10 colonne sonore per la scrittura

welcome-to-twin-peaks-1200x628-facebookLe colonne sonore soffrono spesso di un carattere ancillare nei confronti dei film che sono costrette – talvolta loro malgrado – a sorreggere.

A differenza della musica classica, una colonna sonora non può non rievocare le immagini del film che sono costrette a rendere sostanziose. Una soundtrack può essere più o meno corposa, più o meno indipendente, ma tale sembra essere il suo destino. Eppure, ci sono alcune musiche da film (o da sceneggiato) che sono state capaci di ispirarmi forse più del film (o dello sceneggiato) che erano destinate ad accompagnare. In alcuni casi si tratta di veri e propri capolavori: forse tra cent’anni non si vedranno più i film che ne hanno occasionato la scrittura, ma le si celebrerà per ciò che sono, ovvero musica “classica” di fine Novecento o inizio Duemila.

La lista che segue non è per importanza, ma è frutto di una memoria scombinata. La mia.

  1. Il Commissario Montalbano (specialmente Nenia mediterranea), di Franco Piersanti. Unica la capacità di evocare una Sicilia sospesa nel tempo.
  2. Il segreto del Sahara (specialmente Saharan Dream), di Ennio Morricone. La mirabile avventura nella quale ognuno vorrebbe trovarsi.
  3. Hook (specialmente PrologueNapped), di John Williams. L’avventura è arrivata.
  4. The Third Man (specialmente il tema principale), di Anton Karas. Una situazione intrigante, a prescindere.
  5. Blade Runner (soprattutto End Titles), di Vangelis. La filosofia della fantascienza.
  6. La piovra (specialmente Main Theme), di Ennio Morricone. L’Italia non è mai stata semplice.
  7. The Mission (specialmente Gabriel’s Oboe), di Ennio Morricone. Mai Paradiso fu più complicato.
  8. La finestra di fronte (soprattutto Il pensiero di te), di Andrea Guerra. Struggente memoria.
  9. The Two Towers (soprattutto Evenstar), di Howard Shore. L’eterna fonte del sogno.
  10. Twin Peaks (soprattutto Main Theme), di Angelo Badalamenti. L’effimero dell’evocazione si fa eterno sogno (oppure incubo?).

Bruciare tutto, di Walter Siti

sitiHo letto l’ultimo romanzo di Walter Siti, Bruciare tutto, che tante polemiche ha suscitato soprattutto in seguito alla “stroncatura” che ne ha fatto Michela Marzano, seguita poi dalle critiche di alcuni giornali. Mosso dalla curiosità, mi sono procurato prima Exit strategy (non avevo mai letto nulla di Siti), per poi approdare alla sua ultima fatica. Ecco quello che ne penso, sempre che vogliate saperlo.

Premessa necessaria e, secondo me, importante: sono un cattolico praticante, insegno Religione Cattolica nella Scuola dell’Infanzia, perciò ho a che fare con bambini dai 2,5 ai 6 anni. Lo dico per contrastare fin dall’inizio l’idea invalsa in alcuni che il romanzo di Siti possa suscitare la pregiudiziale opposizione di chi – eventualmente – è cristiano, cattolico ed educatore. Detto questo, procediamo.

Innanzitutto, una sorpresa: la scrittura di Siti è estremamente piacevole, una straordinaria scoperta. Il suo stile si inserisce nel solco di quelle scritture post-moderne che amo, un poco in stile Wallace, debitrici di Joyce e di Faulkner, e che senz’ombra di dubbio lo elevano all’altezza dei migliori scrittori esistenti. Qualcuno ha parlato di stile difficile: può darsi, ma tale difficoltà dipende molto probabilmente dall’impreparazione della maggior parte dei lettori a un tale livello. Qui e qui ho cercato di approfondire l’argomento della facilità e difficoltà nella narrazione.

