2 news da Stephen King

Instancabile autore, il Re da poco tornato con lo stratosferico Joyland (ne parlerò, spero a breve…) e vicino a due nuove uscite, Dr. Sleep (di cui allego al termine del post il primo booktrailer) e The Dark Man, pare stia lavorando a due nuovi lavori, intitolati Revival e Mr. Mercedes, un giallo. Non ci resta che attendere, certi che nel frattempo non rimarremo senza pagine sue tra le mani.

1979 – La zona morta

LA ZONA MORTA

ISBN: 88-8274-429-9

zona_mortaTrama. La zona morta racconta la storia di Johnny Smith, insegnante nel liceo di una piccola città del Maine gravemente infortunato in un incidente stradale che lo lascia in coma per quattro anni e mezzo. Quando si risveglia, scopre che il mondo (e la vita) sono cambiati senza di lui: la sua fidanzata Sarah ha sposato un altro uomo, dal quale ha avuto un bambino. Sua madre si è trasformata in una fanatica religiosa, anche a causa della sua disperazione per l’incidente del figlio, per il quale si dichiara sicura che Dio lo salverà, dal momento che il suo compito nel mondo è speciale. Il cambiamento più importante, tuttavia, riguarda il cervello di Johnny: a causa dei danni subiti nell’incidente, che vanno a sommarsi a un precedente danno dimenticato negli anni della giovinezza, sviluppa un potere psichico che lo rende in grado di avere visioni del passato, presente e futuro toccando oggetti e persone. Nel cervello c’è, però, una “zona morta”, una porzione del cervello, in qualche modo collegata alla visualizzazione, non più attiva. Per questo motivo alcune parti delle visioni gli restano oscure, obbligandolo a ricostruirne la parte mancante a partire da ciò che accade nella realtà. Nonostante usi la sua abilità per salvare la vita di una giovane ragazza, per aiutare lo sceriffo a identificare e catturare un serial killer e a salvare molti ragazzi da un incendio catastrofico, Johnny considera il suo potere una maledizione, e usarlo gli ripugna. Un giorno, però, stringe la mano di Greg Stillson, popolare candidato al Congresso del New Hampshire. Stillson diventerà Presidente degli Stati Uniti e sarà la causa di una devastazione planetaria così apocalittica da spingerlo a intervenire, in qualunque modo, per impedirgli di raggiungere il potere.

Su quello che è senza dubbi uno dei suoi romanzi migliori, nel quale la capacità di descrizione dell’animo umano di un uomo sempre più solo si sposa perfettamente con la sottile inquietudine che nasce da ciò che è all’origine della sua solitudine e del suo potere mentale, vorrei dire due parole riguardanti in special modo un paio di aspetti: la politica e la religione. Inoltre, il connubio tra le due.

La zona morta è senz’altro un romanzo politico. Il testo è infarcito di riferimenti alle Elezioni Politiche degli anni Settanta in cui è ambientato, tracciando pagina dopo pagina quella sottotrama che poco alla volta si fa sempre più evidente. Il potere di Johnny Smith (un uomo qualunque, come il nostro Mario Rossi) si intreccia sempre più con la cosa pubblica. Non è un caso: quando Johnny Smith stringe la mano di Greg Stillson e gli si rivela quel che l’uomo potrebbe scatenare nel mondo, è la responsabilità civile e civica di ogni cittadino a essere chiamata in causa. Il suo nome comune traccia un collegamento diretto tra quell’uomo qualunque come cittadino del mondo e il nostro essere uomini qualunque ma cittadini del mondo, e perciò stesso responsabili del mondo in cui viviamo.

Johnny Smith si sente chiamato in causa in modo esemplare, fino a porre per la prima volta un interrogativo che costituisce una ulteriore sottotraccia di futuri romanzi di Stephen King (si veda per tutti 22/11/63): se si potesse tornare indietro nel tempo e potreste fermare Hitler, che cosa fareste? Uno degli interrogativi più classici della fantascienza, vissuto ne La zona morta secondo i limiti delle possibilità dell’epoca. Non c’è macchina del tempo, ma solo il potere di capire se un uomo è integro oppure no, e prendere decisioni autonome per il futuro del proprio Paese. Mentre leggevo le pagine dalla 373 in poi dell’edizione italiana, nelle quali Smith rivede i ritagli di giornale che ha racimolato per tentare di convincersi che Greg Stillson non può essere davvero pericoloso, mi veniva in mente la situazione italiana attuale, nella quale più che mai ciascun cittadino è chiamato a capire chi gli sta di fronte, chi si propone sulla scena politica e quali conseguenze la sua discesa (o salita) in campo potrebbe avere. Un compito difficile, perfettamente rievocato da questo romanzo tragico.

Due cose vorrei sottolineare per ciò che invece attiene all’aspetto religioso contenuto nel romanzo.

Al termine di un inesorabile cammino verso la tragedia, che si acuisce di svolta in svolta e di incidente in incidente (un primo trauma alla testa avuto quando Johnny era bambino viene riacutizzato quando è ormai un adulto), risalta nel romanzo l’idea che il potere speciale di Johnny non sia dovuto a un caso ma che sia stato voluto proprio da un dio che vigila sulla storia umana; anzi: non un dio ma Dio, proprio quello con connotazioni cristiane, capace di prendere in mano la vita di una persona e di condurla alla consapevolezza delle proprie possibilità. Il protagonista sviluppa una coscienza del proprio ruolo sempre più decisiva sulla falsariga di una convinzione della madre. Dopo il suo incidente stradale, che lo mandò in coma per quattro anni e mezzo, la madre parve uscire di senno e assecondare sempre più la propria attrazione per una religiosità morbosa, deviata. Fin da quando suo figlio entrò in coma, lei si convinse che Dio lo avrebbe salvato perché avrebbe avuto un compito nel mondo. Una volta tornato nel mondo, Smith tiene in sempre maggior considerazione quella convinzione, e da scettico diventa un credente, nel vero senso del termine. Si lascia andare alla volontà di chi ha disegnato per lui un compito speciale.

