Sentieri verso L’isola dei morti – 2 – Lenin e Hitler

Due regimi totalitari, tra loro così diversi come potevano essere la Russia rivoluzionaria e la Germania nazista, trovano un punto di contatto (non l’unico) nell’Isola dei morti di Arnold Böcklin.

Cominciamo da Lenin.  Vladimir Il’ič Ul’janov, chiamato anche Vladimir Lenin o Nikolaj Lenin, pare avesse un legame ossessivo con quel quadro, un legame che potrebbe averlo influenzato nel corso di tutta la sua vita, sebbene con modalità per lo più inconsce. Marco Dolcetta, autore, produttore e regista di cinema, televisione e programmi radio, ha speso un po’ di tempo per approfondire la presenza del soggetto de L’isola dei morti di Böcklin nella vita di alcune personalità del primo Novecento. Tra esse anche Vladimir Lenin. Ecco quanto riporta nel suo testo:

Non è senza interesse richiamare il fatto che vari uomini politici, tra quelli che hanno segnato il secolo, hanno avuto un legame particolare con L’isola dei morti, legame dove, si può rischiare di pensare, si annunciano e si avverano precoci e spaventose affinità con una estrema violenza mortifera. Per molto tempo Lenin a Zurigo è andato a letto in “vicolo dello Specchio”, sotto il quadro di Böcklin appeso sopra il suo letto. In Lenin a Zurigo, titolo dell’opera di Solgenitzin, l’autore dell’Arcipelago Gulag, descrive sommariamente la “via dello Specchio”, e anche la camera di Lenin: “Spiegelgasse è a dorso d’asino, una piccola collina a parte… La sua camera: cella carceraria per due. Due letti, un tavolo, delle sedie. Una stufa in ghisa. Il tubo dentro al muro… una cassa per libri capovolta serve da ripiano”. Solgenitzin menziona il quadro di Böcklin. Lo scrittore russo non dubita che L’isola dei morti, gli avrebbe poi ispirato qualche lunga pagina dalle scure profetiche risonanze. Solgenitzin ignorava che Rachmaninoff avesse composto un poema sinfonico intitolato L’isola dei morti nel 1908. Evoca tuttavia i “pesanti effluvi degli appartamenti” e “il pesante sguardo di morte” che Nadia percepisce nel suo compagno in stato di ruminazione del grande progetto rivoluzionario. Ci si può allora chiedere quali segnali o quali effluvi, alla Swedenborg o alla Strindberg, hanno potuto lungo il muro costeggiarsi fino ad arrivare al cranio calvo surriscaldato del capo bolscevico il cui trionfo avrebbe, sotto il pugno di acciaio di Stalin, trasformato la Russia, diventata Urss in un gigantesco arcipelago della morte.

Da “Arrivo all’isola dei morti”, saggio di Marco Dolcetta.

Può trattarsi benissimo di una suggestione legata al senno del poi, cioè al fatto di sapere che Lenin, come d’altronde Hitler, di cui parleremo di qui a poco, ha legato il suo nome al terrore e alla paura come forma di risoluzione dei conflitti. A Lenin si ascrive l’istituzione del gulag e fu lui a sostenere che, data la situazione (cioè la problematicità mostrata nell’avanzata russa verso l’applicazione della rivoluzione), il terrore si imponeva come mezzo di soluzione.

Ugualmente di concetto del terrore o, se vogliamo dire meglio, di follia come via di contrasto e di controllo, si nutrì lo stesso Adolf Hitler, che, secondo i migliori complottismi di vecchio e nuovo secolo, aveva di mira la stabilità mentale della popolazione (si legga ciò che riguarda l’accordatura degli strumenti a 440 Hertz in questo articolo).

Dell’Isola dei morti si innamorò anche il Führer, in modo particolare della terza versione, quella del 1883 eseguita per Gürlitt, che diede il nome famoso al quadro. Hitler, che era appassionato cultore dell’occultismo, vedeva la simbologia del quadro in perfetta linea con il soprannaturale che lui stesso frequentava. Egli lo acquistò in un’asta del 1933, presentandosi in abiti civili ai presenti che, di certo, non dovettero sentirsi molto tranquilli (lasciatemi un poco di romanticismo) al vederselo vicino.

A sinistra Molotov, al centro Ribbentrop e a destra Hitler. Alle sue spalle, la terza versione de L’isola dei morti.

Colui che viene considerato l’emblema del totalitarismo più oscuro, conservava il dipinto in una stanza, lo studio della Cancelleria del Reich, in cui avvennero alcune cose: la prima, l’incontro tra Hitler, il Ministro degli Esteri tedesco Joachim von Ribbentrop e il Presidente dei Commissari del Popolo russo Vjačeslav Molotov. I tre siglarono il 12 novembre 1940 la rettifica e la messa a punto del Patto Molotov-Ribbentrop, il trattato di non aggressione fra il Reich e l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, che era stato firmato già nel 1939. Ricordiamocelo, questo accordo tra nazisti e russi, quando oggi gli aggressori lanciano nell’etere informatico-informativo disinformazione ai danni di un popolo aggredito. La seconda, alle ore 15.30 del 30 aprile 1945, perduta la guerra, Hitler si spara alla testa proprio in quella stanza. Il dipinto fu sottratto dai sovietici che entrarono nel bunker e lo portarono a Mosca, dove rimase fino al 1979, quando lo restituirono a Berlino.

Una scia oscura, quella legata al dipinto di Böcklin, che pare attingere alle dinamiche più nascoste e/o inconsce dell’essere umano, come vedremo nel prossimo articolo dedicato a Freud e a Dalì.


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