Il mito, visione della narrazione

andrea_di_mariotto_del_minga_deucalion_y_pirra_studioloTutto ciò che riguarda il mito in un racconto, a differenza del simbolo e dell’archetipo, ha a che fare con l’impostazione di fondo della narrazione. Vediamo in che modo.

Mito. 1. Nelle religioni, narrazione sacra di avvenimenti cosmogonici, di imprese di fondazione culturale e di gesta e origini di dèi e di eroi. 2. Esposizione di un’idea, di un insegnamento astratto sotto una forma allegorica o poetica. 3. Immagine schematica o semplificata, spesso illusoria, di un evento, di un fenomeno sociale, di un personaggio, quale si forma o viene recepita presso un gruppo umano, svolgendo un ruolo determinante nel comportamento pratico e ideologico di questo. | Credenza che, per il vigore con cui si estrinseca e l’adesione che suscita, provoca mutamenti nel comportamento di un gruppo umano, spinto da essa all’azione verso obiettivi imprecisati e futuri. 4. Speranza utopistica, costruzione dell’intelletto priva di fondamento.

In questo caso mi preme sottolineare come vi sia nei vari significati di tale parola un elemento temporale variabile, che si muove dal passato, attraverso il presente, verso il futuro. Se nell’accezione 1 il mito ha infatti a che fare con il passato in cui viene fondato qualcosa, nell’accezione 3 assume un rilievo soprattutto nell’ambito del presente (una manifestazione tutta particolare e attuale di questa accezione è all’interno della cosiddetta cultura pop1) e del futuro, in modo speciale con il peculiare fenomeno del progresso della scienza innervato nelle società democratiche occidentali, divenuto “mito del progresso” tout court, e ormai entrato in crisi d’idealità nella cosiddetta società post-moderna in cui viviamo2.

A questo punto, non è difficile comprendere in che modo il concetto di mito si colleghi a quello di archetipo, che si rivela essere il materiale costitutivo del mito tramite un processo di rielaborazione storica. Ne costituisce il punto di partenza, ma anche il filo rosso che, attraverso tutte le rielaborazioni stratificatesi nella cultura, giunge dalle civiltà antiche fino a noi. La direttiva temporale dal passato, attraverso il presente, verso il futuro, già vista nella definizione dello Zingarelli, si fa qui più evidente. È grazie all’archetipo presente in essi, se i miti, così come le favole e le fiabe, sono in grado di dire qualcosa al civilizzato cittadino del XXI secolo, perfino dopo il grande disincanto. L’archetipo muove dall’anima e l’anima sensibile, attenta, non può far altro che vibrare nel momento in cui se ne sente toccata. Può darsi che l’uomo contemporaneo non sia più abituato a riconoscere l’archetipo in sé, ma capisce subito quando una narrazione lo tocca da vicino.

Trovo che la più interessante descrizione del mito l’abbia data l’antropologo Angelo Brelich, quando precisa che parlare di mito non significa parlare di allegoria, di un ricordo deformato oppure di libera fantasia o di un tentativo pre-scientifico di spiegare la realtà. La sua caratteristica principale risiede nell’avere similarità con il rito, a partire dal momento opportuno in cui raccontarlo. Il mito non è per qualunque occasione e non è utilizzato da chiunque, ma è solo per momenti rituali e richiede esperienza. Il mito, infatti, racconta avvenimenti posti al di fuori della linea ordinaria del tempo e ciò che accade nel tempo vi si riferisce come a un momento fondativo della realtà3.

Avete visto quanta consapevolezza è necessaria quando si utilizzano fattispecie così diffuse come il simbolo, l’archetipo e il mito?

1 La componente ‘mito’ in un elemento-espressione della cultura diffusa lo rende fruibile e desiderabile da un’amplissima fetta della società. Un altro Vocabolario, il Treccani.it, dà del pop questa prima definizione: «Detto di produzioni e manifestazioni artistico-culturali di vario tipo che hanno avuto una diffusione di massa a partire dagli anni ’60 del Novecento», mentre del mito: «Idealizzazione di un evento o personaggio storico che assume, nella coscienza dei posteri o anche dei contemporanei, carattere e proporzione quasi leggendarî, esercitando un forte potere di attrazione sulla fantasia e sul sentimento di un popolo o di un’età», ponendo in evidente connessione le due parole.