L’argomento scabroso: il prete pedofilo. Allora, che la pedofilia sia ancora considerato un argomento scabroso è ovvio e necessario, sebbene Siti mostri degli aspetti da un lato scontati (e, vorrei dire, da “sparo sulla Croce Rossa”) e dall’altro meno ovvi, forse quelli maggiormente capaci di suscitare una discussione. Cioè: il prete pedofilo è forse una facilitazione nella quale lo stesso Siti è caduto. Si sarebbe potuto leggere di un insegnante pedofilo, di un padre di famiglia importante, di un famoso psicologo, e l’effetto sarebbe stato lo stesso. Certo, il sacerdote presenta tutta una serie di ulteriori côté d’approfondimento, cioè il suo rapporto con la verità, il suo rapporto con la sincerità della propria vocazione, il suo rapporto con la religione, il suo rapporto con i più deboli, argomenti che spiccano in modo particolare proprio perché lui è un sacerdote. Ma non sono del tutto convinto che il medesimo effetto non lo si sarebbe ottenuto con altre figure. L’aspetto, invece, meno ovvio è dovuto ai desideri sessuali del bambino di 10 anni e al suo suicidio: improbabile il secondo, da intendere bene il primo. I bambini hanno la loro sessualità, fuor di dubbio, e possono anche avanzare delle richieste. Ma tali richieste, sia ben chiaro, non sono “sessuali”, sono richieste d’affetto, di solito esplicitate in forma fisica attraverso il contatto, che però veicola il significato di vicinanza. Nel romanzo, il bambino parla come un adulto – anche se non sempre – e come un adulto chiede al protagonista Leo, il sacerdote, di potergli toccare il pisello. Insomma: certezze e dubbi sui due protagonisti del romanzo.

Però: l’argomento scabroso non è, secondo me, il vero centro della storia. La pedofilia non è argomento nuovo e, forse, solo in Italia può far parlare così tanto, spostando l’attenzione dal vero nucleo argomentativo del romanzo: la società italiana, che ne esce a pezzi. La Milano in cui tutto funziona è un tessuto talmente disgregato, che si fa davvero fatica a rintracciare una linea continua di normalità, o di quella che un tempo avremmo considerato normalità. La parte triste della faccenda è che, a leggere la narrazione avvincente di Siti, sembra di leggere la realtà, ma si termina il romanzo domandandosi: è davvero questa l’Italia? Per una sua parte (considerevole? minoritaria?), sì. Per ciò che riguarda me, invece, no, e se il no vale per me, sono portato a credere senza presunzione che valga anche per buona parte della popolazione rimanente.

Sono casi estremi, quelli di cui parla Siti, sono situazioni del tutto particolari, messe assieme per raccontare una storia nella quale, per “bruciare tutto” al rogo di convinzioni personali incancrenite, alla fine si distrugge tutto. E questo è l’aspetto più significativo della sua storia.

Un ulteriore aspetto: il prete. Leo non è un sacerdote ordinario, nel senso che è uno che ha una coscienza molto accesa, un coraggio di parola e una consapevolezza del proprio ruolo fuori dall’ordinario, purtroppo assente in molti preti. Tuttavia, a stento ho riconosciuto nel suo personaggio un vero prete. Forse ci sarà qualche prete che pensa come pensa lui, ma sembra che, in fin dei conti, Leo sia un prete “per sbaglio”, mentre Fermo, il parroco anziano, appare come un prete vero e proprio, molto più simile alla realtà (realtà che rimane quasi sempre ai margini di questo romanzo).

In definitiva, Bruciare tutto è una bella lettura, perciò, ma anche problematica, dove l’aspetto che tanto è stato contrastato da certi media è probabilmente uno dei meno importanti del romanzo.

Sul facile e il difficile nella letteratura

Vorrei approfondire un aspetto che riguarda non solo la letteratura, ma che ultimamente sta facendo ben discutere, grazie alle osservazioni mosse da vari critici all’ultimo romanzo di Walter Siti, Bruciare tutto. Lo sto leggendo, sono a tre quarti, è una lettura “felice”, non nel senso che il romanzo sia felice o parli di un bell’argomento. Tutt’altro. Nel senso, piuttosto, che si tratta di uno di quei romanzi che davvero leggi tutto d’un fiato. L’argomento è scabroso, ma come quello di molti altri romanzi. Molte critiche moralistiche hanno fatto confusione tra l’autore e il protagonista. Inoltre, abbiamo a che fare con letteratura. Sarà ricordato nella storia della letteratura? Non lo so, solo il tempo potrà dirlo, ma si tratta comunque di letteratura. Vorrei, dunque, approfondire due concetti che mi sono sempre stati molto cari, ma che di recente hanno provocato una grande discussione grazie a scrittori e/o critici quali Giulio Mozzi e Gilda Policastro.