Tuttavia il Cristianesimo che esce da questa storia è qualcosa di frammentario, caotico, in piena crisi. John Smith è circondato da un’aura di mistero e di diffidenza crescente che lo pone a diretto contatto con la strampalata fede della madre. Questo personaggio femminile si fa carico delle teorie fideistico-ufologiche sviluppatesi negli Stati Uniti negli ultimi decenni. Dapprincipio la madre crede fermamente che il figlio sia il destinatario di un grande progetto da parte di Dio. E su questo ci ha visto giusto. Ma poi lei degenera abbracciando sempre più teorie assurde che mettono in luce la difficoltà di credere nel mondo d’oggi: si percepisce l’esistenza di un dio, finanche di quello cristiano, ma c’è una grande difficoltà nell’accogliere il sistema di fede veicolato dalla tradizione. Il giudizio su questa fede contorta e sfigurata, da parte di Stephen King è pesante: per bocca del marito e del figlio, la madre sta vivendo un’esperienza da psicoterapia ma si ha come l’impressione che tuttavia il romanzo non possa che essere la fotografia di uno stato di cose. King non deve fare fatica per descrivere un simile stato di cose: non ha che da guardarsi attorno.

Guns – Stephen King

In occasione del dibattito inaugurato da Barack Obama sulla scia degli ultimi sanguinosissimi fatti di pistola e follia negli USA, Stephen King si è sentito in dovere di dire la sua circa le pistole e le armi di così libera circolazione nel suo Paese.

Ne è uscito un breve saggio che ha reso immediatamente disponibile in formato digitale tramite Amazon, intitolato Guns. Ecco il testo inglese che accompagna l’uscita dell’ebook sul sito dell’autore:

Stephen has written an essay discussing his thoughts on the gun control/gun rights issue facing the U.S., available now as a Kindle Single through Amazon.com.

“I think the issue of an America awash in guns is one every citizen has to think about,” said King. “If this helps provoke constructive debate, I’ve done my job. Once I finished writing ‘Guns’ I wanted it published quickly, and Kindle Singles provided an excellent fit.”

From Amazon: In a pulls-no-punches essay intended to provoke rational discussion, Stephen King sets down his thoughts about gun violence in America. Anger and grief in the wake of the shootings at Sandy Hook Elementary School are palpable in this urgent piece of writing, but no less remarkable are King’s keen thoughtfulness and composure as he explores the contours of the gun-control issue and constructs his argument for what can and should be done.

Per acquistarlo, basta cliccare qui. A domani, con il mio articolo su La zona morta, romanzo fenomenale di King, attuale sotto molteplici aspetti.

Bambini, gli ultimi del mondo

Si dice normalmente che gli elementi più deboli della società siano bambini, anziani e donne. Sono piuttosto scettico (e forse politicamente scorretto) che le donne siano elementi deboli; piuttosto, talvolta ancora discriminate. Gli anziani sono deboli per via delle forze che vengono meno, non certo per il peso sociale che hanno nella società italiana attuale, forse eccessivo, ma anche questa idea potrà suonare un tantino politicamente scorretta. E va bene comunque. Ciò di cui sono convinto, è che i veri deboli della società siano i bambini.

I bambini sono non soltanto discriminati (sulla base del colore della pelle, della provenienza dei genitori, sulla bellezza fisica, sul censo della famiglia, sulla maggiore o minore furbizia del bambino, sulla sua maggiore o minore intelligenza, ecc, come ho modo di constatare giorno dopo giorno, lavorando nella Scuola dell’Infanzia), anche vessati da ogni forma di imposizione che gli adulti vogliano calare su di loro.

Se non lo sapete, ve lo dico io. È pur vero che ogni persona ha la sua indole e che, questa indole, la si vede fin da quando la persona è un bambino, ma ogni bambino tende ad accontentare l’adulto, in tutto e per tutto. Se gli si chiede di volare, tenterà di volare anche essendo una tartaruga. Guardate, non sto scherzando, ma mi rendo sempre più conto di come la nostra società sia basata su un’istruzione e un’educazione (sia essa scolastica, famigliare o ambientale) che non sono altro che il principio del: piega il legno finché è verde, perché dopo si spezzerà. Detto così appare più brutale di quanto possa sembrare. La verità è che l’educazione di per sé è un’azione “brutale”, anche se di una brutalità socialmente accettata, condivisa, ritenuta minima per il bene del bambino, che così crescerà, imparerà a vivere nel mondo e a confrontarsi con gli altri.