2 In Il disagio della postmodernità, Milano: Bruno Mondadori Editore 2002, p. 184, Zygmund BAUMAN sostiene che la «nostra società “tardomoderna” (Giddens), “riflessivo-moderna” (Beck), “surmoderna” (Balandier) o – come preferisco chiamarla io – postmoderna, è contrassegnata dal discredito, dall’aperta ridicolizzazione o dallo sprezzante ma tacito abbandono di molte ambizioni (oggi condannate come utopistiche o accusate di protototalitarismo) caratteristiche dell’età moderna. Tra questi moderni sogni perduti o abbandonati si trova anche il progetto di eliminare le diseguaglianze sociali e di assicurare a ogni essere umano uguali opportunità di accesso a tutti i beni offerti dall’umanità».

3 Cf Angelo BRELICH, Mitologia, politeismo, magia e altri studi di storia delle religioni (1956-1977), Napoli: Liguori 2002, pos. Kindle 1106.

Alchimia, cristianesimo e sogni

lucarelli_metodo_02Una delle caratteristiche peculiari dell’alchimia occidentale sta nel fatto che incarna la frattura tra bene e male istituzionalizzata dal cristianesimo.

Leggiamo ancora in Psicologia e alchimia, di Carl Gustav Jung:

Il modello Cristo s’è addossato il peccato del mondo. Ma se il modello rimane del tutto esteriore, anche il peccato del singolo rimane all’esterno e ciò fa che il singolo sia più frammentato che mai. […] Se il valore supremo (Cristo) e la suprema mancanza di ogni valore (peccato) si trovano all’esterno, l’anima è vuota: le manca l’estrema bassezza e l’altezza suprema. […] Da ciò deriva la sottovalutazione dell’anima. (pag. 20)

Inoltre – e qui iniziamo ad addentrarci nell’aspetto più importante – Jung afferma che:

Una proiezione religiosa esclusiva può defraudare l’anima dei suoi valori, tanto che essa, per inanizione, non ha la possibilità di continuare a svilupparsi e rimane arrenata in uno stato inconscio. Contemporaneamente essa cade in preda all’illusione che la causa di tutte le disgrazie si trovi all’esterno, e si finisce col non domandarsi già quanto e come vi si contribuisca noi stessi. (pag. 21)

Quindi può:

verificarsi che un cristiano, per quanto creda a tutte le sacre figure, pure rimanga senza sviluppo e senza mutamenti nell’intimo della sua anima, poiché ha «tutto Dio fuori», senza farne nell’anima una esperienza viva. I suoi motivi determinanti e i suoi interessi ed impulsi decisivi scaturiscono dalla sua anima non sviluppata e inconscia, che è più pagana e più arcaica che mai, e in nessun modo dalla sfera del cristianesimo. Non soltanto le singole vite, ma anche quella somma delle singole vite che è il popolo, dimostrano la verità di questa affermazione. (pagg. 22-23)

Ed ecco che:

Gli archetipi dell’inconscio sono corrispondenze empiricamente dimostrabili dei dogmi religiosi. La Chiesa possiede nel linguaggio ermeneutico dei Padri un ricco tesoro di analogie a quei prodotti spontanei che si presentano alla psicologia. Infatti, ciò che l’inconscio esprime, non è né un’arbitrarietà né un’opinione, ma bensì un accadimento, un fatto che esiste come un qualsiasi ente naturale. […] Se qui [nella natura] esistono delle sorprendenti «allegoriae» di Cristo, ne troviamo altre simili anche nella psicologia dell’inconscio. (pag. 28)

A questo punto potreste chiedermi: cosa c’entra tutto questo con l’alchimia? È quello che vi spiegherò nel terzo post, in uscita nei prossimi giorni. Perciò, rimanete sintonizzati sul blog.

Sembro scomparso – aggiornamenti

BANNER versione BpiccoloSembro scomparso, ma non lo sono. La strada per completare il VII volume di Storia di Geshwa Olers (i cui primi sei volumi sono acquistabili su Amazon) è ancora lunga, ma nell’arco di due o tre mesi dovrei riuscire a vedere il traguardo. Vi annuncio già che sarà il volume più rivoluzionario, come ho già scritto altre volte in altri luoghi.