Prendiamola alla larga. Ieri sera, in una trasmissione su Rai Tre sono stati presentati due cantanti. A detta del presentatore, che sfodera sempre superlativi assoluti, distribuendoli più che altro come noccioline agli elefanti di uno zoo, il primo era un artista, il secondo era una “grande” artista. A voler essere generosi, il primo era – a giudicare dal risultato – l’autore di una nenia clamorosa vestito con una giacca stravagante; la seconda, invece, certo più brava, sarebbe stata giudicata in maniera adeguata definendola semplicemente: una cantante. E nemmeno delle più dotate, dico io. Ma, sapete, facendo un omaggio alla grande (per ben altri meriti) Makeba, lei è apparsa al bravo presentatore più “grande” del primo forse per proprietà transitiva della povera omaggiata.

Ciò che qui è in discussione non è la bravura (per me del tutto assente) dei due cantanti, ma la qualifica di artista. Subito dopo i due cantanti, è stato intervistato il grande fotografo (stavolta l’aggettivo è mio) David LaChapelle: con lui tutto ha assunto la sua giusta connotazione. I due cantanti sono stati presto dimenticati, ora c’era davvero un artista. Di quelli veri, uno per cui la parola artista non soffre di un’esagerazione funzionale che ne svuota totalmente il contenuto. Le fotografie di LaChapelle non sono facili. Inoltre, spesso sono complesse. Se un’immagine è difficile ed è anche complessa, non è detto sia pure bella. D’altronde, se un’immagine è bella non vuol dire che sia anche artistica. Ma quelle di LaChapelle sono artistiche, anche se – talvolta – brutte.

L’artisticità sta, in questo caso, nell’offrire una lettura differente (possibile) di ciò che l’immagine mostra: e perché questo accada, è necessaria una certa complessità di riferimenti che potrebbe, tra le altre cose, determinare una certa difficoltà di lettura e interpretazione.

1263225629780_leonardo_da_vinci_010_san_gQuesto vuol dire, secondo me, che un’opera artistica deve contemplare una difficoltà di interpretazione (non per forza di lettura), dovuta alla complessità dei suoi rimandi, espliciti o impliciti. Prendete il San Giovanni Battista di Leonardo: la sua artisticità non risiede solo nel concetto necessario alla sua esecuzione tecnica e figurativa (che già è un aspetto di difficoltà non indifferente), ma nelle possibilità di interpretazione dell’immagine. Eppure, il risultato visivo è di una semplicità strabiliante. Allora, la semplicità di quest’immagine è il risultato di una complessità di concetto e di riflessione del progetto che permette di cogliere uno dei motivi per i quali Leonardo è da considerare un artista.

Artista è parola ormai abusata, è talmente svuotata del suo contenuto, che equivale a dire artigiano. I due cantanti di ieri sera possono piacere, ma non erano niente più che artigiani, e anche dei più scarsi. Quante volte abbiamo sentito un impiegato di banca (non ho nulla contro gli impiegati di banca, io ero impiegato di banca, prima di liberarmi; è solo per fare un esempio) definirsi – o essere definito da altri – artista per il solo fatto di aver preso in mano un pennello e composto un’opera che lui dice “astratta”?

Quante volte abbiamo sentito parlare sedicenti scrittori (scrittori, per inteso, solo perché hanno preso una penna in mano, scritto un centinaio di pagine e, stampatele con un sedicente editore, se non un self, le hanno presentate al pubblico)? E, secondo voi, lo erano?

Non voglio ergermi a giudice di nessuno, ma è pur necessario stabilire cosa distingue uno scrittore da uno scribacchino, un pittore da un impiastratore.

