperienza sensibile a un accadere psichico»9. In pratica, volendo dare una spiegazione legata alla psiche, si perde di vista l’orizzonte originante l’archetipo, ovvero l’anima.

Passando alla narrazione, mi chiedo quanti scrittori siano davvero consapevoli non solo del significato degli archetipi che eventualmente utilizzano, ma pure della funzione che l’archetipo utilizzato ha all’interno della loro narrazione. Perché, vedete, è indubbio che si utilizzino degli archetipi e la scrittura non può essere qualcosa di così accidentale da non sapere queste cose.

Eppure – ora faccio l’antipatico – sono più che sicuro che forse solo il 5 o il 10% degli scrittori è davvero attento a un simile aspetto. Finora abbiamo parlato di simboli e archetipi, due tasselli fondamentali nella scrittura di qualunque tipo di narrazione, sia essa di genere o del cosiddetto mainstream.

Quando parlo di consapevolezza nella scrittura, intendo soprattutto questo: sapere cosa c’è a fondamento di quelle che noi consideriamo fondamenta della scrittura stessa.

Alla prossima puntata, in cui parleremo del mito e del suo utilizzo.

1 Mircea ELIADE, Il mito dell’eterno ritorno. Archetipi e ripetizione, Roma: Borla 1968, p. 39.

2 Cf ibid., pp. 45-50.

3 Ibid., p. 55.

4 Ibid.

5 Ibid. Tuttavia, tutti siamo a conoscenza di come la concezione platonica dell’archetipo abbia, rispetto a quella di Mircea Eliade, una differenza fondamentale: il grado massimo di realtà nel cosiddetto iperuranio e la parziale realtà delle “imitazioni” che ne derivano. La differenza di grado è senza dubbio dovuta al punto di partenza da cui Platone ha fatto discendere i suoi enti, ovvero l’Uno, che corrisponde al Vero. Ma è comunque indubbio che la concezione ontologica primitiva e l’archetipo platonico attingano alla stessa “fonte” concettuale.

6 Cf Carl Gustav JUNG, L’analisi dei sogni. Gli archetipi dell’inconscio. La sincronicità, Torino: Bollati Boringhieri 2011, pp. 100-101.

7 Ibid.

8 Ibid., p. 102.

9 Ibid., p. 103.

Il Capodanno e il tempo ciclico

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Giuseppe Vermiglio – Natività e adorazione dei pastori, 1622.

Lo sapevate che ci sono due modalità di pensare il tempo che confliggono tra di loro, ovvero il tempo ciclico e il tempo lineare?

Il tempo ciclico è tipico delle civiltà antiche, per esempio di quella greco-romana, tanto per indicarne una vicina a noi, ma anche di alcune di quelle contemporanee. Gli eventi disseminati tra due momenti principali della natura, la rinascita e la morte, si ripetono in una eterna riproposizione dell’uguale, e non sono solo memoria di qualcosa di mitico accaduto fuori del tempo (c’è sempre un riferimento al mito, nelle civiltà, anche nella nostra!), ma vero e proprio accadimento del medesimo modello.

Il tempo lineare, invece, è tipico dell’evento biblico-cristiano, in modo particolare legato a Cristo e al Nuovo Inizio definitivo segnato dalla Resurrezione. Con la Resurrezione, infatti, si pone un evento unico, faro per ogni altro evento umano e cosmico, spartiacque definitivo per ciò che vi era prima e ciò che vi sarà dopo, verso il compimento ultimo della risurrezione di tutti. Il tempo lineare è dovuto alla posizione della nostra esistenza di singole persone sulla retta (o, se volete, sulla strada colma di curve) della nostra vita rispetto a quella Resurrezione, primizia tra tutte le altre.

Il Capodanno si pone senz’ombra di dubbio all’interno di una concezione ciclica del tempo,  riprendendo così una modalità antica di millenni, ma in riferimento alla visione cristiana, può diventare il segno del nuovo inizio, totalmente differente. Non a caso, il I gennaio si festeggia Maria Santissima Madre di Dio, colei che ha dato luce al Nuovo Inizio per eccellenza.

Auguri da parte mia. Che il 2017 sia un anno in cui accada almeno un poco di ciò che desiderate.

Teatro Scientifico Bibiena – Mantova

Leopold Mozart vi si recò nel 1770, un mese dopo l’inaugurazione, per uno dei concerti della tournée del figlio Wolfgang. Anche Nannerl, la sorella di Wolfgang, faceva parte della comitiva, e il padre ebbe ad apprezzarne la struttura e la bellezza. In effetti, il Teatro Scientifico Bibiena di Mantova (così chiamato perché vi si contempla anche una destinazione per confronti scientifici) è un vero e proprio gioiello. Progettato e costruito nell’arco di due anni, fu il primo nel suo genere. Eccovi una serie di fotografie. Perdonate la scarsa qualità.