Il sole sulle bianche torri sarà composto da tre parti. La prima di queste è uscita su Feedbooks alcuni mesi fa e non ha avuto il successo in termini di download che avrei sperato, forse perché prima parte di un’unità (al momento) monca. Il che è comprensibile. La seconda parte sarà il punto di snodo di tutta la saga, perché metterà nella giusta luce qualunque cosa sia stata scritta nelle tremila pagine precedenti. La terza parte costituirà la degna conclusione. Il volume comprenderà, ovviamente, tutte e tre le parti.

Nell’attesa di questo VII volume, potete continuare ad acquistare i miei due romanzi horror pubblicati con Dunwich Edizioni (qui trovate Trasmissione inversa), che mi stanno dando piccole soddisfazioni, oppure un altro di quelli autonomamente messi in vendita su Amazon. In ogni caso, ancora un grazie a tutti, in modo particolare a coloro che hanno iniziato a seguire questo blog in un periodo di magra.

Fabrizio

Mondo svelato

Qui e qui parlavo dell’idea generale di questa nuova saga fantastica. L’idea si delinea sempre di più ed è iniziata la stesura del primo racconto di Mondo svelato.

Mondo svelato sarà, infatti, una serie di racconti o, per meglio dire, più serie di racconti. Città: Venezia. Epoca: oggi. Protagonista: uno scettico patentato.

Titolo del racconto: Il cellulare infinito.

A presto, con altre news.

La faida dei Logontras – estratto

copertina 2Buona domenica a tutti. Oggi vorrei proporvi un brano estratto dal secondo volume di Storia di Geshwa Olers. Si tratta di quando Ges arriva alla Divisione di Centa Gnogath, subito dopo essere andato via da Alsi Fårsy. Per quelli di voi che hanno letto con tristezza il suo abbandono del nuovo nido famigliare appena ritrovato, ecco che cosa lo aspetta e le prime considerazioni del futuro guerriero di Passo Keleb.

Buona lettura. Ah, dimenticavo: La faida dei Logontras può essere acquistata a 1€ su Amazon oppure letta gratuitamente con kindle unlimited a questo indirizzo: https://www.amazon.it/faida-dei-Logontras-versione-Storia-ebook/dp/B00HNW4LZ8/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1464499651&sr=8-1&keywords=la+faida+dei+logontras

Un arrivo sfortunato

Divisione di Centa Gnogath, GroneGor Meridionale.

Addì 4° Stob 31 d.I., periodo invernale di Byas.

Ah ah ah, ti dico che non riuscirai mai ad aprirla, Bor.”

Il fante, un uomo tozzo ed esageratamente più grasso di quanto convenisse a un soldato, assestò una pacca sulla spalla del Comandante, con cui aveva molta confidenza.

Impara a stare al tuo posto, Gordo”, gli rispose quello.

Oh, ma sentilo. Si è offeso!” Il fante si volse verso gli altri due uomini di guardia alla porta per condividere quel momento di euforia, ma essi si limitarono a un sorriso neutrale. I due, che indossavano la divisa d’ordinanza, diedero a intendere che per loro un superiore rimaneva sempre un superiore. Gordo, invece, non si era mai fatto di quei problemi, e chissà perché Borallon pareva tollerare di buon grado la cosa.

Il Comandante era seduto a un tavolo di legno massiccio. Su di esso, abbandondati in un vassoio di legno restavano gli avanzi di un pasto più o meno recente: d’ossa di fagiano, dalle quali pendevano ancora alcuni resti croccanti, una scodella di farro cotto e condito con olio, e una pagnotta quasi del tutto integra. Gocce oleose erano schizzate su alcuni fogli di cartapecora, contenenti colonne e righe da riempire con grande noia di scritte nei colori della scrittura grodestiana, nero e rosso. Stringeva in mano una lettera ben chiusa e ripiegata in quattro, come prevedevano le norme per la corrispondenza militare. Un plico sottile che a Borallon pareva sempre più impossibile da aprire. “Ma ci sarà pure un modo di…”

Te lo dico io.” Gordo gli si avvicinò. “È frutto di magia. E se leggi il destinatario della missiva, capirai anche il perché.”

Che cosa c’entra Ershaec con la magia?” Borallon tentò di separare con l’unghia i due lembi di carta, in modo da riuscire a dare per lo meno una sbirciatina, ma il dito scivolò lungo il bordo affilato, provocandoli un taglio superficiale. Una goccia di sangue colò sulla carta. “Che Eus se la prenda! Ci rinuncio!” Gettò il plico sul tavolo.

