La Grande Madre, la magia e il fantasy

bosch-ilgiudiziofinale-trittico-particolaredelpannellocentraleUn dato fondamentale dell’archetipo femminile della Grande Madre è il collegamento con il totemismo e con la magia. Il medium è il simbolo della Luna, che influisce sulla terra e sulla vita al di sotto del cielo lunare, molto più di quanto non sembri influire il Sole, rappresentante dell’alto e spesso astratto ideale maschile. La parola è ugualmente collegata al Femminile, così come la conservazione di ciò che è contenuto nei margini del cerchio (sia esso magico e simbolico, oppure carnale e umano – l’utero – o ancora concreto ed esterno, cioè il vaso o il calderone), ma pure la trasformazione in senso materiale e umano.

Ci sono aspetti tremendi del Femminile, come abbiamo già visto in un precedente post, ma che mostrano tutta la loro minacciosità sotto la fattispecie della creatura divorante: fada, anguana, sirena, Kalì. Ogni concretizzazione di tali mostruosità sono sempre correlate a una patologica impossibilità di far uscire dal margine, tracciato dal Femminile stesso, ciò che è necessario controllare.

Un esempio ulteriore tratto da uno dei miei romanzi, ovvero Il cammino di un mago, è costituito da Tir Armal, la Torre della Ferocia Animale, capace di attrarre ogni genere di creatura feroce e di mantenerla vicina a sé, come una sorta di armata silente, pronta a sbranare chiunque si avvicini alle sue mura. Nel contempo, spaventa ogni creatura creata con l’ausilio della magia, come se la sua origine magica fosse capace di far vibrare in se stessa quell’aspetto “tremendum” del Femminile insito nel simbolismo femminile che la torre rappresenta. Tir Armal è forse la torre della magia più genuinamente magica, tra tutte quelle presentate in Storia di Geshwa Olers, quella radicata nella parte più originariamente e irreversibilmente sbagliata della lingua magica creata da Onofererne.

L’anima e il suo simbolismo

img_4407L’anima si esprime tramite il simbolismo, dicevamo. Una prova di questo si trova nel modo in cui gli archetipi di cui parlava Jung si ripropongono nell’immaginario. Detto così, potrebbe sembrare che si tratti di un concetto del tutto teorico. Eppure, parliamo di qualcosa che più concreto sarebbe difficile pensare.

Per chiarirlo, faccio un esempio tratto direttamente da una delle scene di Il viaggio nel Masso Verde, il primo volume del mio fantasy, partendo però da ciò che il filosofo Erich Neumann illustra in “La grande madre. Fenomenologia delle configurazioni femminili dell’inconscio” (Astrolabio 1981, cfr. pagg. 156-162).

Parlando del carattere elementare negativo del Femminile, che si traduce normalmente in una figura femminile capace di divorare e distruggere, Neumann ne ripercorre alcune incarnazioni: parla della dea Kâli, che nella sua forma orrenda porta alle labbra il calice-teschio, ma la cui immagine più misteriosa è quella in cui le sue mani sono umane. Una è tesa  E l’altra accarezza teneramente le teste dei cobra. I suoi seni animali, così repellenti, ricordano i seni così simili della dea madre africana. Ma il cobra che le cinge i fianchi come una cintura e che con la testa cappuccio accenna all’utero femminile è lo stesso serpente che si acciambella in grembo alla sacerdotessa cretese dei serpenti, che forma la gonna di serpenti della dea messicana Coaticlue e che circonda i fianchi delle Gorgoni greche. Inoltre,  accanto alla caverna e al corpo-vaso, la porta costituisce, in quanto ingresso e utero, uno dei simboli primordiali della grande madre. La struttura del Dolmen, due pilastri sormontati da un orizzontale, è una delle rappresentazioni più antiche della natura del femminile.

Tutto questo torna in quella scena di Il viaggio nel Masso Verde in cui Geshwa si imbatte in Aissa Maissa. Dapprima si presenta come una sorta di sostituto materno che vuole soccorrerlo, ma poi si mostra per ciò che è: un mostro rinsecchito, dal corpo irto di peli e con un serpente a farle da cintura, che vive in una grotta all’interno della quale sono accatastati i teschi di bambini sacrificati alla sua voglia di morte (non dissimilmente da quanto avviene in certe rappresentazioni della dea Kâli).

