Se la ricerca è tutta personale

Formule-da-155-a-161-002Scrivere è fatica, non possiamo mentire. A tutti quelli che dicono che scrivere è un modo per sfogarsi, io dico: “sì, ma suggerisco di andare a correre. Ci si sfoga molto di più”. Scrivere è fatica, già di per sé, ma se la scrittura è anche ricerca, la fatica triplica.

Fino ad alcuni anni fa ero convinto che buona parte della fatica consistesse nel riuscire a esprimere nel modo appropriato le idee o i sentimenti che nascono in mente o nel cuore, ma ora che sono un po’ più vecchietto, posso dire che quella era solo una fase. La fase successiva ha riguardato – sempre in termini di fatica – la ricerca di una casa editrice appropriata. C’è il rischio di lasciarsi scoraggiare non dico dai dinieghi o dai silenzi, che sono molteplici e ripetuti, ma dalle energie che bisogna mettere in campo per riuscire a costruire il proprio cammino. Soprattutto, aggiungo, quando questo cammino è del tutto peculiare e si è già passati per la pubblicazione, con una decina di piccole case editrici, di quindici romanzi.

Ogni cammino è peculiare, mi direte voi. Non è così, rispondo io.

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L’arte non è questione di fama

Oggi voglio parlarvi di alcune personcine, che hanno passato la loro vita nell’anonimato o quasi, pur essendo votate all’arte, talvolta senza nemmeno saperlo, in alcuni casi sapendolo fin troppo: si tratta di Vivian Maier, di Emily Dickinson e di Gustav Mahler.

vivian-maier-autoritratto-1Vivian Maier: Nata a New York nel 1926 e morta a Chicago nel 2009, ricevette la passione per la fotografia da un’amica francese (come la madre), Jeanne Bertrand, ma tale passione rimase sempre un fatto privato. Passò alcuni anni dell’infanzia in Francia, poi tornò nel Bronx, quindi viaggiò facendo fotografie con una Rolleiflex professionale, inventando (o per lo meno anticipando) la “street photo”: riprendere soggetti in condizioni reali nell’ambiente in cui si trovano normalmente. Soprattutto, fece la bambinaia, per quarant’anni, lavoro che, pur non piacendole, sapeva fare bene. Ebbe sempre maggiori difficoltà economiche, fino a quando le sue casse di negativi fotografici, mai sviluppati, finirono in un garage, che fu messo all’asta. Lì le trovò nel 2007 un ragazzo di nome John Maloof, a due anni dalla morte della grande (e inconsapevole) artista. Da quel momento divenne famosa. Continua a leggere “L’arte non è questione di fama”

La prima stesura /2 – la libertà dei personaggi

manuali-di-scrittura-creativaIl secondo aspetto da considerare nella prima stesura di una storia è quella che chiamo naturalezza controllata. Di cosa si tratta?

Di per sé, è un concetto molto semplice, sebbene sia forse più difficoltoso rispettarne le esigenze fino in fondo di quanto non possa sembrare in un primo momento. Quando l’atmosfera mentale del romanzo o, per meglio dire, il mood emozionale-narrativo del racconto è al punto giusto e vi spinge alla scrittura, ormai non più procrastinabile, bisogna essere in grado di lasciar liberi i protagonisti e gli eventi. Cosa mai vorrò dire?

La trama è ovviamente importante, e se avete una scaletta da seguire, essa deve rimanere un punto di riferimento importante: ma non può trasformarsi in un ostacolo sulla lunga strada della prima stesura.

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Il bisogno di un nemico

pauraQuesto sarà un discorso impopolare. C’è chi pensa fin troppo, fino a farla diventare una reale necessità dell’uomo medio occidentale, di avere un “nemico”.

Mi guardo attorno e mi riconosco sempre meno in questo atteggiamento, in tale modo di pensare, che riguarda praticamente ogni cosa. C’è un nemico per ogni necessità, che riguardi il mondo naturale, che riguardi la società nella quale siamo nati, che abbia a che fare con le persone che incontriamo. Il nemico è sempre là fuori, pronto a minacciarci, vera e propria ossessione di questi decenni. Una sorta di panacea per ogni paura dalla quale siamo afflitti. Sono paure che deturpano il volto di ciò che mi è più caro.

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10 dipinti per la scrittura

Poteva mancare la puntata sui dipinti che hanno ispirato la mia scrittura? Giammai. Eccone selezionati 10.