La goccia di sangue strisciò lentamente oltre il bordo, come sospinta da una forza invisibile, lasciando la carta liscia e pulita.

Le risate di Gordo continuarono fastidiose, accompagnate solo dallo scrosciare della pioggia. Poi il soldato tacque di colpo, mentre il Comandante si asciugava il sangue con uno straccio, che ripose sul tavolo. Quando il Comandante tornò a sollevare lo sguardo, si ritrovò di fronte un giovane.

Alto poco più di un metro e settanta, e vestito con quelli che sembravano abiti da montanaro, il ragazzo aveva i capelli biondi zuppi d’acqua e occhi azzurri così vivaci e sorridenti da stonare totalmente con le condizioni nelle quali si trovava. Ai suoi piedi si stava creando una pozza d’acqua. Uno zaino mezzo vuoto gli ricadeva afflosciato sulle spalle.

E tu da dove salti fuori?” gli chiese Borallon.

Le guardie lo fissavano stupite.

Da Senfe, signore… anzi no, dal Midilonge” spiegò il ragazzo. Il sorriso gli scomparve dal volto e arrossì di vergogna.

Il Comandante prese lo straccio sporco di sangue e glielo gettò addosso. “Asciugati!”

Il ragazzo guardò con orrore le macchie, poi preferì tamponare almeno i capelli, per non buscarsi un accidente. La penombra non gli impedì di notare, a lui che era tutto preso da una famelica curiosità, che il luogo era un cubo perfetto intonacato d’un verde sporco e scrostato, nel quale rifulgeva il baluginio d’un fuoco rossastro nel camino di sinistra. Il calore era insopportabile e osservando il candelabro a sei braccia posto accanto al tavolo, dove alcuni monconi di candele orarie si stavano ormai consumando, comprese quanto tempo fosse passato dalla sua partenza.

Guardati. Fai veramente pena” osservò Borallon.

Sono qui per arruolarmi, signore.”

Il Comandante lo fissò con attenzione. L’espressione con cui aveva accompagnato la sua affermazione sembrava seria e la voce, seppure resa acuta dalla tensione, suonava convinta. Dopo un po’ Borallon scoppiò a ridere, seguito a ruota da Gordo. “Quanti anni hai?”

Sedici, da poco compiuti.”

Te ne avrei dati quattordici… l’età l’avresti. Come ti chiami?”

Geshwa Olers, signore, e vengo dal Masso Verde.”

Hai deciso se dal Midilonge o da Senfe?”

Non cogliendo la serietà della domanda, Gordo si mise a ridere. Borallon lo squadrò severamente, cosa che lo mise a tacere. Quanto alle due guardie, avevano tutta l’aria di sopportare sempre meno il compagno.

Sono originario di Senfe, ma ultimamente ho vissuto lungo il Midilonge, a ovest.”

E te la sei fatta a piedi? Fin da lì?” Geshwa confermò con un cenno del capo. “Se non altro, hai gambe! Buon per te, visto che dovrai fare ancora un bel po’ di strada. Non era qui che dovevi venire.”

No?” Geshwa sentì un certo scoraggiamento farsi strada dentro di lui, mentre restituiva lo straccio.

No. Questa è la Divisione di Centa…”

Lo so. La Centa Gnogath!” Si avvide all’ultimo che aveva interrotto il Comandante. “Scusate se vi ho…” cominciò.

Devi andare alla Divisione di Battaglione. Lì ti presenterai al preposto di piantone. È il Battaglione del GroneGor Meridionale, ai piedi dei Colli delle Aquile. Questa volta non sbagliare.”

I Colli delle Aquile?” ripeté Geshwa, scurendosi in volto. “Ci sono passato questa mattina…”

Allora sei stato sfortunato, ragazzo. Dovevi fermarti lì. Comunque prenditela comoda. L’esercito potrà fare a meno di te ancora per un po’.”

Guardandosi intorno, Geshwa si chiese se fosse quella la vita che voleva fare. L’ambiente in cui si trovava non era esattamente il massimo della vita e non concedeva granché alla comodità. La sedia su cui sedeva Borallon era l’unica di tutta la sala. Non vi erano altri tavoli o indizi di svago alcuno. Alzò gli occhi al grande grit-lah sulla parete dietro il Comandante, sul quale era inciso il simbolo della Divisione Gnogath, consistente nel profilo d’un mastodontico essere dal lungo collo, inserito in un esaedro bordato di un metallo che poteva anche essere oro. Più in alto, una scritta in avorio: Ofer at Inosham, Coraggio nella Pace. Doveva essere il motto della Divisione.