La difficoltà di esecuzione, signori, e la complessità di riferimenti. Che, talvolta, possono determinare una difficoltà di lettura e interpretazione in chi è sprovvisto dei codici per accedere alla sua comprensione.

Alla ricerca del fantasy perduto

IMG_4662
Come bere un bicchier d’acqua.

Ispirato da questo post di Giulio Mozzi, ho pensato di approfondire il tema del facile/difficile, semplice/complesso in relazione al fantasy. Iniziamo.

Semplice attiene al numero di elementi; facile alla possibilità di comprensione.
Complesso attiene al numero di elementi; difficile alla possibilità di comprensione.
Semplice è ciò che ha pochi elementi; facile è ciò che viene capito subito.
Complesso è ciò che ha molti elementi; difficile è ciò che viene capito successivamente.
Semplice può anche essere difficile: perché pochi elementi possono essere talvolta capiti solo successivamente. Facile può anche essere complesso: perché molti elementi possono anche essere capiti talvolta subito.
Semplice può trasformarsi in complesso: se ogni elemento semplice contiene in sé il simbolo di una complessità. Facile può trasformarsi in difficile: se ogni elemento facile non è ciò che sembra.
Anche il semplice che in realtà è complesso può rimanere semplice se chi legge non coglie quella complessità. Anche il facile che in realtà è difficile può rimanere facile se chi legge non coglie ciò che il facile potrebbe sembrare.
C’è un complesso che in realtà è semplice: quando esso contiene solo fuffa.
C’è un difficile che in realtà è facile: quando esso contiene solo fuffa.
Fuffa è un concetto semplice per chi lo capisce; fuffa è un concetto difficile per chi non lo capisce. Ma fuffa può essere un concetto complesso, se chi lo usa lo estende ad elementi eterogenei. Fuffa può anche essere un concetto facile, se chi lo usa accomuna gli elementi cui fuffa si riferisce.
Facile e semplice, così come difficile e complesso, non sono concetti omogenei: si riferiscono a realtà completamente differenti. Eppure la confusione è grande.

Il ragionamento che ho effettuato in apertura di articolo è facile o difficile? È semplice o complesso? La risposta è facile: tale ragionamento apparirà facile a chi è abituato alla complessità, mentre apparirà difficile a chi è abituato solo alla semplicità. In questo caso, la complessità si scontra con la capacità di cogliere il significato immediato. Inoltre: il ragionamento d’apertura è fuffa oppure no? La risposta anche questa volta è semplice: sarà fuffa per chi pensa che il ragionamento sia inutile, non lo sarà per chi pensa che invece sia utile.

Proviamo a renderlo ancora più utile (sì, io penso che il ragionamento d’apertura sia utile,  sebbene le categorie utile/inutile siano del tutto differenti da quelle di cui ho parlato finora): applichiamolo al genere fantasy.

Il signore degli anelli è un romanzo facile o difficile? Semplice o complesso? La risposta che mi viene da dare è che sia facile quanto alla lettura, per l’ampia possibilità di comprensione che presenta, mentre penso che sia complesso in quanto offre un incredibile numero di elementi, simbolici e no, su cui poter ragionare. Allo stesso tempo, Il signore degli anelli diviene difficile nel momento in cui si accede all’ambito simbolico della scrittura. Se si applica un ragionamento teso a comprendere i significati del romanzo, non si finisce più. Lo stesso ragionamento si può applicare alla saga della Torre nera di Stephen King, laddove il continuo riferimento ai suoi romanzi, e perciò ad altre storie, rende complessa una storia in sé lineare e piuttosto semplice. La complessità, poi, aumenta notevolmente nel momento in cui si arriva al termine e si scopre che la dinamica del racconto è ciclica. In che modo è possibile pensare tutto ciò che è stato narrato alla luce del fatto che la fine corrisponde all’inizio?