Si tratta di quadri che hanno da sempre ispirato il mio modo di scrivere, il mio modo di pensare, il mio modo di essere, fino a portarmi all’espressione particolare delle mie storie, come in certi casi ben specifici. La scrittura si nutre di tutto ciò che la può rendere più profonda, tridimensionale, quadridimensionale, e anche di più. Eccoli.

Cliccando sul primo aprite la galleria, con le didascalie che vi spiegheranno la mia scelta.

 

Demoni: realtà simbolica /8

imagesCome si pone l’argomento “demoni” di fronte al baluardo cristiano rappresentato dalla Madonna, la Madre di Dio? E cosa c’entra la Madonna con la donna di Apocalisse 12? Cerchiamo di capirlo.

In Apocalisse 12 si parla della Madonna? Leggiamo il testo, ai vv. 1-6:

E un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e una corona di dodici stelle sul suo capo: era incinta e gridava per le doglie e il travaglio del parto. E un altro segno apparve nel cielo: un grosso dragone, rosso vivo, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua coda trascinava un terzo degli astri del cielo e li precipitava sulla terra. Il dragone si pose di fronte alla donna che stava per partorire, per divorare il bimbo non appena fosse nato. Essa partorì un figlio, un maschio, destinato a governare tutte le nazioni con verga di ferro. Il figlio fu rapito verso Dio, verso il suo trono, mentre la donna riparò nel deserto, dove ha un luogo preparato da Dio perché ivi sia nutrita per lo spazio di milleduecentosessanta giorni.

Ah, ma qui l’Apocalisse parla della Madonna, senz’ombra di dubbio! D’altronde, non viene rappresentata in tutte le chiese proprio con la luna sotto i piedi e una corona di dodici stelle?

Sbagliato: Apocalisse 12 non parla della Madonna.

L’Apocalisse è un testo colmo di riferimenti – come tutti gli altri libri del Nuovo Testamento – al Vecchio Testamento. Per interpretare le sue numerose immagini bisogna conoscere bene ciò che fu scritto prima di Cristo, il che spiega almeno in parte la difficoltà che abbiamo nel comprendere un libro che, però, ha suscitato la fantasia di moltissimi scrittori… e cristiani. È comunque dal IV secolo dopo Cristo che si è abituati a vedere in quella “donna vestita di sole” la madre di Cristo, ma non tutti gli esegeti e i teologi sono d’accordo, anzi, al riguardo vi è grande contrasto. Ma come, chiederete ancora, il dragone non è forse Satana che insidia la Madre di Dio, perché non vuole che suo Figlio venga alla luce? Nemmeno. Anzi, forse il dragone è un oppositore, e perciò un satana, ma vi sono alcune considerazioni da fare prima di giungere a una troppo facile e semplicistica soluzione.

Per non incorrere nelle ire dei fondamentalisti cattolici (e, perché no, dei fondamentalisti cristiani tutti), preciso subito che personalmente credo nella funzione della Madre di Dio come baluardo contro il Maligno: più volte nella mia vita l’ho pregata in momenti nei quali mi sentivo minacciato da forze “demoniche” e sono stato aiutato. Ma voglio provare a mettere tra parentesi (ricordate: epoché?) le mie convinzioni, per poter liberamente presentare le mie pochissime considerazioni. Spero che possano aiutarvi ad avere maggior criticità (quella buona) nei confronti del testo biblico.

1 – Come nel Nuovo Testamento non si presenta mai una Madonna che piange in continuazione dando messaggi per salvarsi (cosa che invece avviene oggi di continuo nelle varie apparizioni mariane), così non si parla mai di un attacco del Maligno contro Maria, madre di Gesù. Anzi, si parla talmente poco della madre di Gesù, che non si capisce per quale motivo si sia avuta una tale insistenza sulla sua figura a partire da alcuni secoli dopo la morte di suo Figlio.

2 – Nella Genesi si parla anche della donna che pesterà il capo del serpente tentatore con il calcagno, immagine che è stata – pure quella – legata alla Madonna: nelle statue in tutte le chiese, infatti, la Madonna viene rappresentata spesso mentre pesta il drago. Ma anche qui: quando la Genesi fu scritta, di certo non si pensava alla Madonna, che non si conosceva ancora. Piuttosto, è probabile che si parlasse di una donna come madre del Messia atteso. Il nostro ragionamento, dopo i fatti, è ovviamente che essendo Gesù Cristo il Messia da tutti atteso, la madre non può che essere Maria. Ma un conto è fare questa considerazione secoli se non millenni dopo la redazione del brano, un altro conto è affermare che quel brano parlasse della Madonna.