Geshwa decise di ricacciare la domanda da dove era venuta, per non assommare sconforto a delusione. Salutò e ringraziò, prima di girarsi e di uscire nuovamente sotto la pioggia.

Aspetta, Olers” lo richiamò il Comandante. “Avrai bisogno di qualcosa da mangiare.”

Sì, in effetti non mi è rimasto più niente.”

Tieni questo, allora.”

Geshwa vide la mano del Comandante scendere verso il vassoio con gli avanzi e afferrare un tozzo di pane. Glielo lanciò. Lo prese al volo, guardandolo con occhi desiderosi. “Grazie, signore”. Lo ripose nello zaino fradicio e uscì dalla Divisione di Centa.

Estratto da Il viaggio nel Masso Verde

ges2011Per voi, un piccolo estratto del primo volume di Storia di Geshwa Olers. Ovvero, quando Geshwa e suo padre attraversano il Ponte di Makut. Visto il tempo non proprio primaverile, è un brano più che adatto. Buona lettura. Vi ricordo che se volete acquistarlo, potete farlo qui (dove potrete anche leggerlo gratuitamente con kindle unlimited): https://www.amazon.it/viaggio-nel-Masso-Verde-versione-ebook/dp/B00HNVXIQC/ref=pd_rhf_gw_p_img_1?ie=UTF8&refRID=M0839F99GNHJKEMB1YVC

Dal terzo capitolo:

Sbucando dalla protezione degli alberi, Geshwa comprese in un attimo come mai quel ponte avesse ispirato simili storie. Un blocco massiccio di pietra grigia, possente e liscio, congiungeva i due lati della gola attraversata da un torrente, di cui si udiva il rumore fragoroso. La luce residua del sole si stendeva su punte rocciose e manto boscoso con una tinta malinconica che sapeva di stagioni passate. L’acqua fluiva come la colata d’argento fuso di un cesellatore. Ai bordi del ponte, pali di legno sostenevano una catena per la lunghezza di tutto l’attraversamento. A sinistra c’era la rientranza del fronte montuoso, nella quale si moltiplicavano buche, radici e grotte. Di certo quella costruzione, fosse naturale o no, dava proprio l’impressione di essere stata creata con un aiuto sovrumano.

“È bellissimo” esclamò Geshwa. Non si fermarono e mentre si accingevano a oltrepassarlo, si chiedeva se la sua Presenza sarebbe stata rapita dal Figlio della Disperazione.

Alla sua destra si apriva un’ampia vallata, nella quale si diffondevano sempre più le brume del tardo meriggio, espandendosi sul vasto mantello sottostante della grande foresta. Le aquile si libravano nell’aria nascondendosi a tratti tra nubi bianche e scure. La natura selvaggia del posto rendeva subito l’idea di ciò che i primi abitanti dell’antico Impero potevano aver visto non appena giunti dal Regno perduto di Unalion.

Quando i muli misero zoccolo sulla pietra della campata, Geshwa guardò a sinistra della volta del ponte, sulla parte bassa della parete montuosa, dove si trovava una caverna ampia e molto buia. Sembrava profonda e alla mente di Geshwa trasudava umido e freddo, infondendo apprensione.

I due muli ragliarono e si fermarono a guardare lo strapiombo sotto di loro, forse spaventati.

“Forza somarello!” sollecitò Sitòr. Gli animali si mossero di poco, riprendendo il cammino per giungere dall’altra parte.

Quando furono nel bel mezzo del ponte, lo sguardo di Geshwa, che aveva ancora sul volto l’ammirazione per la grandiosità del paesaggio, tornò a posarsi sulla caverna. Non capì se si trattava dello scherzo dei suoi occhi o dell’abbaglio temporaneo provocato da un morente raggio di sole, ma fu sicuro di scorgere un luccichio. Il mulo proseguì. Poi però Ges lo rivide e il suo timore divenne manifesto. “Papà, mi sembra che ci sia qualcosa. Dentro la caverna”.