Ovviamente, quando scrissi il brano non conoscevo le raffigurazioni della dea Kâli, ma solo quelle delle fade tipiche della zona della Lessinia, cui mi sono ispirato per la rappresentazione della scena. Il recupero di questo simbolismo del femminile, tuttavia, permette di parlare direttamente al cuore del lettore, che pescherà dal pozzo infinito dell’inconscio collettivo quanto è ancora valido per la propria esperienza vitale.

Simbolo e racconto: porta dell’anima

copertina 2Il simbolo è una finestra, aperta sull’inatteso. L’inatteso vive spesso (per non dire sempre) dentro di noi. Se l’inatteso emerge in superficie, ci parla come una novità, capace di modificare il nostro rapporto con il mondo, conseguenza del nostro cambiamento interiore.

Il racconto è una struttura sensata di simboli.

Non esiste, a dire il vero, narrazione che non lo sia, anche la più trita e banale. Certo, nel caso di un racconto scontato e banale, quella che viene utilizzata è una “simbolica” talmente conosciuta, da apparire ormai priva di ogni capacità di smuoverci. Come se ascoltassimo una canzone udita mille volte: la anticipiamo nella nostra mente e la priviamo di ogni possibilità di dirci qualcosa di nuovo.

Si possono, tuttavia, utilizzare simboli conosciuti in modo nuovo, creando collegamenti inattesi, pescando direttamente dalle profondità di se stessi. Ciò che è sorprendente, infatti, nasce sempre dalla sincerità di un cuore. Un’anima capace di raccontare la verità di sé, diverrà capace di narrare secondo una “simbolica” che apparirà sempre nuova, pure se utilizzata già mille volte. Addirittura, un autore può utilizzare sempre lo stesso simbolo, raccontandolo però in un modo sempre differente, creando storie del tutto diverse.

Io, per esempio, ho utilizzato lo “scarafaggio”, creatura per me del tutto repellente, con significati differenti, ma in qualche modo collegati tra loro (e come capaci di creare una struttura di senso leggibile in maniera inconscia), in vari racconti e romanzi: in La faida dei Logontras, in Commento d’autore, in La porta sbagliata e in Scarafaggi.

 

Il fantasy come narrazione simbolica dell’anima

Riddaren_rider_by_John_Bauer_1914Da quando ho iniziato a scrivere fantasy, ovvero all’età di trent’anni, non ho più smesso. La mia prima produzione è stata Storia di Geshwa Olers, ed è al momento il romanzo nel quale mi sento maggiormente coinvolto, perfino a dispetto degli horror, piccoli successi del mio ancora breve cammino di scrittore. Il motivo è presto spiegato: in quanto fantasy, esso fa riferimento diretto alla narrazione simbolica che la nostra anima inscena nella parte più profonda della nostra personalità.

Parlo di anima nel senso che le dava C. G. Jung, ovvero come dell’archetipo femminile insito in ciascuno di noi, capace di farci crescere nel miglioramento. Soprattutto per gli uomini, l’anima è un’attività di continua ricerca e di superamento del limite della situazione di necessità, che ci spingerebbe a rimanere ancorati a ciò che conosciamo dalla nascita. Per evolversi, l’essere umano ha bisogno di cogliere il fascino di tutto ciò che sta ben al di là del piccolo giardinetto privato, ha bisogno di alzare lo sguardo verso il cielo e, se possibile, verso l’orizzonte ancora nascosto. L’anima ci aiuta in questo lavoro continuo.

Per affascinarci e attrarci, l’anima utilizza l’immaginario simbolico. La narrazione simbolica è la più adatta a trascinarci fuori dal nostro giardino, permettendoci di vivere e confrontarci con ciò che risiede nelle nostre profondità, ma che ancora non è stato attivato. L’immaginazione simbolica, così tipica della narrazione fantastica in generale, ma ancor di più della narrativa fantasy – se ben fatta – è l’ancora di salvezza per un essere umano in continua ricerca di un orizzonte più ampio nella vita, spesso così soffocata dalla società in cui viviamo.