Ci può stare, senza però sottovalutare lo sforzo continuo che viene richiesto ai bambini. Ogni bambino fa davvero del suo meglio per innalzarsi al livello che gli viene richiesto. Provate a pensarci: dal nulla deve imparare cos’è una regola, deve imparare a riconoscere lettere e suoni, associarli per poterli scrivere e farlo nel modo giusto, deve imparare a quantificare e a raggruppare, deve imparare a giocare assieme agli altri, a non litigare, a non fare a botte, ad andare a fare i suoi bisogni davanti a perfetti sconosciuti, a cambiare classe in continuazione, ad abituarsi in continuazione a nuove persone. Non vi sto parlando delle Primarie (le vecchie Elementari), ma della Scuola dell’Infanzia (il vecchio Asilo). Tutto questo dev’essere raggiunto entro fine Infanzia, anche se non nella forma completa ed esaustiva che  già può contemplare un corso di primo anno delle Primarie. Insomma, già l’educazione è una forma di obbligo, costrizione, che chiede di andare talvolta contro le volontà del bambino.

Ma non è di questo che voglio parlarvi. L’argomento importante, per me e per questo post, è il modo in cui la nostra società approfitta dei bambini al di là del concetto di educazione, senza il concetto di educazione, sformando e sfigurando il concetto di educazione.

I bambini sono il target preferito dal mondo del commercio (veicolato nelle vendite da quel codice a barre che una leggenda metropolitana raccontava essere incorniciato dai numeri 666, erroneamente considerati il Numero della Bestia apocalittica). Ogni festa e ogni occasione è buona per vendere ai bambini o per i bambini: Santa Lucia, Natale, Befana, Pasqua, Carnevale, ora si aggiunge Halloween, ogni genere di film è pensato per sfruttare il desiderio dei bambini, escono musichette costruite apposta per sollecitare i neuroni dei bambini (no, non intendo le tagliatelle di nonna Pina, ma il Pulcino Pio, per esempio…). Ci sono mille occasioni per fregarsene altamente del significato delle singole feste e, anzi, storcerne il significato in modo tale che esse esistano per la vendita. Babbo Natale non è altro che questo, Santa Lucia forse sopravvive un poco, ma anche in questo caso, ormai, si vede una degenerazione consumistica, la Befana, poi, non parliamone. Tralascio le altre feste, soffermandomi solo su Halloween, una festa importata dagli USA di recente solo e unicamente con lo scopo di vendere di più, sfruttando la fascinazione nei confronti dei piccoli e dei giovanissimi (perché nessun Italiano adulto – e nemmeno giovane – può essere talmente idiota da divertirsi con Halloween, se non grazie all’aspetto più horror che arriva dai film). I genitori non si preoccupano minimamente delle conseguenze che possono avere le festività veicolate unicamente da un aspetto commerciale, non riflessivo, non educativo, non pensato. Non ne parlano, non sono nemmeno capaci di capirne da soli il significato, anzi, parte del problema sono gli stessi genitori. Se prima di far fare qualcosa ai figli riflettessero sulle conseguenze (non quelle immediate, ma quelle un po’ più lontane), forse qualcosa migliorerebbe, in questo Paese. Al riguardo, ho scritto un racconto, Famiglia fuori norma, pubblicato sullo Speciale Halloween 2012 della rivista online Horror drEaMagazine.

I bambini sono il target preferito dalla violenza. Sono malleabili, si fidano, in molti casi sono furbi, è vero, ma la loro furbizia è sincera ed è fin troppo facile piegarla. Ci vuole solo convinzione. È una cosa tremenda che, quando la loro fiducia sia al punto massimo (una fiducia pulita, bella, colma di speranza), gli adulti siano capaci di approfittarne per ottenere qualcosa che interessa solo al mondo degli adulti. Che stiano zitti, che stiano tranquilli, che facciano la nostra volontà, che non ci diano troppo disturbo, che non ci attirino la vergogna, che credano a ciò in cui crediamo noi, che non esprimano ciò che sono, che esprimano ciò che la società si aspetta da loro, che esprimano ciò che noi ci aspettiamo da loro ma che non è minimamente nelle loro corde… ce ne sarebbero di casi, ma non si finisce più. Credo che le degenerazioni più frequenti verso i deboli siano nei confronti dei bambini.

La verità è che, spesso, gli adulti sono degli orchi.

Mi rendo sempre più conto che tra le tematiche in cui sguazzo di più, c’è proprio quella dell’infanzia violata, abusata, spezzata. Ricorre praticamente in ogni cosa che ho scritto, a parte un paio di testi. Non vi preoccupate, non ho subito alcuno shock, quand’ero piccolo. Anzi, la mia infanzia è stata decisamente felice. Forse, la motivazione che mi spinge a puntare gli occhi così spesso su questi abusi è proprio la forte presenza in me di un mondo dell’infanzia ancora intatto, capace di conservare i connotati magici e unici che la caratterizzano (o dovrebbero caratterizzarla, stando agli studi di psicologia). Non si deve correre il rischio di pensare che chi scrive horror, lo fa perché ha vissuto chissà quali sciagure o traumi nell’infanzia (come talvolta chiedevano a Stephen King, cf. On Writing, cosa che lui ovviamente respingeva, non essendo assolutamente vera).

Già in Storia di Geshwa Olers si nota quest’attenzione. Il protagonista, Geshwa, è un ragazzo di sedici anni, è vero, quindi tra l’infanzia e la giovinezza, ma il suo cuore è ancora quello di un bambino; anzi, è stato tenuto come se fosse un bambino. Un sopruso bello e buono, come – in buona sostanza – tutto ciò cui andrà incontro. Molto significativa, secondo me (ma anche per la mia psicologa :-D), la scena in cui il ragazzino si perde nel bosco, incontra un orco che imita suo padre, fugge e viene soccorso da una donna che non è una vera donna, ma una fada, un essere che vuole ucciderlo. Freud avrebbe indubbiamente qualcosa da dire.