Il mulo parve averlo sentito e si fermò di colpo, prendendo a ragliare con occhi sbarrati. Vedendo che l’animale non aveva intenzione di proseguire, riempiendo di versi echeggianti la vallata, Sitòr scese dalla groppa del suo e cercò di tirare entrambi, afferrandoli per le briglie. “Deciditi, stupida bestia, se non vuoi che ti lasci qui o ti butti giù!”

Il mulo pareva preoccupato più da altro. Sitòr tirò fuori dalla bisaccia una grossa carota, che l’animale disdegnò con un raglio scorbutico. La sua cavalcatura, invece, appariva più tranquilla e si mosse placida per proseguire.

“Guarda il tuo compare” disse Sitòr rivolgendosi al ciuco di Geshwa, “e impara da lui”.

Geshwa continuava a intravedere strani sfarfallii luminosi lungo la parete della grotta. “Ti dico che lì dentro c’è qualcosa, papà” ripeté. Ne provò un fascino spaventato. Sembrava che le rocce fossero ricoperte di diamanti.

Summer Bookmusictag… e anticipazioni

Non può mancare il giochino dell’estate, ed eccolo qui, puntuale. Si tratta del Summer Bookmusictag, e sono stato nominato da Antonia Romagnoli, una delle migliori scrittrici fantasy italiane. Ragazzi, è ancora troppo sottovalutata. Lo so, potrà sembrare un “appoggia me che io appoggio te” (o, ancora peggio, un “appoggiati a me che io mi appoggio su di te”), ma non lo è. Lo dico da una vita e con cognizione di causa: la sua Saga delle Terre è una delle più belle scritte e pubblicate in Italia. Tra poco so che verranno ripubblicate da una casa editrice di tutto rispetto, perciò preparatevi a leggerle. È (quasi) un ordine.

Torniamo al giochino. Lanciato dal blog una contraddizione ambulante, viene chiesto a chi partecipa di indicare quali saranno le nostre letture per l’estate e quale sarà la colonna sonora che le accompagnerà. Ecco le mie cinque, con la colonna sonora che le accompagna.

Revival, di S. King – Bookmusictag 1

revivalUn romanzo che dire eccezionale è dir poco! Iniziato con mille dubbi e perplesso soprattutto sulla sua parte centrale (tutto sommato, breve), ha un finale (le ultime duecento pagine…) capace di infilarsi dentro di te con la lama del dubbio. Se ne astengano i deboli di fede, perché questo libro potrebbe fargliela perdere totalmente. In ogni caso, King al massimo di sempre, degno dei primi libri del Re. Ne scriverò un articolo più approfondito prossimamente.

La mano sinistra di Dio, di J. Lindsay – Bookmusictag 2

manosxdidioÈ il romanzo da cui è stata tratta la serie Dexter (una delle migliori serie televisive di sempre). In inglese il titolo è decisamente migliore che in italiano (Darkly dreaming Dexter), ma la lettura vale decisamente il tempo impiegato. Per chi non la conoscesse, è la storia di un serial killer che lavora come ematopatologo per la Polizia di Miami. Mentre aiuta a inquadrare i crimini della città, si diletta a eliminare in privato gli assassini che corrispondono al codice insegnatogli da suo padre per contenere il suo istinto omicida. Brillante ed efficace il modo in cui viene presentata la mentalità scissa e psicopatica del protagonista.

Parsifal, di C. Risé – Bookmusictag 3

parsifal_newLa storia di Parsifal raccontata da uno dei migliori psicanalisti d’Italia. L’autore voleva raccontare le vicende riguardanti Parsifal per mostrarne il contenuto altamente significativo per la psicologia maschile, ma alla fine si è ritrovato a narrare senza commenti tutta la storia. Perché Parsifal è l’uomo, il maschio per eccellenza, e nel ripercorrere le sue vicende e i suoi confronti con le donne, gli altri uomini e il sacro, si ripercorre e comprende al meglio il modo di porsi dell’uomo nei confronti delle donne, degli altri uomini e del sacro.

Troppa felicità, di A. Munro – Bookmusictag 4

Layout 1Come scoprire l’originale punto di vista femminile sui racconti. Per me è stata una grande scoperta: esiste davvero un punto di vista femminile sul mondo. L’affermazione potrà sembrare una battuta, ma se pensiamo a quanto spesso maschile sia il punto di vista delle narratrici, tutto assume una luce differente. Oggi, casomai, il problema inizia a essere un altro, che gli uomini stanno assumendo una modalità narrativa femminile, ma questo è un altro discorso.