Sembro scomparso – aggiornamenti

BANNER versione BpiccoloSembro scomparso, ma non lo sono. La strada per completare il VII volume di Storia di Geshwa Olers (i cui primi sei volumi sono acquistabili su Amazon) è ancora lunga, ma nell’arco di due o tre mesi dovrei riuscire a vedere il traguardo. Vi annuncio già che sarà il volume più rivoluzionario, come ho già scritto altre volte in altri luoghi.

Il sole sulle bianche torri sarà composto da tre parti. La prima di queste è uscita su Feedbooks alcuni mesi fa e non ha avuto il successo in termini di download che avrei sperato, forse perché prima parte di un’unità (al momento) monca. Il che è comprensibile. La seconda parte sarà il punto di snodo di tutta la saga, perché metterà nella giusta luce qualunque cosa sia stata scritta nelle tremila pagine precedenti. La terza parte costituirà la degna conclusione. Il volume comprenderà, ovviamente, tutte e tre le parti.

Nell’attesa di questo VII volume, potete continuare ad acquistare i miei due romanzi horror pubblicati con Dunwich Edizioni (qui trovate Trasmissione inversa), che mi stanno dando piccole soddisfazioni, oppure un altro di quelli autonomamente messi in vendita su Amazon. In ogni caso, ancora un grazie a tutti, in modo particolare a coloro che hanno iniziato a seguire questo blog in un periodo di magra.

Fabrizio

Montecastello – Garda Lake

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Il Monte Baldo, vulcano spento, chiamato Monte Shangil in “Storia di Geshwa Olers”.

Da Montecastello, sulla sponda bresciana del Lago di Garda, si gode di una veduta spettacolare del lago e del Monte Baldo. Il Lago di Garda e il Monte Baldo hanno una particolare importanza nel mio romanzo fantasy Storia di Geshwa Olers: il primo è chiamato Karnaset, il secondo Monte Shängil. Del Karnaset si parla in modo particolare – collegato al Midilonge – in Il viaggio nel Masso Verde, e del secondo se ne parla in modo speciale in La battaglia di Passo Keleb.

Eccovi alcune foto.

Storia di Geshwa Olers e la lettura continua con Amazon

BANNER versione BpiccoloLa bella notizia è che Storia di Geshwa Olers sta lentamente diventando un long… seller (?). Il punto di domanda si riferisce al fatto che non si tratta tanto di essere venduto, quanto, piuttosto, di essere letto tramite kindle unlimited.

A distanza di nove anni da quando pubblicai il primo capitolo gratuitamente sul blog di Splinder, i volumi del mio romanzo fantastico di ambientazione mediterranea continuano a farsi leggere da centinaia di appassionati del genere. Non è per nulla un fatto scontato, anzi, lo prendo come un segnale molto positivo.

Kindle unlimited è il servizio messo a disposizione da Amazon per la lettura gratuita degli ebook in formato .mobi.

Di cosa si tratta? È un abbonamento mensile di circa 10€ che permette di leggere tutti i libri che si vuole rientranti nel servizio, ovvero la maggior parte. Storia di Geshwa Olers è uno di questi. Mese dopo mese sono migliaia le pagine che vengono lette e la cosa non può che rendermi davvero orgoglioso.

Perciò, grazie ancora una volta  a tutti. Se vi piace il romanzo, diffondete la parola. Rimane il mezzo più efficace di pubblicità. Parlatene agli amici, parlatene in famiglia, consigliatelo ai vostri figli in cerca di letture appassionanti, suggeritelo come lettura scolastica. Storia di Geshwa Olers offre più di uno spunto, anche da un punto di vista meramente culturale, non fosse altro per la quantità di leggende tipiche dell’Italia e del Mediterraneo tutto che mette in gioco nella narrazione.

La faida dei Logontras – estratto

copertina 2Buona domenica a tutti. Oggi vorrei proporvi un brano estratto dal secondo volume di Storia di Geshwa Olers. Si tratta di quando Ges arriva alla Divisione di Centa Gnogath, subito dopo essere andato via da Alsi Fårsy. Per quelli di voi che hanno letto con tristezza il suo abbandono del nuovo nido famigliare appena ritrovato, ecco che cosa lo aspetta e le prime considerazioni del futuro guerriero di Passo Keleb.