In Commento d’autore c’è la presenza di Laura, la bambina del protagonista Cesare Ombroso, che si rivela essere vittima (e non solo) di una famiglia non proprio ben riuscita. Il finale, a mio modo di vedere (e con il supporto di un bravo esorcista), lascia interdetti.

In Notte senza uscita, il protagonista Gianluca si trova costretto a riesumare Il Terrore dell’infanzia nel corso di un esperimento… particolare.

In Strega si assiste alle tremende conseguenze che pensieri e decisioni prese con eccessiva leggerezza da una madre fragile hanno su una figlia, diciamo così, innocente. Cosa mai potrebbe recriminare, in fin dei conti, la madre alla figlia?

Nella raccolta di racconti L’alieno nella mente vi sono diverse storie che focalizzano sui bambini. La Tana del Nero racconta, in fin dei conti, di bambini lasciati a se stessi. Chiamati a raccolta parla del peso che una ragazzina si ritrova a reggere sulle spalle dopo il disastro dello Tsunami giapponese. Lassù è meglio mostra in che modo un governo terrestre in forte decadenza possa manipolare la mente dei giovani.

Per finire, la storia horror che sto scrivendo in questo periodo è, forse, la cima raggiunta in questo tema, per quel che mi riguarda. La storia più dura, più abietta e difficile da scrivere. Qui i bambini si fanno cattivi, decidono di rispondere per le rime… a loro modo.

L’infanzia distrutta. L’infanzia derubata e sfruttata. L’infanzia mietuta, come a Newtown. Sembra sia sempre più difficile rendersi conto che nascere – in realtà – sia l’unica cosa capace di cambiare radicalmente il mondo, come mi è capitato di scrivere in questo post pubblicato sul blog de Il libro ritrovato.

1978 – L’ombra dello scorpione

L’OMBRA DELLO SCORPIONE

ISBN: 88-452-4600-0

Trama. “Quali possono essere le conseguenze di un errore di laboratorio? La fine del mondo, ovviamente. Il virus denominato Captain Trips, elaborato dagli scienziati sul modello di quello influenzale, sfugge al controllo e si diffonde con rapidità micidiale. Solo pochi uomini sopravvivono.

Un giorno (anzi, una notte) c’è chi inizia a fare strani sogni, dove ci sono personaggi sinistri che attraggono con richiami discreti e irresistibili. L’uomo senza volto, Randall Flag, e Mother Abagail, li invitano a seguirli e a riordinare ciò che rimane della società secondo modelli rinnovati. Attraverso un ricco campionario di protagonisti, buoni e cattivi, e tramite 900 pagine di narrazione, Stephen King mette in campo l’eterna lotta tra bene e male, con la prospettiva che questa sia la battaglia definitiva.”

Affrontare un’opera come L’ombra dello scorpione è difficile e mette a dura prova chiunque voglia parlarne senza rifarsi ai soliti luoghi comuni. Lotta tra bene e male in primis, abusato cliché fantasy, diventa nel romanzo di Stephen King motivo d’intreccio a più livelli.

Diviso in tre parti, l’inizio della storia è minuzioso e coinvolgente, com’è nello stile quasi perfetto di King. La prima parte, intitolata Captain Trips, si sofferma sull’espandersi di un’epidemia sfuggita dal laboratorio. Di portatore in portatore, l’autore ci descrive il primo originario espandersi del virus, che nel gergo del romanzo viene chiamato Capitan Trips. Lo sterminio è pressoché totale e, anche se non viene detto esplicitamente, si può immaginare che il contagio arrivi in tutto il mondo. Qui si parla solo del Nord America, con l’abitudine del tutto statunitense di pensare che quando si dice America si dica “mondo”.

La seconda parte, Sul confine, vede l’entrata in campo del sovrannaturale, con il trasferimento del racconto dall’ambito puramente sociologico-scientifico a quello della realtà ulteriore. Basti un brano (tratto da pag. 347 dell’edizione indicata) per comprendere di cosa si tratta:

Quella notte Nick sognò l’uomo senza volto ritto in cima al tetto, le mani tese verso est, e poi il granturco, granturco più alto di lui, e il suono della musica. Solo che questa volta sapeva che si trattava di musica e questa volta sapeva che a suonare era una chitarra. Si svegliò che era quasi l’alba, con la vescica piena e dolente, e le parole di lei che gli echeggiavano nelle orecchie: Mother Abagail mi chiamano… vieni a trovarmi quando ti pare.

Eccoci qui, con tutto ciò di cui c’è bisogno affinché la storia si sviluppi verso l’epica. Il sogno, nel quale la realtà si fa viva in tutta la sua profondità; l’uomo senza volto, chiamato anche “l’uomo che cammina”, ovvero Randall Flag; Mother Abagail, che attende senza forzare e canta; la vescica piena e dolente. Non ci si stupisca se inserisco nella lista anche quest’ultimo particolare: non è affatto fuori luogo. Infatti, la necessità è al centro del romanzo, una necessità umana che comprende tutto. Beni alimentari, medicine, compagnia, sicurezza, relazioni. Il virus rende i sopravvissuti consapevoli di ciò che è veramente importante, ed è a partire da questa situazione di bisogno primario non soddisfatto che si acuiscono i sogni, attraverso i quali le persone rimaste (in Nord-America) vengono attratte progressivamente secondo la natura del loro animo.