Interroghiamoci adesso sugli epigoni del romanzo principale di Tolkien:  la fiumana di romanzi che più o meno esplicitamente vi si ispirano,  appartiene alla categoria deL semplice o del complesso? È facile o difficile? Se guardiamo l’aspetto del solo scrittore, potremmo dire che una storia può essere facile o difficile, semplice o complessa, a seconda di come l’autore decide di posizionarsi in riferimento al proprio progetto di scrittura. Ma se guardiamo anche il côté dell’editore, molto probabilmente la storia “dovrà” essere facile, oltre che semplice. Questo perché è molto più facile vendere un romanzo facile, ovvero di immediata comprensione, piuttosto che difficile. È, molto più facile vendere un romanzo semplice, ovvero lineare, che complesso.

Le case editrici italiane, non so quelle estere, spingono ultimamente verso la facilitazione e la semplificazione. Così facendo, non aiutano la crescita degli scrittori in erba, che cresceranno nella convinzione che un romanzo funzioni quando è facile e semplice.

Ma il fantasy (e il fantastico), più di altri generi, si presta alla complessità.

Tuttavia, più di altri generi, esso richiede di essere facile, perché la complessità  di un mondo che non è il nostro e che sia anche difficile, non funzionerebbe. Il romanzo fantasy è molto più abbordabile se la storia fila liscia: la complessità sta nella ricchezza simbolica che il romanzo fantasy può offrire. Eppure, il romanzo fantasy è anche sempre più facile e sempre più semplice. Dove è finito il vero grande romanzo fantasy che ti permette di vivere in un mondo completamente diverso, ma che nello stesso tempo è anche un romanzo complesso, capace di riscoprire tutti i livelli di esistenza propri dell’esperienza del lettore?

Ovviamente, tutto ciò che ho detto non ha nulla a che vedere con le categorie di bello e di brutto: spesso, ciò che è semplice è molto più bello di ciò che è complesso. Talvolta, però, ciò che è facile è un facile di grande bruttezza.

La cultura difficile ci farà uscire dalla caverna

c_4_articolo_2161473__imagegallery__imagegalleryitem_0_imageQualche tempo fa circolava in rete questa fotografia. Vi si vede Mark Zuckerberg (tutti sapete chi sia) mentre cammina in mezzo a una platea di persone connesse a una realtà virtuale, lui, invece, unico a vedere la realtà per ciò che è. Ovviamente mi ha fatto venire in mente il mito della caverna di Platone, tratto dalla Repubblica. Ecco cosa dice, al libro VII:

“[…] riguardo alla cultura e alla sua mancanza, immaginati la nostra condizione nel modo seguente. Pensa ad uomini in una caverna sotterranea, dotata di un’apertura verso la luce che occupi tutta la parete lunga. Essi vi stanno chiusi fin dall’infanzia, carichi di catene al collo e alle gambe che li costringono a rimanere lì e a guardare soltanto in avanti […] In alto, sopra di loro, brilla lontana una fiamma; tra questa e i prigionieri corre una strada in salita, lungo la quale è stato costruito un muretto, simile ai paraventi divisori al di sopra dei quali i saltimbanchi mostrano al pubblico i loro prodigi.

[…] Ecco dunque lungo quel muretto degli uomini che portano oggetti d’ogni sorta che sopravanzano il muretto, e immagini di uomini e di animali in pietra, in legno e in fogge d’ogni tipo. […] Pensi, in primo luogo, che di se stessi e dei compagni abbiano visto qualcos’altro se non le ombre proiettate dalla fiamma sulla parete della caverna di fronte a loro? […] E non si trovano nella stessa situazione riguardo agli oggetti che vengono fatti sfilare? […] Se dunque potessero parlare fra loro, non credi che considererebbero reali le immagini che vedono? […] E se la parete opposta della caverna rimandasse un’eco? Quando uno dei passanti si mettesse a parlare, non credi che essi attribuirebbero quelle parole alla sua ombra? […] Allora per tali uomini la realtà consisterebbe soltanto nelle ombre degli oggetti.”

Ecco, oggi fermiamoci qui e facciamo quest’operazione: proviamo a immaginare che quella caverna sia il mondo digitale con cui ormai abbiamo a che fare giornalmente. Meglio ancora: immaginate che quel mondo digitale sia perfino un contenitore di contenitori, senza la possibilità di cogliere il fondale ultimo della proiezione. Comunque sia: la caverna è il mondo digitalizzato.