Buona lettura. Ah, dimenticavo: La faida dei Logontras può essere acquistata a 1€ su Amazon oppure letta gratuitamente con kindle unlimited a questo indirizzo: https://www.amazon.it/faida-dei-Logontras-versione-Storia-ebook/dp/B00HNW4LZ8/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1464499651&sr=8-1&keywords=la+faida+dei+logontras

Un arrivo sfortunato

Divisione di Centa Gnogath, GroneGor Meridionale.

Addì 4° Stob 31 d.I., periodo invernale di Byas.

Ah ah ah, ti dico che non riuscirai mai ad aprirla, Bor.”

Il fante, un uomo tozzo ed esageratamente più grasso di quanto convenisse a un soldato, assestò una pacca sulla spalla del Comandante, con cui aveva molta confidenza.

Impara a stare al tuo posto, Gordo”, gli rispose quello.

Oh, ma sentilo. Si è offeso!” Il fante si volse verso gli altri due uomini di guardia alla porta per condividere quel momento di euforia, ma essi si limitarono a un sorriso neutrale. I due, che indossavano la divisa d’ordinanza, diedero a intendere che per loro un superiore rimaneva sempre un superiore. Gordo, invece, non si era mai fatto di quei problemi, e chissà perché Borallon pareva tollerare di buon grado la cosa.

Il Comandante era seduto a un tavolo di legno massiccio. Su di esso, abbandondati in un vassoio di legno restavano gli avanzi di un pasto più o meno recente: d’ossa di fagiano, dalle quali pendevano ancora alcuni resti croccanti, una scodella di farro cotto e condito con olio, e una pagnotta quasi del tutto integra. Gocce oleose erano schizzate su alcuni fogli di cartapecora, contenenti colonne e righe da riempire con grande noia di scritte nei colori della scrittura grodestiana, nero e rosso. Stringeva in mano una lettera ben chiusa e ripiegata in quattro, come prevedevano le norme per la corrispondenza militare. Un plico sottile che a Borallon pareva sempre più impossibile da aprire. “Ma ci sarà pure un modo di…”

Te lo dico io.” Gordo gli si avvicinò. “È frutto di magia. E se leggi il destinatario della missiva, capirai anche il perché.”

Che cosa c’entra Ershaec con la magia?” Borallon tentò di separare con l’unghia i due lembi di carta, in modo da riuscire a dare per lo meno una sbirciatina, ma il dito scivolò lungo il bordo affilato, provocandoli un taglio superficiale. Una goccia di sangue colò sulla carta. “Che Eus se la prenda! Ci rinuncio!” Gettò il plico sul tavolo.

La goccia di sangue strisciò lentamente oltre il bordo, come sospinta da una forza invisibile, lasciando la carta liscia e pulita.

Le risate di Gordo continuarono fastidiose, accompagnate solo dallo scrosciare della pioggia. Poi il soldato tacque di colpo, mentre il Comandante si asciugava il sangue con uno straccio, che ripose sul tavolo. Quando il Comandante tornò a sollevare lo sguardo, si ritrovò di fronte un giovane.

Alto poco più di un metro e settanta, e vestito con quelli che sembravano abiti da montanaro, il ragazzo aveva i capelli biondi zuppi d’acqua e occhi azzurri così vivaci e sorridenti da stonare totalmente con le condizioni nelle quali si trovava. Ai suoi piedi si stava creando una pozza d’acqua. Uno zaino mezzo vuoto gli ricadeva afflosciato sulle spalle.

E tu da dove salti fuori?” gli chiese Borallon.

Le guardie lo fissavano stupite.

Da Senfe, signore… anzi no, dal Midilonge” spiegò il ragazzo. Il sorriso gli scomparve dal volto e arrossì di vergogna.

Il Comandante prese lo straccio sporco di sangue e glielo gettò addosso. “Asciugati!”