3 – La “donna vestita di sole”: indica una figura avvolta nella luce della vittoria. Coincidente con una rappresentazione di Latona, dea tipica dell’isola di Patmos (quella sulla quale Giovanni ebbe la rivelazione, l’Apocalisse), l’immagine potrebbe indicare il popolo di Dio, avvolto dalla vittoria per mano dello stesso Dio che l’ha condotto fuori dalla schiavitù e dalle cattività. Anche qui, che si tratti della Madonna è fatto del tutto argomentativo, successivo di parecchi secoli rispetto alle iniziali intenzioni dell’autore del testo.

Non si può perciò spacciare alcuna interpretazione dell’immagine come quella corretta e/o l’unica possibile. Quella donna vestita di sole può essere la Chiesa (nel caso in cui si voglia utilizzare un’interpretazione ecclesiologica) oppure la Madre di Cristo nel caso in cui si voglia interpretarla come il coronamento in cielo della sua vita. Sono due letture ugualmente presenti nella storia della Chiesa e, in certo senso, sono corrette entrambe, anche se alternative. Questa ambivalenza indica proprio che di tutte le immagini bibliche delle quali non è data chiara interpretazione già nel testo, è possibile una lettura incarnata nell’epoca in cui viene effettuata. In ogni caso, l’Apocalisse è caratterizzata più da una visione ecclesiologia, incentrata sulla comunità dei credenti che accede alla Salvezza per il sangue dell’agnello. Perciò, incredibile a dirsi (soprattutto per coloro che fanno della Madonna una co-salvatrice, come Cristo), la donna vestita di sole è “visione profetica del traguardo che la comunità dei credenti è chiamata a raggiungere, a partire da un’esperienza personale e concreta del dono ricevuto di una vita indistruttibile”, come dice il teologo Ricardo Pérez Márquez (la vita indistruttibile è la veste di luce, simboleggiata dalla veste data nel Battesimo).

Demoni: realtà simbolica /7

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Husserl, il padre della fenomenologia.

Prima di proseguire e accedere a un approccio filosofico (come dicevo: fenomenologico) dell’esperienza demonica, vorrei ulteriormente chiarire un aspetto relativo alla trasmissione del concetto della demonicità in quanto opposizione al progetto di Dio.

Cristo, dicevamo, ha già vinto l’oppositore. In Luca 10,18 Gesù diceva che vedeva “Satana precipitare dal cielo come un fulmine” (in gr. è “tòn Satanàn”, il satana, ma tant’è… la traduzione oltre che personalizzare, entifica). È però l’Apocalisse 12 a unificare una volta per tutte le realtà maligne che si oppongono al progetto di Dio, rendendole l’oggetto di quel “precipitare” di Luca 10,18. Ecco il brano intero nei vv. 7-10:

E vi fu guerra in cielo: Michele con i suoi angeli ingaggiò battaglia con il dragone; per questo combatté insieme ai suoi angeli; ma non prevalse, né vi fu più posto per loro in cielo. Il grande dragone, il serpente antico, quello che è chiamato diavolo o Satana e che inganna il mondo intero, fu precipitato sulla terra e con lui furono precipitati anche i suoi angeli. Udii allora nel cielo una gran voce: “Ora si è attuata la salvezza, la forza e la regalità del nostro Dio e la potestà del suo Cristo, poiché è stato precipitato l’accusatore dei nostri fratelli, colui che giorno e notte lì accusava davanti al nostro Dio.”

Attenzione, però, che tutti questi concetti vengono qui uniti per significare un’unica cosa: il male, ogni genere di male, è stato già vinto. Il serpente cui si fa riferimento è quello della Genesi, che però non è originariamente considerato come il Diavolo. Questo lo è divenuto solo nella successiva tradizione cristiana: all’origine rappresentava l’opposizione, esattamente come il satana in Giobbe.

Ma passiamo a un approccio filosofico, fenomenologico. Tra tutte le filosofie, la fenomenologia – forse la “scuola” filosofica più importante degli ultimi cent’anni – è quella che permette di non giudicare, di non affrontare alcunché con pregiudizi o preconcetti. Ogni genere di giudizio su ciò che viene accostato dal ragionamento dev’essere messo tra parentesi (quella che Husserl, il padre della Fenomenologia, chiamava epoché) e il contenuto da analizzare accolto nel tentativo di comprendere cosa stia accadendo a livello di esperienza umana. Per sua natura, la fenomenologia non analizza il particolare, ma il generale, quindi procederò per categorie generali. Nella fattispecie: l’esperienza demonica.