Randall Flag costituisce il polo negativo (sì, quel Randall Flag di cui parla La Torre Nera, il miglior villain letterario degli ultimi decenni). Nel romanzo sono contenute varie comprensioni di ordine “metafisico” del fenomeno Randall Flag, ma in fin dei conti si capisce bene cosa rappresenta: Satana. Tant’è vero che Mother Abagail, che gli si contrappone, è una sorta di profetessa dell’Antico Testamento, guidata dal Dio cristiano. A differenza di Flag, lei non obbliga a far nulla, semplicemente attrae. Se Flag instaura poco alla volta un ordine fatto di imposizione violenta, di obbligo e di promesse fuori misura, Mother Abagail affascina, non è coercitiva e, soprattutto, non dà alcuna certezza. Solo la speranza.

Nel modo in cui Randall Flag e Mother Abagail attraggono verso poli opposti, si potrebbe vedere l’impianto naturalista che permea in buona parte la visuale di Stephen King. Il suo naturalismo (di cui parla approfonditamente Heidi Strengell nel suo bel Dissecting Stephen King – From the Gothic to Literary Naturalism, 2005) diventa la condizione sine qua non per far emergere il sovrannaturale. Una volta che ho messo in tavola tutti gli elementi naturali e deterministici della vita, sembra dire King, ti faccio vedere dove si infila tutto ciò che non si può controllare e da dove nascono le nostre paure.

La tensione tra determinismo e libero arbitrio in King è sempre molto forte. Da questo punto di vista, il modo di trattare la materia nel romanzo riproduce alla perfezione il contrasto nel quale ogni essere umano ha sempre vissuto. L’orrore nasce dalla visione deterministica del mondo e dal suo naturalismo letterario. In fin dei conti, non è proprio il desiderio di Satana quello di farci credere che ci sia chi ha già deciso per noi, permettendo alla nostra coscienza, sempre in bilico sul baratro del dubbio, di cadere in una depressione dell’anima? Esattamente queste sono le domande e le paure che coinvolgono i protagonisti di L’ombra dello scorpione.

La terza parte è intitolata La resistenza, e mette in scena – ancora una volta – l’inevitabile. I sopravvissuti hanno raggiunto chi li attraeva in sogno. Chi ha raggiunto Randall Flag è ovviamente feccia del mondo, e crea a Las Vegas una società fatta di sopruso e violenza, nella quale l’unico limite riconosciuto è lui, “l’uomo senza volto”. Chi, invece, ha seguito il suono della chitarra e Mother Abagail, arriva a Boulder per rendersi conto che c’è ancora tutto da fare, c’è ancora da combattere, c’è da sperare e impegnarsi personalmente affinché il diavolo non costituisca più una minaccia per questo mondo. Tutta la terza parte è attraversata da questa tensione per lo scontro, perché Las Vegas vuole far fuori l’enclave di bene, che si è data una forma democratica per poter sopravvivere nel caos generale.

Alla fine la bomba atomica è pronta, tra i buoni si nascondono dei traditori, Satana si sta preparando a vincere definitivamente. Cosa può portare alla vittoria del bene? Leggete il romanzo fino all’ultima delle sue 900 e passa pagine. Ne vale la pena e non vi scorderete più di una delle più belle storie del “re del brivido”.

Postilla sui personaggi. I personaggi sono indimenticabili. Soffermarsi qui su tutti, o anche solo su uno di essi, è impossibile, e correrei il rischio di trascurarne di importanti. Dirò solo una cosa: quando si finisce il romanzo si rimane con l’amaro in bocca, perché ci si è affezionati così tanto ad alcuni di essi, che l’impressione conseguente alla loro perdita è di vivere il lutto per degli amici. Questo è quanto è accaduto a me nell’estate in cui lo lessi.

Tuttavia, mi sia permesso fornire la mia chiave di lettura circa la funzione dei personaggi. Stephen King risponde alla questione che sollevavo, riguardante la tensione tra determinismo e libero arbitrio, proprio tramite i personaggi che mette in scena. Il libero arbitrio si agisce nella volontà instancabile di dimostrare dove sta il bene, al costo della propria vita. Ma sappiamo bene che di queste cose è sempre difficile parlare senza correre il rischio di risultare poco convincenti o troppo teorici. Non posso fare altro che invitarvi a leggere L’ombra dello scorpione. Zio Steve e il suo racconto penseranno ad accompagnarvi per mano fino alla fine del mondo e a farvi entrare nel mondo che verrà.

In the Tall Grass – nuovo ebook da Steve e Joe

Padre e figlio colpiscono ancora, con un nuovo ebook, in uscita per Simon & Schuster il 9 ottobre 2012. Si tratta, ovviamente, di Stephen King e Joe Hill, e il nuovo racconto è In the Tall Grass (Nell’erba alta, più o meno…). Ecco cosa dice la presentazione in inglese:

In the Tall Grass begins with a sister and brother who pull off to the side of the road after hearing a young boy crying for help from beyond the tall grass. Within minutes they are disoriented, in deeper than seems possible, and they’ve lost one another. The boy’s cries are more and more desperate. What follows is a terrifying, entertaining, and masterfully told tale, as only Stephen and Joe can deliver.

La mia traduzione: In the Tall Grass inizia con sorella e fratello che si spingono fino a bordo strada dopo aver sentito un ragazzino implorare aiuto al di là dell’erba folta. In pochi minuti si ritrovano disorientati, molto più di quanto sembri possibile, e si perdono di vista. Il pianto del ragazzino è sempre più disperato. Quel che segue è un racconto terrificante, narrato con capacità magistrale, come solo Stephen e Joe sanno produrre.

