Presentazione di Codice infranto

Sarà la prima della serie, e avverrà via Skype il prossimo sabato, 22 febbraio. La presentazione di Codice infranto rientrerà nell’Open Day dedicato alla Dunwich Edizioni presso la Biblioteca Comunale Paroniana, organizzato dalla biblioteca e dall’Assessorato alle Culture di Rieti. In programma numerosi interventi skype, oltre il mio, che inizierà alle 16.20 per terminare una ventina di minuti dopo, ma non solo: partecipando all’evento presso la biblioteca potrete far lavorare le papille gustative e acquistare i libri dell’editore. Il mio non sarà ancora pronto, per quella data.

Ringrazio in modo particolare Cristina Lattaro, organizzatrice dell’evento, e la mia nuova sfavillante casa, Dunwich Edizioni.

Quindi, tutti pronto per sintonizzarvi non appena il video sarà messo online? Nel frattempo, ecco il promo dell’evento…

…e la locandina.

locandina presentazione skype

Se il fantasy viene sdoganato sempre di più…

…si rischia che ci si debba lavare le mani, prima o poi.

Mi riferisco a Vanni Santoni, uno scrittore “impegnato”, come lui stesso si definisce, che ha deciso di pubblicare una non-trilogia (lui preferisce chiamarla “narrazione molto ampia”, che, guarda un po’, sarà divisa in tre volumi), garantendo però che non c’è nessun cambio nel suo cammino impegnato, solo “sperimentazione”. “Mentre sto scrivendo questo romanzo fantastico, ne sto infatti scrivendo anche altri due di ambientazione contemporanea (e certamente ‘impegnati’)” (riporto dall’intervista pubblicata su Affari Italiani”.

La cosa mi indispettisce parecchio. Anzi, sinceramente incomincio a non poterne più del modo in cui viene trattato il mondo italiano degli scrittori fantastici. Non ce l’ho con Santoni, non lo conosco personalmente e ovviamente devo leggere il suo romanzo, perciò non ce l’ho nemmeno con il suo romanzo. Tra l’altro, a vederlo in fotografia mi sembra simpatico. Piuttosto, ce l’ho con il pensiero che diffonde, sia nell’intervista ad Affari Italiani sia nell’articolo che aveva pubblicato qualche tempo fa sul Corriere della Sera.

In modo particolare, nell’articolo sul Corriere si interrogava su quale possa essere:

“oggi il canone del fantastico italiano, e dove possa condurre.

Si potrebbe giocare a tracciarlo: partire dalla Commedia e dalla quinta novella della X giornata del Decameron (dove la magia è data per esistente e ha funzione narrativa) per passare da Orlando Furioso e Hypnerotomachia Poliphili, sfiorare i primi trascrittori di fiabe (nelle persone di Giovanni Francesco Straparola e Giambattista Basile), transitare attraverso la scapigliatura di Tarchetti, Boito e Gualdo e arrivare a un Novecento dove la quantità e qualità degli autori che si sono cimentati col genere non permetterebbero di definirlo trascurato: vengono in mente Calvino, Buzzati, Papini, Landolfi e ancora Savinio, Bontempelli, Tozzi, Manganelli, gli stessi Pirandello e Levi.”

Prosegue con altre argomentazioni:

“Tuttavia un canone si valuta anche dall’importanza che ha per chi pratica quel sentiero oggi, e tanto nei cattivi romanzi pseudotolkieniani quanto nel buon romanzo di Francesco Dimitri (o nella produzione di Francesco Barbi), di tutto questo c’è poco.”

Su Affari Italiani, invece, precisa che l’inizio è:

“ripartendo dalla solida tradizione fantastica che abbiamo in casa. Il filone fantastico in Italia parte dai classici, da Virgilio, Ovidio e Apuleio, passa dall’Inferno di Dante e dall’Orlando Furioso toccando lande curiose come quella dell’Hypnerotomachia Poliphili e poi, dopo una tappa attraverso le nostre fiabe, o ‘novelle’, arriva a Collodi, Papini, Buzzati, Landolfi, Calvino e Manganelli. Bisogna ripartire da questa genealogia, e però lo si deve fare tenendo conto del fatto che oggi, in epoca di crossmedialità, il fantastico è un genere tra i più ibridati: la sua forma odierna gli viene anche dal fumetto (penso, più che a lavori europei deliberatamente paratolkieniani come Leggende delle Contrade Dimenticate Cronache della luna nera, allo Slaíne di Mills e Bisley, o ancora a opere giapponesi come Berserk di Kentaro Miura, Bastard!! di Kazushi Hagiwara e, in senso più ampio, a tutto il macrogenere shonen, al modo in cui ha fatto virare verso l’actionl’intero filone), dal cinema (guardo soprattutto ai fantasy anni ’80, come l’Excalibur di Boorman e il Conan di Milius, ma anche a anime come La principessa Mononoke di Miyazaki), TV (Game of Thrones, anyone?) e addirittura videogioco (la saga Ultima è una delle grandi narrazioni fantastiche del secolo scorso, ma si potrebbero citare anche Legend of Zelda Final Fantasy), e di fronte a tutto ciò non si può far finta di essere ancora a fumare la pipa nella Contea (a maggior ragione se tali pipe sono già state fumate, e nel migliore dei modi). Solo se si ricomincerà a lavorare seriamente sul fantastico, case editrici e mondo culturale smetteranno di considerarlo una cosa ‘facile’, e torneranno a dargli la considerazione e la dignità che merita.”