L’esperienza demonica si manifesta come la percezione di un’entità maligna o di un avvenimento maligno, del tutto contrario al bene della persona che lo subisce, caratterizzato da un’identificazione dello stesso con una sorta di “personalità” esterna a noi. Di mezzo c’è sempre una personificazione del male. Potremmo dire che l’esperienza demonica consiste proprio nel cogliere una personificazione del male. Di per sé è perciò inutile contraddire chi racconta di un’esperienza demonica dicendogli una serie di frasi precostituite:

  • stai oggettivando il male che c’è dentro di te
  • stai oggettivando una tua paura
  • è solo una tua impressione
  • queste cose non esistono.

Si tratta di pregiudizi impossibili da dimostrare almeno quanto l’esistenza concreta di una presenza demonica. Oltretutto, questi giudizi dati a chi racconta una simile esperienza sono esclusivi e conclusivi: esclusivi, perché escludono aspetti della realtà che per qualche motivo noi potremmo anche non cogliere; conclusivi, perché chiudono fuori di noi quella realtà e chiudono dentro chi ci narra l’esperienza un fatto che, in quanto evento narrabile, ha la necessità di essere raccontato all’esterno di chi l’ha esperito.

Detto questo, dovrebbe essere chiaro che l’atteggiamento più corretto da tenere nei confronti di queste esperienze – che capitino a noi oppure che ce le sentiamo raccontare – sia quello di un sano scetticismo, che non vuol dire “non credere”, anzi, tutto il contrario: che vuol dire “dare per possibile la verità del racconto, anche se non decido di crederci in maniera definitiva”. È proprio questa possibilità data alla verità del racconto a rendermi possibili alcuni interrogativi, che richiedono una risposta seria:

  • esiste un male oggettivo? (1)
  • la paura che proviamo indica qualcosa di concreto fuori di noi o solo dentro di noi? (2)
  • l’impressione di una persona di fronte a qualcosa può nascere totalmente dalla sua mente o c’è sempre il concorso di qualcosa di esterno? (3)
  • esistono più cose di quelle che percepiamo noi? (4)

(1) Che esista un male oggettivo è un dato di fatto, legato però a doppia mandata a un aspetto sempre psicologico, che non lo esaurisce. Si pensi a una malattia mortale: qualcosa che noi non possiamo controllare ci capita, la viviamo con un atteggiamento passivo del quale dobbiamo trovare un senso per non morire interiormente già prima che accada esteriormente. Ma è proprio questa possibilità di trovare un senso a qualche negatività non cercata né voluta a farci capire come il male subito, che perciò non dipende mai da noi, possa essere vissuto con un aspetto psicologico positivo. Il male, perciò, che esiste anche in maniera oggettiva, ha sempre dei risvolti personali, psicologici, che talvolta ci rendono difficile dire se esso esista indipendentemente dalla nostra mente oppure no. Ora: se il demonico è tradizionalmente considerato come qualcosa di esterno a noi ed è maligno, in quale grado possiamo considerarlo oggettivamente oppure come solo un nostro modo di pensare negativamente?

(2) Sappiamo tutti che la paura è una risposta del nostro organismo a ciò che viene percepito come una minaccia. Se la nostra mente, il nostro corpo, percepiscono una minaccia, sia essa mentale o concreta e fisica, abbiamo paura. La paura è un indicatore concreto che ci sta indicando l’esistenza di qualcosa che per noi è pericoloso. In che misura, però, possiamo dire che la minaccia che percepiamo sia davvero sempre mentale e non anche fisica, sebbene non colta con gli occhi o con il corpo? Non è mai possibile dire a una persona che sta tremando e che vive un’esperienza spaventosa che non deve spaventarsi, essendo la causa della sua paura tutta interiore: non otterremmo alcunché, perché in quel momento quella persona avrà la netta sensazione che ciò che sta vivendo sia del tutto reale. Qual è allora il confine tra il reale e il non reale relativamente a una paura? Forse non è mai possibile dirlo in maniera definitiva.