Se volete ascoltare un estratto del audiobook in inglese, potete seguire questo collegamento.

Allora, buon futuro divertimento!

A face in the crowd – Un volto tra la folla, di Stephen King

Prendo di peso dal sito del Re l’annuncio della prossima uscita ebook, scritta in collaborazione con Stewart O’Nan. Fantasmi, ragazzi miei? Pare di sì.

Set for release on August 21st, the original ebook marks the second baseball-themed collaboration between Stephen and Stewart O’Nan.

La trama. Dean Evers, an elderly widower, sits in front of the television with nothing better to do than waste his leftover evenings watching baseball. It’s Rays/Mariners, and David Price is breezing through the line-up. Suddenly, in a seat a few rows up beyond the batter, Evers sees the face of someone from decades past, someone who shouldn’t be at the ballgame, shouldn’t be on the planet. And so begins a parade of people from Evers’s past, all of them occupying that seat behind home plate. Until one day Dean Evers sees someone even eerier…

(traduzione mia: Dean Evers, un anziano vedovo, si siede davanti alla tv con nulla di meglio da fare che sprecare le sue serate guardando il baseball. Si tratta di Rays contro Mariners, e David Price vola attraverso la formazione di gioco. Improvvisamente, a poche file di distanza dal battitore, Evers vede il volto di una persona di qualche decennio fa, qualcuno che non dovrebbe essere al match, che non dovrebbe essere sul pianeta. E così comincia una sfilata di persone del passato di Evers, tutti seduti in quel posto dietro la casa base. Finché un giorno Evers Dean vede qualcuno particolarmente inquietante…)

A Face in the Crowd will be available on Kindle, Nook, eReader, iBooks, Android Play and more. The audiobook read by Craig Wasson will be available in both Mp3 and CD Mp3 formats from Amazon, iTunes and more.

1978 – A volte ritornano

A VOLTE RITORNANO

ISBN: 88-452-4607-8 (versione italiana)

ISBN: 978-0-385-12991-6 (versione originale)

La prima raccolta di racconti pubblicata da Stephen King apparve come un’umile creatura di uno scrittore bravo e fortunato, unendo sotto un titolo ormai più che famoso racconti scritti prima di riuscire a pubblicare e nuovi parti di una mente geniale. Tuttavia, l’umiltà nasconde innumerevoli perle, a cominciare dal titolo.

A volte ritornano, titolo dell’intera raccolta (in inglese Night Shift, Turno di notte), è tratto dal racconto forse più famoso del libro (intitolato, per l’appunto, Sometimes They Come Back), ma è divenuto così celebre da trasformarsi in un modo di dire molto diffuso tra la popolazione, allorquando si voglia additare con scherno il ritorno di qualcuno che ormai si dava per morto.

Una seconda perla è contenuta nella celebre Prefazione, scritta il 27 febbraio 1977 a Bridgton, Maine. Quella che inizia con

Parliamo, voi e io. Parliamo della paura.
La casa è deserta, mentre scrivo; fuori cade una gelida pioggia di febbraio. È sera. A volte quando il vento soffia come sta soffiando ora, la luce se ne va. Ma per ora c’è, perciò parliamo molto francamente della paura. Parliamo molto razionalmente di come si arriva all’orlo della follia… e forse al di là del baratro.

Si parla di paura, per l’appunto, e quella Prefazione ne è divenuta uno dei più acuti trattati. Le domande che sottostanno allo scritto sono perché scrivi questa roba, Steve?; perché la gente legge roba simile?; come mai si vende? La risposta è semplice e banale: la grande letteratura del soprannaturale contiene spesso la […] sindrome del “rallentiamo e guardiamo l’incidente”.

La paura è lo stato d’animo che ci acceca. Di quante cose abbiamo paura? […] La paura ci rende ciechi e noi tocchiamo ciascuna paura con l’avida curiosità dell’interesse personale, cercando di ricavare un intero da cento parti. […] Captiamo la forma. I bambini l’afferrano facilmente, la dimenticano, tornano a impararla da adulti. La forma è là, e tutti arriviamo presto o tardi a comprendere che cosa è: è la forma di un cadavere sotto un lenzuolo. Tutte le nostre paure assommano a una sola, grande paura: abbiamo paura del cadavere sotto il lenzuolo. È il nostro cadavere. E il grande significato della narrativa dell’orrore, in tutte le epoche, è che essa serve da prova generale per la nostra morte.

Semplice. Profondo. Straordinario. Ecco cosa penso dei racconti contenuti nella raccolta, o per lo meno di alcuni d’essi.

Jerusalem’s Lot. Il racconto notifica il precedente storico delle vicende di ‘Salem’s Lot (o uno dei numerosi precedenti). Lo spunto è chiaramente I topi nel muro di H. P. Lovecraft, dal quale poi si discosta per dare corpo al mito del paese infestato. Ecco come il protagonista del racconto, Charles, spiega la presenza del male nella cittadina:

“Sto benissimo,” assicurai, con calma. Ma non mi sentivo affatto calmo, Bones, non più di quanto lo sia ora. Credo, come il nostro Hanson [ma qui King aveva inserito anche un’altra serie di nomi cui far riferimento: con Mosè, con Geroboamo, con Increase Mather – che fu pastore protestante famoso per aver cercato di applicare moderazione nei confronti dei casi di stregoneria della comunità di Salem del 1600 – tutti riferimenti chissà perché scomparsi dalla traduzione italiana…] che vi siano luoghi spirituali nocivi, edifici dove il latte del cosmo è diventato acido e rancido. Quella chiesa è un posto così; lo giurerei.