Il ragazzo guardò con orrore le macchie, poi preferì tamponare almeno i capelli, per non buscarsi un accidente. La penombra non gli impedì di notare, a lui che era tutto preso da una famelica curiosità, che il luogo era un cubo perfetto intonacato d’un verde sporco e scrostato, nel quale rifulgeva il baluginio d’un fuoco rossastro nel camino di sinistra. Il calore era insopportabile e osservando il candelabro a sei braccia posto accanto al tavolo, dove alcuni monconi di candele orarie si stavano ormai consumando, comprese quanto tempo fosse passato dalla sua partenza.

Guardati. Fai veramente pena” osservò Borallon.

Sono qui per arruolarmi, signore.”

Il Comandante lo fissò con attenzione. L’espressione con cui aveva accompagnato la sua affermazione sembrava seria e la voce, seppure resa acuta dalla tensione, suonava convinta. Dopo un po’ Borallon scoppiò a ridere, seguito a ruota da Gordo. “Quanti anni hai?”

Sedici, da poco compiuti.”

Te ne avrei dati quattordici… l’età l’avresti. Come ti chiami?”

Geshwa Olers, signore, e vengo dal Masso Verde.”

Hai deciso se dal Midilonge o da Senfe?”

Non cogliendo la serietà della domanda, Gordo si mise a ridere. Borallon lo squadrò severamente, cosa che lo mise a tacere. Quanto alle due guardie, avevano tutta l’aria di sopportare sempre meno il compagno.

Sono originario di Senfe, ma ultimamente ho vissuto lungo il Midilonge, a ovest.”

E te la sei fatta a piedi? Fin da lì?” Geshwa confermò con un cenno del capo. “Se non altro, hai gambe! Buon per te, visto che dovrai fare ancora un bel po’ di strada. Non era qui che dovevi venire.”

No?” Geshwa sentì un certo scoraggiamento farsi strada dentro di lui, mentre restituiva lo straccio.

No. Questa è la Divisione di Centa…”

Lo so. La Centa Gnogath!” Si avvide all’ultimo che aveva interrotto il Comandante. “Scusate se vi ho…” cominciò.

Devi andare alla Divisione di Battaglione. Lì ti presenterai al preposto di piantone. È il Battaglione del GroneGor Meridionale, ai piedi dei Colli delle Aquile. Questa volta non sbagliare.”

I Colli delle Aquile?” ripeté Geshwa, scurendosi in volto. “Ci sono passato questa mattina…”

Allora sei stato sfortunato, ragazzo. Dovevi fermarti lì. Comunque prenditela comoda. L’esercito potrà fare a meno di te ancora per un po’.”

Guardandosi intorno, Geshwa si chiese se fosse quella la vita che voleva fare. L’ambiente in cui si trovava non era esattamente il massimo della vita e non concedeva granché alla comodità. La sedia su cui sedeva Borallon era l’unica di tutta la sala. Non vi erano altri tavoli o indizi di svago alcuno. Alzò gli occhi al grande grit-lah sulla parete dietro il Comandante, sul quale era inciso il simbolo della Divisione Gnogath, consistente nel profilo d’un mastodontico essere dal lungo collo, inserito in un esaedro bordato di un metallo che poteva anche essere oro. Più in alto, una scritta in avorio: Ofer at Inosham, Coraggio nella Pace. Doveva essere il motto della Divisione.

Geshwa decise di ricacciare la domanda da dove era venuta, per non assommare sconforto a delusione. Salutò e ringraziò, prima di girarsi e di uscire nuovamente sotto la pioggia.

Aspetta, Olers” lo richiamò il Comandante. “Avrai bisogno di qualcosa da mangiare.”

Sì, in effetti non mi è rimasto più niente.”

Tieni questo, allora.”

Geshwa vide la mano del Comandante scendere verso il vassoio con gli avanzi e afferrare un tozzo di pane. Glielo lanciò. Lo prese al volo, guardandolo con occhi desiderosi. “Grazie, signore”. Lo ripose nello zaino fradicio e uscì dalla Divisione di Centa.