(3) e (4) Il concetto appena sostenuto può apparire come il classico sofisma di chi vuole creare confusione, così da poter affermare le proprie idee. Ma sono, invece, proprio i successivi due interrogativi (cioè se sia possibile che un’impressione – che non è altro che un’idea della mente – possa sempre e solo nascere all’interno della persona e se invece non abbia bisogno anche di qualcosa di esterno, e poi se esistano più cose di quelle che percepiamo) a gettare una certa luce sul fatto che la paura è sempre una reazione reale del nostro organismo. C’è qualcuno che sa dirmi con certezza se la sensazione di bene che si prova di fronte alle cose sia solo e unicamente una risposta della nostra mente del tutto ascrivibile alla nostra convinzione personale o se, invece, non dipenda anche dal reale e concreto apporto di un bene esterno alla nostra persona?

La risposta non può che essere metà e metà, perché è ovvio che se non ci fosse quel bene esterno alla nostra persona, noi non potremmo viverlo come un qualcosa di positivo per noi. Certo, potremmo vivere quel bene come una sciagura, ma sarebbe sempre quel bene a essere vissuto come tale. Come minimo, perciò, bisogna dire che ci sia qualcosa di esterno che ha provocato una nostra reazione, sia essa positiva o negativa.

Proviamo a fare lo stesso ragionamento con l’esperienza demonica: c’è qualcuno che sa dirmi con certezza se la sensazione di male che si prova di fronte a essa sia solo e unicamente una risposta della nostra mente del tutto ascrivibile alla nostra convinzione personale o se, invece, non dipenda anche dal reale e concreto apporto di un male esterno, percepito come personale, alla nostra persona? La risposta, se la logica è logica, non può che essere anche in questo caso: metà e metà. Se non ci fosse un certo male identificabile con una personificazione maligna non potremmo parlarne in quel modo, a meno di non contraddire il nostro stesso ragionamento.

Ciò che ho appena detto non può essere ovviamente accolto come una dimostrazione “fisica” e concreta dell’esistenza di un dèmone, ma deve senza dubbio farci pensare che non è possibile escluderla a priori. Basti, per esempio, un’altra considerazione: in uno dei post precedenti mi chiedevo se fosse possibile credere che esistano milioni di dèmoni come immaginato da quel francescano, Alfonso De Spina, nel XV secolo. La risposta era no. Però, alla luce di quanto detto, agendo con un dubbio metodico, ci si deve pure chiedere: è possibile credere che milioni di persone nella storia dell’umanità si siano sempre sbagliate riguardo alle proprie percezioni di entità maligne? Ovviamente, la risposta è anche in questo caso: no. Il che non vuol dire che allora sia già possibile affermare che dunque esistono i dèmoni, senza ombra di dubbio, ma per lo meno che sia necessario pensare che possano esistere, in una forma che noi esprimiamo tramite simboli.

Questo lunghissimo post si ferma qui. Mi rendo conto che non ho esaurito il ragionamento, ma si potrebbe scrivere un intero saggio senza mai esaurirlo. Nel frattempo, vi rimando al prossimo post, che riguarderà il pensare la Madonna come “tallone che schiaccia la testa del serpente”. A presto!

 

Demoni: realtà simbolica /6

Daimon-DemoneSì, avete letto bene il titolo, non ho sbagliato rispetto a quello delle precedenti parti dell’articolo. Ecco la mia risposta alla domanda se i dèmoni siano realtà o simbolismo. Sono una realtà simbolica. Cerco di spiegarmi.

È ormai ovvio da ciò che ho spiegato in precedenza che quando la Bibbia e il cristianesimo parlano di demoni (siano essi dèmoni o demonii), con qualunque nome essi vengano indicati, vogliono sottolineare un’esperienza umana: l’intromissione nella vita quotidiana di una forza che l’essere umano fatica a far rientrare nella logica della propria esistenza. Anche satana è un concetto, più che una realtà concreta, più che l’indicazione del nome di una persona.

Penso che l’entificazione dei diavoli (cioè la loro trasformazione da concetto simbolico a persona) sia dovuta a una sorta di effetto traino del concetto personalizzante di Dio. Ovvero: come sapete, i tre padri cappadoci (San Gregorio di Nazianzo, San Gregorio di Nissa e San Basilio Magno) furono coloro che nei primi secoli del cristianesimo istituzionalizzarono il concetto di Trinità, ovvero di dio come tre persone, Padre, Figlio e Spirito Santo, ovviamente il tutto sulla base dell’esistenza concreta e umana del Figlio incarnatosi, Gesù. Dal momento che di Dio si poté parlare come di Persone, lo stesso passaggio mentale fu eseguito per l’oppositore di Dio, e il satana divenne Satana, i demoni divennero diavoli ben specifici e così via. Il tutto, però, seguendo una strada già intrapresa da certa mistica ebraica che poi fu abbandonata dalla stessa tradizione ebraica, ma mantenuta da quella cristiana.