Mi sorge spontanea una domanda:

– perché Santoni ignora del tutto il lavoro compiuto dal sottoscritto (e non solo!), volto a sottolineare come un fantasy italiano sia possibile, e che lo sia a partire dalla grande tradizione letteraria e leggendaria italiana? Non dovrebbe un autore impegnato sapere che le questioni che lui pone in questi giorni come se fossero la “novità” del fare oggi fantasy in Italia sono già state poste alcuni anni fa da un gruppo di scrittori, e che da allora si sta tentando di dare una risposta?

Una risposta ai suoi dubbi mi viene, ma temo sia troppo di parte: noi scrittori fantastici, che abbiamo già mosso i primi passi in questo lavoro di ricerca, siamo tutti piccoli pesciolini, poco significativi. Piccole case editrici, piccoli pubblici, niente giornali sui quali poter scrivere… insomma, un autore affermato e, soprattutto, impegnato non può certo abbassarsi a parlare di Valenza & Co., pubblicati da Taldeitali e da Editore Sconosciuto. Che senso avrebbe in un Paese in cui si viene considerati solo se si è famosi e ritenuti parte di una “intellighenzia”?

Hitchcock insegna / 2 – La verosimiglianza, questa dea!

hitchcock-truffautIl grande Hitchcock ha qualcosa da insegnare anche a noi scrittori, circa la verosimiglianza, dea soprastimata nel mondo della scrittura, spauracchio e feticcio spesso invocato nel mondo del fantasy e della narrativa fantastica in genere. Proviamo a leggere cosa ci dice il grande regista a tal riguardo nel corso della famosa intervista che gli fece François Truffaut (Il cinema secondo Hitchcock, F. Truffaut, Il Saggiatore 2009).

Hitchcock – Ecco cosa c’è di stupendo, la rapidità dei passaggi. Bisogna lavorare molto per realizzarla, ma ne vale la pena. Bisogna utilizzare un’idea dietro l’altra, sacrificando tutto il resto alla rapidità.

Truffaut – Questo genere di cinema tende a eliminare le scene che sono unicamente funzionali allo svolgimento della narrazione, per servirsi solo di quelle che sono divertenti mentre si girano e altrettanto divertenti quando si vedono. È un cinema che piace molto al pubblico e che spesso irrita i critici. Questi, mentre stanno guardando il film, oppure dopo averlo visto, analizzano la sceneggiatura e la sceneggiatura chiaramente non regge ad una analisi logica. Così giudicano spesso come elementi di debolezza degli aspetti che costituiscono l’essenza stessa di questo genere di cinema, a partire da una estrema disinvoltura nei confronti della verosimiglianza.

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Intervista di Terra di Mezzo

Dalla… Terra di Mezzo arriva una nuova intervista, forse una delle più belle cui abbia risposto, incentrata su Storia di Geshwa Olers e Le sette case. Ne riporto solo un breve brano dalla prima domanda.

L’intero romanzo è intessuto delle leggende italiche e mediterranee ad ampio raggio, e così vi si trovano testi che fanno riferimento alla terra montuosa a nord di Verona, dove abito, cioè la Lessinia e altri che si riferiscono alle leggende di Friuli, Emilia o Piemonte; alcuni che chiamano in campo la mitologia greco-romana e altri che fin dall’inizio fanno entrare in gioco le leggende ebraiche; interi brani che puntano alla mitologia egiziana o al racconto leggendario longobardo e altri che strizzano l’occhio all’elaborato sistema magico di stampo alchemico del Rinascimento italiano. Ma non solo. Anche i nomi sono spesso riferimenti a persone esistenti in carne e ossa. Ne svelo solo uno: Nildon Lonstat, l’autore del primo volume, altro non è se non la traduzione in Grodestiano Antico di Fabrizio Valenza.

Per leggere la versione intera, potete cliccare su questo collegamento.

Intervista a Gianrico Carofiglio – Il silenzio dell’onda

 Gianrico Carofiglio ha da poco pubblicato il suo ultimo romanzo, Il silenzio dell’onda (Rizzoli). Credo sia uno dei suoi migliori. Ne ho apprezzato lo stile sintetico ma che sa dove puntare senza dubbio alcuno, con una precisione e profondità di scelta narrativa che le altre sue opere, soprattutto le prime, avevano appena iniziato a conoscere. Rispetto alla serie dell’avvocato Guerrieri (tranne l’ultimo, Le perfezioni provvisorie, il migliore dei quattro), trovo che gli altri romanzi posseggano una vibrazione differente, superiore, che li rende opere di uno dei più bravi scrittori italiani di questo momento. Amo in particolar modo Né qui né altrove e questa sua ultima opera. Novità che non si può facilmente tralasciare è che Carofiglio non si fa problemi nell’unire quella che viene considerata letteratura e cultura popolare a un grande afflato, in grado di conferire alle sue Continua a leggere “Intervista a Gianrico Carofiglio – Il silenzio dell’onda”

Due interviste

Oggi vi segnalo due lunghe (e belle, aggiungo io) interviste al sottoscritto. Sono andate online entrambe sabato 9 aprile.

La prima è sul sito di True Fantasy, fatta da Alessandro Iascy. Mi soffermo in modo particolare a parlare di ciò che ho scritto prima delle pubblicazioni e della diversificazione in generi differenti.

La seconda è sul sito di Talento nella Storia, di Andrea Rocchi, e approfondisce particolarmente le mie fonti d’ispirazione, la via narrativa mediterranea e le varie collaborazioni in giro per la rete.