Che è lo stesso meccanismo di The Shining e di altri romanzi di King.

Il Re, infine, si incontra ufficialmente con Lovecraft verso il termine del racconto, quando la chiesa si popola di fantasmi e si illumina del chiarore infernale di un freddo fuoco eterno, e il latino dell’officiante

venne sostituito da un idioma più vecchio, già antico quando l’Egitto era giovane e le piramidi non ancora costruite, antico quando la Terra era ancora sospesa in un ribollente e informe firmamento di gas: “Gyyagin vardar Yogsoggoth! Verminis! Gyyagin! Gyyagin! Gyyagin!”

Il Senza Nome, il Verme da oltre lo Spazio, Colui che divora le Stelle.

Lovecraft lives.

Secondo turno di notte. Questo racconto prende spunto da uno dei numerosi lavori nei quali King si imbatté prima di diventare scrittore a tutti gli effetti. Lavorava in una fabbrica di tintura industriale, e quando per una chiusura settimanale venne offerta ai dipendenti la possibilità di entrare a far parte di una squadra che avrebbe ripulito lo stabilimento da cima a fondo, compreso lo scantinato, King non entrò nel novero dei prescelti per un soffio. Ma poté udire dalla bocca di uno dei suoi compagni cosa trovarono laggiù.

“Giù in cantina c’erano topi grossi come gatti… Ce n’erano alcuni, che il diavolo mi porti se non erano grossi come cani.”

Alcuni mesi dopo si mise a scrivere Secondo turno di notte, in cui chi scende nello scantinato, alla base di tutto l’edificio, muore divorato da enormi topi. Si tratta di un racconto capace di esemplificare la possibilità dell’orrore nell’esistenza delle persone: se l’incubo della cantina, tipico del racconto horror, viene affrontato e non fa più paura, c’è sempre un livello maggiore di incubo possibile, il sottolivello della cantina, dove vivono i topi divoratori.

Risacca notturna. Il racconto anticipa le tematiche dell’Ombra dello Scorpione, e il virus influenzale che sta sterminando l’umanità viene già chiamato Captain Trips. Ma il traduttore ovviamente non poteva saperlo, e sostituisce Captain Trips con A6. Forse urgerebbe una nuova traduzione dell’intera raccolta…

La bellezza del racconto sta nel rovesciamento della prospettiva. All’inizio la vicenda sembra un crudele atto di omicidio perpetrato ai danni di un malcapitato, in modo tanto orrendo da lasciare disgustati. Poi, quando si viene a scoprire che cosa sta succedendo nel mondo, quello che fino ad allora appariva al lettore un atto di folli criminali, si tramuta di colpo nel gesto pietoso verso un sofferente senza scampo.

Io sono la porta. Interessante racconto di fantascienza, nel quale l’invasione aliena della Terra inizia da un parassita molto particolare. Vedere… per credere.

Il compressore. Anche questo racconto si rifà agli incubi determinati nel giovane King da uno dei lavori che si trovò costretto a fare pur di sopravvivere all’assenza di pecunia, immediatamente prima di venir spedito nello scantinato vicino al sottolivello dei topi. In On writing ne parla così:

Fui trasferito al reparto tintura dello scantinato, tanto per cominciare, dove c’erano quindici gradi di meno. Il mio compito era tingere di viola o blu oltremare campioni di melton. Immagino che ci siano ancora alcuni nel New England che hanno nell’armadio giacche tinte dal sinceramente vostro. Non fu la mia estate migliore, ma riuscii a evitare di essere risucchiato da qualche macchinario o di cucirmi insieme le dita con una delle cucitrici industriali in cui passava la stoffa ancora da tingere.

Il racconto parla proprio di questo: una cucitrice industriale si diverte a nutrirsi di operai. Indimenticabile la descrizione di come viene trovata la povera donna che la macchina ha tentato di… utilizzare come tessuto. Se non leggete il racconto, vi faccio solo una raccomandazione: non permettete agli elettrodomestici di muoversi dal luogo in cui li avete relegati!

Il baubau. Quando gli incubi di bambino riemergono in superficie.

Campo di battaglia. Avete presente Una notte al museo? Ecco, qui la faccenda è molto simile (ma il racconto è stato scritto nei primi anni Settanta!), però fa molto, ma molto più male.

Camion. Da questo film è stato poi tratto il modesto Brivido, che però ne allarga la modalità narrativa a tutti i mezzi meccanici creati dall’uomo. Un gruppo di persone è serrato all’interno di una pompa di benzina, perché i camion – TIR, autoarticolati e furgoncini – hanno iniziato a ragionare da soli e a ribellarsi ai loro guidatori. E aspettano che passi qualche preda da investire e schiacciare. Il principio alla base di tutto è lo stesso di Terminator, le macchine che si ribellano all’uomo. Qui, però, è in versione horror. Il senso del racconto è probabilmente contenuto nel finale, dal quale risalta come un allarme il pericolo della cementificazione totale del mondo dell’uomo. L’essere umano si crea un mondo sempre più inadatto alla propria specie, e finisce per diventare schiavo della tecnologia che doveva aiutarlo.