L’apertura verso la luce è l’interfaccia che la digitalizzazione ha ormai frapposto tra noi e la realtà. È talmente pervasiva, che riesce a ingannare i nostri sensi fino al punto da sembrare ormai necessaria. Ancora peggio: ci sono i cosiddetti nativi digitali. Loro sono fin dall’infanzia immersi nella digitalizzazione. Le catene al collo e alle gambe sono non solo quasi metafora dei cavi – visibili o wi-fi – delle nostre device, ma le decisioni che qualcuno ha preso su tale mondo digitalizzato. Non siamo noi i reali giostrai di 0 e 1, ma qualcun altro. Vogliamo dire, per esempio, Zuckerberg? Diciamolo. Giusto per fare un esempio. Zuckerberg ha posto una fiamma – le sue sequenze di 0 e 1 – che proietta ombre sul muretto costruito lungo la salita. E che sia una salita, quella che percorriamo giorno dopo giorno, non vi è dubbio.

Gli oggetti d’ogni sorta che portano gli uomini lungo la salita, non sono forse gli oggetti che i demiurgi del mercato hanno deciso che noi dobbiamo portare? E non proiettano l’ombra che noi contribuiamo a scegliere per noi stessi (perché se non si fosse capito, quegli uomini in salita siamo noi) su quel muretto della caverna digitale (che, se si fosse capito ancora meno, è la nostra realtà di mercato, tutta intera) credendola reale? Facciamo attenzione: non vediamo ancora noi stessi; vediamo solo la nostra ombra, capace di oscurare le differenze interne alla nostra facoltà di decisione. Ciò che scegliamo per noi è in parte nostro e in parte (quanta?) di qualcun altro, capace di influire sulle nostre scelte senza che ce ne rendiamo conto fino in fondo.

Perfino le voci riecheggiano, anche quando sosteniamo discorsi con grande convinzione, e sembrano uscire dalle ombre, senza che possiamo più distinguere chi sia a emetterle. Cosa ci garantisce che quelle voci che siamo convinti essere nostre, non siano in realtà voci di qualcun altro? Vi ricorda qualcosa?

Bene, per oggi ci fermiamo qui. Ma tra un paio di giorni proseguiamo con questo parallelismo tra il mito della caverna e la nostra realtà (digitalizzata).

 

Simbolo e racconto: porta dell’anima

copertina 2Il simbolo è una finestra, aperta sull’inatteso. L’inatteso vive spesso (per non dire sempre) dentro di noi. Se l’inatteso emerge in superficie, ci parla come una novità, capace di modificare il nostro rapporto con il mondo, conseguenza del nostro cambiamento interiore.

Il racconto è una struttura sensata di simboli.

Non esiste, a dire il vero, narrazione che non lo sia, anche la più trita e banale. Certo, nel caso di un racconto scontato e banale, quella che viene utilizzata è una “simbolica” talmente conosciuta, da apparire ormai priva di ogni capacità di smuoverci. Come se ascoltassimo una canzone udita mille volte: la anticipiamo nella nostra mente e la priviamo di ogni possibilità di dirci qualcosa di nuovo.

Si possono, tuttavia, utilizzare simboli conosciuti in modo nuovo, creando collegamenti inattesi, pescando direttamente dalle profondità di se stessi. Ciò che è sorprendente, infatti, nasce sempre dalla sincerità di un cuore. Un’anima capace di raccontare la verità di sé, diverrà capace di narrare secondo una “simbolica” che apparirà sempre nuova, pure se utilizzata già mille volte. Addirittura, un autore può utilizzare sempre lo stesso simbolo, raccontandolo però in un modo sempre differente, creando storie del tutto diverse.

Io, per esempio, ho utilizzato lo “scarafaggio”, creatura per me del tutto repellente, con significati differenti, ma in qualche modo collegati tra loro (e come capaci di creare una struttura di senso leggibile in maniera inconscia), in vari racconti e romanzi: in La faida dei Logontras, in Commento d’autore, in La porta sbagliata e in Scarafaggi.