Estratto da Il viaggio nel Masso Verde

ges2011Per voi, un piccolo estratto del primo volume di Storia di Geshwa Olers. Ovvero, quando Geshwa e suo padre attraversano il Ponte di Makut. Visto il tempo non proprio primaverile, è un brano più che adatto. Buona lettura. Vi ricordo che se volete acquistarlo, potete farlo qui (dove potrete anche leggerlo gratuitamente con kindle unlimited): https://www.amazon.it/viaggio-nel-Masso-Verde-versione-ebook/dp/B00HNVXIQC/ref=pd_rhf_gw_p_img_1?ie=UTF8&refRID=M0839F99GNHJKEMB1YVC

Dal terzo capitolo:

Sbucando dalla protezione degli alberi, Geshwa comprese in un attimo come mai quel ponte avesse ispirato simili storie. Un blocco massiccio di pietra grigia, possente e liscio, congiungeva i due lati della gola attraversata da un torrente, di cui si udiva il rumore fragoroso. La luce residua del sole si stendeva su punte rocciose e manto boscoso con una tinta malinconica che sapeva di stagioni passate. L’acqua fluiva come la colata d’argento fuso di un cesellatore. Ai bordi del ponte, pali di legno sostenevano una catena per la lunghezza di tutto l’attraversamento. A sinistra c’era la rientranza del fronte montuoso, nella quale si moltiplicavano buche, radici e grotte. Di certo quella costruzione, fosse naturale o no, dava proprio l’impressione di essere stata creata con un aiuto sovrumano.

“È bellissimo” esclamò Geshwa. Non si fermarono e mentre si accingevano a oltrepassarlo, si chiedeva se la sua Presenza sarebbe stata rapita dal Figlio della Disperazione.

Alla sua destra si apriva un’ampia vallata, nella quale si diffondevano sempre più le brume del tardo meriggio, espandendosi sul vasto mantello sottostante della grande foresta. Le aquile si libravano nell’aria nascondendosi a tratti tra nubi bianche e scure. La natura selvaggia del posto rendeva subito l’idea di ciò che i primi abitanti dell’antico Impero potevano aver visto non appena giunti dal Regno perduto di Unalion.

Quando i muli misero zoccolo sulla pietra della campata, Geshwa guardò a sinistra della volta del ponte, sulla parte bassa della parete montuosa, dove si trovava una caverna ampia e molto buia. Sembrava profonda e alla mente di Geshwa trasudava umido e freddo, infondendo apprensione.

I due muli ragliarono e si fermarono a guardare lo strapiombo sotto di loro, forse spaventati.

“Forza somarello!” sollecitò Sitòr. Gli animali si mossero di poco, riprendendo il cammino per giungere dall’altra parte.

Quando furono nel bel mezzo del ponte, lo sguardo di Geshwa, che aveva ancora sul volto l’ammirazione per la grandiosità del paesaggio, tornò a posarsi sulla caverna. Non capì se si trattava dello scherzo dei suoi occhi o dell’abbaglio temporaneo provocato da un morente raggio di sole, ma fu sicuro di scorgere un luccichio. Il mulo proseguì. Poi però Ges lo rivide e il suo timore divenne manifesto. “Papà, mi sembra che ci sia qualcosa. Dentro la caverna”.

Il mulo parve averlo sentito e si fermò di colpo, prendendo a ragliare con occhi sbarrati. Vedendo che l’animale non aveva intenzione di proseguire, riempiendo di versi echeggianti la vallata, Sitòr scese dalla groppa del suo e cercò di tirare entrambi, afferrandoli per le briglie. “Deciditi, stupida bestia, se non vuoi che ti lasci qui o ti butti giù!”

Il mulo pareva preoccupato più da altro. Sitòr tirò fuori dalla bisaccia una grossa carota, che l’animale disdegnò con un raglio scorbutico. La sua cavalcatura, invece, appariva più tranquilla e si mosse placida per proseguire.

“Guarda il tuo compare” disse Sitòr rivolgendosi al ciuco di Geshwa, “e impara da lui”.

Geshwa continuava a intravedere strani sfarfallii luminosi lungo la parete della grotta. “Ti dico che lì dentro c’è qualcosa, papà” ripeté. Ne provò un fascino spaventato. Sembrava che le rocce fossero ricoperte di diamanti.