A volte ritornano. Come dicevo all’inizio, questo racconto dà il titolo all’intera raccolta nella versione italiana ed è divenuto un modo di dire, per lo meno nella nostra lingua. Vi si ritrovano alcuni dei topoi della narrativa adolescenziale di Stephen King, che tanto l’hanno reso famoso nel mondo della letteratura: il treno e le rotaie (incubo ricorrente a causa di un incidente cui il piccolo King assistette, dove morì un amico; tra l’altro è anche un topos di Dickens, che visse un incidente in treno che lo portò a odiare quella micidiale trappola per topi e a esorcizzarla di continuo nei suoi racconti); i due fratelli legati da amore inscindibile; il patto con il diavolo e i morti che ritornano, in un modo o nell’altro. Per questo racconto, King guadagnò la cifra più alta mai raggiunta fino ad allora attraverso i suoi scritti: 500$!

La falciatrice. Il racconto non è dei più belli di King, anche se lo speciale tagliaerbe che giunge a casa sua per falciare l’erba rimane indubbiamente nella memoria. La cosa più particolare di questo racconto riguarda… il film che ne venne tratto. Si tratta del Tagliaerbe, del 1992, diretto da Brett Leonard e interpretato anche da Pierce Brosnan. La cosa incredibile è che il film non ha nulla a che fare con la storia di King, che infatti intentò causa per essere rimosso dai titoli.

Quitters, Inc. Volete smettere di fumare? Altro che metodi da manuale. La forza di volontà è ciò che conta. Un racconto molto alla Hitchcock.

So di che cosa hai bisogno. Con questo racconto inizia il trittico dei racconti più belli della raccolta. In questo, il protagonista è un ragazzo che sa farsi amare, nonostante tutto. Ma le apparenze spesso ingannano, e lui è riuscito a ingannare chiunque, tranne i suoi genitori.

I figli del grano. Da questo racconto sono stati tratti diversi film, il più conosciuto dei quali è Grano rosso sangue, diretto da Fritz Kiersh. Anche qui incontriamo uno dei topoi classici di Stephen King, il paese isolato dal resto del mondo, nel quale il male sta spadroneggiando con ogni genere di abiezione. Idealmente collegato a L’ombra dello scorpione (dove il cattivone, Randall Flag, è chiamato “colui che cammina”), si scopre che fonte del male nel racconto è un demone, chiamato “colui che cammina tra i filari”.

L’ultimo piolo. Racconto molto toccante, che narra la vicenda di fratello e sorella, talmente legati da portare lei a vedere in suo fratello l’unico che possa salvarla dalla depressione.

Il bicchiere della staffa. Questo brano riprende le vicende di ‘Salem’s Lot e racconta di un paese vicino a quella cittadina, nel quale si è dovuta fermare una famigliola, causa avaria dell’auto. Nevica, molto, e mentre la moglie e la figlia rimangono in auto, il padre si mette in viaggio per raggiungere il luogo più vicino abitato da essere umano. Giunge così al bar di Tookey, che decide di soccorrerlo perché quando il padre gli dice che quel luogo sembra “essere abitato da fantasmi”, Tookey gli risponde: “Non ci sono fantasmi a Jerusalem’s Lot”.

Certo che no, ovviamente. C’è molto di peggio! Inutile dire che il buon padre non troverà più né moglie né figlia.

Anzi, lei sì.

Stupidario ai tempi del terremoto

Girando su Facebook – quando mai ho ripreso! – si leggono cose veramente incredibili. La gente che ha voglia di storie (e ce n’è molta, a giudicare dagli aggiornamenti di stato) farebbe bene a leggersi qualche romanzo di fantascienza, piuttosto che lanciare o appoggiare ipotesi che non hanno nulla di credibile. Il terremoto in Emilia ha scatenato una nuvola di nulla, che sta coinvolgendo davvero molta gente, e mi chiedo perché. Ho raccolto un campionario di stupidate (a mio parere, ovviamente).

1 – Il terremoto è stato provocato dalle trivellazioni per locare i depositi di gas… con frasi del tipo “ma come fanno a sapere che ci saranno nuove scosse? Forse perché le hanno provocate loro?” O_O Perfino l’aumento della accise sulle benzine, a quanto pare, erano in previsione delle scosse da provocare…

2 – Annullare la parata del 2 giugno per devolvere i soldi ai terremotati… ragazzi! Sveglia! I soldi li avevano già spesi da tempo.

3 – Annullare la visita del Papa a Milano. Ok, a ‘sto punto direi di annullare anche il prossimo Sanremo e la sagra de la Renga a Verona, così possiamo contribuire ancora di più O_o

4 – Sono stati allestiti dei campi di soccorso separati tra Italiani ed extra-comunitari.

5 – Tutta colpa del progetto Haarp. Non sapete di cosa si tratta? Leggete qui, vera fantascienza.

Passiamo a discorsi più seri (rispetto allo stupidario, intendo): Joyland, l’ultima fatica di Stephen King, uscirà negli USA in giugno 2013. Questo l’annuncio in inglese dato da Titan Books, l’editore che lo pubblicherà nella collana Hard Case Crime:

Set in a small-town North Carolina amusement park in 1973, JOYLAND tells the story of the summer in which college student Devin Jones comes to work as a carny and confronts the legacy of a vicious murder, the fate of a dying child, and the ways both will change his life forever.

Stephen King commented, “I love crime, I love mysteries, and I love ghosts. That combo made Hard Case Crime the perfect venue for this book, which is one of my favorites. I also loved the paperbacks I grew up with as a kid, and for that reason, we’re going to hold off on e-publishing this one for the time being. Joyland will be coming out in paperback, and folks who want to read it will have to buy the actual book.” 

King’s previous Hard Case Crime novel, The Colorado Kid, became a national bestseller and inspired the television series “Haven,” now going into its third season on SyFy.