Mi fermo a quattro letture, perché ne ho altre da segnalare – e che poco alla volta sto segnalando con il #Books_for_Summer su Instagram nel numero di 10 libri – ma lo farò in seguito. Però, ecco la mia colonna sonora.

VHS, di X Ambassadors – La musica.

vhsHo scoperto di recente questa band americana, grazie alla pubblicità della Jeep Renegade, che portava questa canzone tutto sommato intrigante. Poi ho ritrovato la canzone su MTV Music e ho scoperto che si intitolava proprio Renegades. Mi sono incuriosito, ho scoperto che per caso la loro canzone è stata associata alla Jeep e di lì mi si è aperto il mondo della loro musica.

Ha un che di selvaggio, questo VHS, è musica sì ricercata, anche artistica, ma con la consapevole presenza della parte ombrosa dell’essere umano. Potrei parlare di Sam Harris, il cantante del gruppo, come dell’espressione scimmiesca e istintiva della musica, ma dovreste cogliere il lato psicanalitico di queste affermazioni, e non sono sicuro di saperlo rendere al 100%.

Ecco, queste sono le mie indicazioni. Adesso dovrei nominare altri blogger, ma perdonatemi, non ne conosco molti perché non molti ne seguo.

Infine, ecco alcune anticipazioni:

  • il romanzo Trasmissione inversa è a buon punto. Direi che si tratta di uno dei migliori horror che io abbia mai scritto,
  • uscirà su Medeaonline un mio articolo che analizza la quest fantasy attraverso la categoria del pellegrinaggio cristiano,
  • prossimamente pubblicherò su questo blog la lista complessiva dei miei 10 Books for Summer,
  • prossimamente uscirà su questo blog l’articolo che parla della svalutazione del marito (o del maschio) nelle pubblicità di questi ultimi tempi,
  • sto pubblicando su Facebook un racconto a puntate (siamo arrivati alla 10a), intitolato La creatura del giardino. È un horror psicologico, e l’obiettivo è quello di pubblicarlo integralmente su un altro sito. Vedremo, vi terrò aggiornati. Potete comunque seguirlo qui.

Nel frattempo, buon proseguimento d’estate.

Tra le fonti musicali di Geshwa Olers

TchaikovskyNon ho mai nascosto che Storia di Geshwa Olers abbia trovato ispirazione in una quantità di fonti che spaziano dalla letteratura (di vario genere) alla pittura, dalla vita quotidiana e dai fatti di cronaca alla filosofia, dall’arte in generale alla musica. In modo particolare, la musica ha davvero avuto moltissima parte nella nascita di tanti capitoli dei sette volumi della saga.

Tra tutti, i compositori che più hanno influenzato la mia scrittura sono stati Mahler, Verdi, Wagner e John Williams. Ma uno, Tchaikovsky, è stato capace di infondere qualcosa di specifico del suo stile nella mia ricerca stilistica.

Tchaikovsky è di certo autore che appartiene alla cupola più alta della creazione musicale di tutti i tempi e bastino per comprovare questa affermazione la fama indiscussa – anche tra chi di musica non ne capisce granché – delle sue musiche per balletto, Il lago dei cigni e Lo schiaccianoci. A queste aggiungo in modo speciale le sue ultime tre sinfonie, delle quali in modo particolare la sesta non cessa mai di provocarmi sensazioni indescrivibili. Sono sempre alla ricerca del momento giusto in cui poter scrivere uno dei miei romanzi musicali, che raccontano alcune sinfonie. Le quattro che vorrei narrare sono la Nona di Beethoven, la Quarta e la Nona di Mahler e la Sesta di Tchaikovsky. Ancora, però, non è arrivato il tempo.

Quel che questo compositore russo costituisce al mio sguardo è soprattutto la pienezza dell’emozione e della passione, che sempre traspare dalla sua musica con una portata che, spesso, venne criticata dai suoi contemporanei e che ancora oggi trova dei detrattori, che tendono a spiegarla come una sorta di “compensazione” per l’impossibilità di Tchaikovsky di vivere la sua omosessualità. Sciocchezza psicanalitica tra le più banali e impoverenti. La musica non è mai compensazione, ma – sempre ammesso che si stia parlando di arte – è creazione, modulazione della realtà per la narrazione di una nuova realtà.