È evidente che anche quando ci si riferisce a Gesù contrastato e tentato dal diavolo (come in Matteo 4,1: “Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo” – peirasthènai upò tou diabòlu), la parola “diavolo” vuol dire “ciò che è diviso”, e la comprensione possibile della frase è: “per essere messo contro se stesso, per dividerlo nella sua unità, che è anche un’unità d’intenti con il Padre, perché Lui e il Padre sono un’unica cosa”. Le tentazioni di Gesù sono un trovarsi di fronte alla continua possibilità per lui di allontanarsi, separarsi e opporsi al disegno del Padre. E dal momento che anche noi siamo Figli e siamo fratelli di Gesù e siamo divini perché rinati dallo Spirito Santo, il discorso appena fatto per Gesù vale esattamente anche per noi.

Ma allora, possibile che moltissime persone nel corso della storia del cristianesimo si siano sbagliate circa l’esistenza fattiva dei demoni e dei diavoli, e perfino di Satana? È il Catechismo a dire nel numero 

395 La potenza di Satana però non è infinita. Egli non è che una creatura, potente per il fatto di essere puro spirito, ma pur sempre una creatura: non può impedire l’edificazione del regno di Dio. Sebbene Satana agisca nel mondo per odio contro Dio e il suo regno in Cristo Gesù, e sebbene la sua azione causi gravi danni – di natura spirituale e indirettamente anche di natura fisica – per ogni uomo e per la società, questa azione è permessa dalla divina provvidenza, la quale guida la storia dell’uomo e del mondo con forza e dolcezza. La permissione divina dell’attività diabolica è un grande mistero, ma « noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio » (Rm 8,28).

Perciò è la Chiesa stessa a entificare satana in quanto angelo caduto – come il Catechismo esplicita nei punti precedenti a quello da me riportato. Allora ci si può chiedere in che senso Satana sia un ente personale. Inoltre: cosa vuol dire esattamente pensare una creatura che è puro spirito? Esistono creature senza corpo che sono pensabili come è pensabile una creatura dotata di corpo? Purtroppo la questione non è così semplice da risolvere, perché già nella Bibbia, quando si parla di angeli, se ne parla sempre in modo così ambiguo da distinguerli a fatica dal braccio di Dio. Ricordate inoltre ciò che si diceva riguardo l’anima, che è tutta parte della fisicità dell’uomo, da non confondere con lo Spirito, che viene da Dio?

Un serpente che si morde la coda, perché se dico che Satana esiste, automaticamente penso a lui come a una persona che però non si vede, alla stregua dello Spirito Santo, mentre se dico che non esiste, finisco nello psicologismo, per il quale ogni male è solo interiore all’uomo e non è mai esterno a noi.

E nessuna delle due soluzioni è adeguata a esprimere l’esperienza umana che colpisce moltissimi tra noi: che ci sia una qualche realtà esterna, che potremmo benissimo chiamare diabolica, che talvolta si impossessa di noi e ci spinge a fare cose che mai avremmo voluto. Peggio ancora, che ci sia una realtà esterna così cattiva e mai identificabile con una persona precisa, da poter dire che i dèmoni esistono realmente. O, ancora peggio del peggio, che ci sono situazioni nelle quali percepiamo accanto a noi, come talvolta ci pare di percepire i cari estinti, un’entità maligna, che ci permette di capire gioco-forza cosa si intenda quando si parla di dèmone. A volte, infatti, capita di ritrovarsi in situazioni nelle quali tutto ci dice che non siamo da soli: non solo in senso positivo (perciò quando intendiamo dire cari estinti o Dio), ma anche in senso negativo.

Questo post, però, si è fatto fin troppo lungo e scopro che è necessario rimandare la riflessione a un’ulteriore parte. E, temo, non sarà l’ultima. Alla prossima riflessione, perciò, nella quale proverò ad analizzare queste esperienze di “demonicità” alle quali ho appena fatto riferimento utilizzando un metodo filosofico che si chiama “fenomenologia”. Vedrete che non sarà inutile.