 

Magia e narrativa, nuovo articolo

corpus1È stato pubblicato su Medeaonline, rivista culturale con la quale collaboro da alcuni mesi. Parla della magia come codice di lettura della realtà, nella narrativa. E si parla anche di Faust.

Tratto dall’elaborazione della nuova tesi per la Laurea Magistrale in Scienze Religiose, l’articolo intitolato Magia e narrativa, uno sguardo critico, è stato pubblicato nella sua prima parte lunedì 15 agosto. Oggi, la seconda parte. Qui e qui.

Ho tentato di avvicinare la magia senza pregiudizi, come sistema di lettura del mondo e della realtà attraverso alcuni strumenti fornitimi dalla filosofia. Quanto si legge nell’articolo è, ovviamente, solo il “risultato” già applicato di quanto viene sviluppato nella tesi (forse di prossima pubblicazione per i tipi di un editore piuttosto significativo…), lunga poco più di un centinaio di pagine.

Attendo un vostro parere sull’articolo. Buona lettura!

Storia di Geshwa Olers e la lettura continua con Amazon

BANNER versione BpiccoloLa bella notizia è che Storia di Geshwa Olers sta lentamente diventando un long… seller (?). Il punto di domanda si riferisce al fatto che non si tratta tanto di essere venduto, quanto, piuttosto, di essere letto tramite kindle unlimited.

A distanza di nove anni da quando pubblicai il primo capitolo gratuitamente sul blog di Splinder, i volumi del mio romanzo fantastico di ambientazione mediterranea continuano a farsi leggere da centinaia di appassionati del genere. Non è per nulla un fatto scontato, anzi, lo prendo come un segnale molto positivo.

Kindle unlimited è il servizio messo a disposizione da Amazon per la lettura gratuita degli ebook in formato .mobi.

Di cosa si tratta? È un abbonamento mensile di circa 10€ che permette di leggere tutti i libri che si vuole rientranti nel servizio, ovvero la maggior parte. Storia di Geshwa Olers è uno di questi. Mese dopo mese sono migliaia le pagine che vengono lette e la cosa non può che rendermi davvero orgoglioso.

Perciò, grazie ancora una volta  a tutti. Se vi piace il romanzo, diffondete la parola. Rimane il mezzo più efficace di pubblicità. Parlatene agli amici, parlatene in famiglia, consigliatelo ai vostri figli in cerca di letture appassionanti, suggeritelo come lettura scolastica. Storia di Geshwa Olers offre più di uno spunto, anche da un punto di vista meramente culturale, non fosse altro per la quantità di leggende tipiche dell’Italia e del Mediterraneo tutto che mette in gioco nella narrazione.

Scrivere un libro: il talento non può bastare

Il primo degli articoli pensati appositamente per Altrisogni.it. Una nuova collaborazione, all’insegna dell’approfondimento per chi voglia curare e migliorare la qualità della propria scrittura. Per leggerlo, basta cliccare il link più in basso.

Buona lettura!

Scrivere un libro: visione del mondo, talento e stile, tre aspetti che distinguono lo scrittore dallo scribacchino. Articolo di Fabrizio Valenza.

Sorgente: Scrivere un libro: il talento non può bastare

Superpromozione fantasy, horror e romance su Amazon

genereSolo per domani venerdì 29 aprile su Amazon, una superpromozione di alcuni titoli fantasy, horror e romance di Fabrizio Valenza.

Ecco la lista completa:

Il viaggio nel Masso Verde – fantasy
La faida dei Logontras – fantasy
Il cammino di un mago – fantasy
La battaglia di Passo Keleb – fantasy
I ghiacci di Passo Ceti – fantasy
La guerra dei gelehor – fantasy
La ragazza della tempesta – romance
Veniva dal mare – romance
Notte senza uscita – thriller
Strega – horror
L’alieno nella mente – racconti soprannaturali
Il cantastorie orbo – horror
La filosofia del baule – poliziesco
Amore, poi risorto – raccolta di poesie
Una prosa efficace: pochi consigli ma buoni – saggistica

15 titoli. E voi, siete pronti a scaricare il vostro? Potete anche fare il download di ciascuno. Passate parola!