Il carattere così pieno e soddisfacente della sua musica è quello che mi ha spinto a tentare di “tradurre” in scrittura una simile potenza. In Storia di Geshwa Olers, e non solo (penso anche a Codice infranto e a un paio di libri delle Sette case), il mio tentativo è stato quello di riprodurre in parole l’inarrestabile forza musicale che innerva tutta la sua musica. Ovvio che questo si traduca spesso in potenza delle scene rappresentate (pensate al cataclisma finale del sesto volume, La guerra dei Gelehor, oppure alla fuga incessante di Nargolìan dai mostri in Il cammino di un mago). In altri casi, invece, questo carattere è stato tradotto come ostinazione, del destino, della volontà altrui, della propria caparbietà, e ne sono nate in questo modo scene numerose e differenti (pensate alla lettera di Selbenco Nimotrion al padre e alla reazione di Geshwa alla sua morte, oppure all’ostinazione di Geshwa nel perseguire i suoi scopi e trovare una risposta alle sue domande).

Musica e scrittura, un binomio per me inscindibile.

Riprendendo il filo del discorso…

…da dove l’avevo lasciato.

foto scrittura romanzoÈ da quasi due mesi che non scrivo sul blog e la spiegazione è semplice: avevo bisogno di riflettere, di capire cosa fare della scrittura. La riflessione si è pressoché conclusa e le decisioni sono state prese. È ancora presto per comunicarle, ma posso anticipare che all’orizzonte si staglia un cambiamento nel mio modo di affrontare tutto ciò che è parola e narrazione. Di sicuro, il mio prossimo progetto – dopo quello di cui parlerò subito, qui – è per molti aspetti differente rispetto a ciò che ho scritto finora. Vi anticipo anche che si tratterà di un horror e che affonda le sue radici nella tesi che sto preparando per la Laurea Specialistica in Scienze Religiose. Comunque, ogni cosa a suo tempo.

Adesso, invece, vorrei parlarvi di ciò cui sto mettendo – finalmente, diranno alcuni – mano in questo mese. Si tratta del VII volume di Storia di Geshwa Olers. Voglio tentare una spiegazione del ritardo enorme accumulato con la scrittura di questo tomo parecchio strano.

Avevo già segnalato da qualche parte come quello conclusivo sarebbe stato il più difficile da portare a termine, e la sensazione non ha fatto altro che rinforzarsi con il tempo, divenendo infine una temibile certezza. Il sole sulle bianche torri, questo il titolo, ha richiesto una rielaborazione formale e concettuale sconosciuta in precedenza, benché in nuce già presente nei volumi antecedenti. Con questo settimo malloppo apparirà chiaro come Storia di Geshwa Olers sia in tutto e per tutto un romanzo post-moderno. Guardate, sul concetto di post-modernità ci sarebbe molto da dire, soprattutto sul modo ignobile in cui esso viene trattato da molti critici, pensatori e – ahimè – cristiani con cariche importanti. La post-modernità è semplicemente il periodo in cui siamo, con tutte le sue contraddizioni e bellissime caratteristiche di novità, tutto quanto sgusciato e sviluppatosi dalle basi su cui si fondava l’età moderna, ormai conclusa e superata su molti aspetti. La post-modernità è segnata dalle violente manifestazioni religiose che vanno sotto il nome di integralismi, ma è anche l’epoca in cui l’essere umano può rendersi conto fino alla fine di quanto il mondo-come-coscienza sia nelle proprie mani. E di più non dico.

Il sole sulle bianche torri rifletterà tutto questo. Probabilmente stupirà più di un lettore, forse ne lascerà scontento più di due, e spero potrà piacere a più di tre. Quel che è certo, da parte mia, è che non mi sono sottratto in nulla a questa prova. Andiamo al sodo, mi direte voi: quando uscirà? Non lo so ancora, sto rielaborando la prima parte.

Sì, avete letto bene. Il VII volume sarà formato da due parti. La prima è in fase di conclusione e verrà rilasciata gratuitamente su Feedbooks come avevo anticipato. Forse ce la farò entro Natale ma, chi lo sa, potrebbe essere anche molto prima. La seconda parte invece uscirà il prossimo anno e sarà a pagamento, su Amazon.

Questo è quanto e per provarvi che ci sto davvero lavorando, ho inserito una foto scattata qualche minuto fa sul mio tavolo da lavoro. Non mi resta che salutarvi e a risentirci presto, con altre novità.