Se la ricerca è tutta personale

Formule-da-155-a-161-002Scrivere è fatica, non possiamo mentire. A tutti quelli che dicono che scrivere è un modo per sfogarsi, io dico: “sì, ma suggerisco di andare a correre. Ci si sfoga molto di più”. Scrivere è fatica, già di per sé, ma se la scrittura è anche ricerca, la fatica triplica.

Fino ad alcuni anni fa ero convinto che buona parte della fatica consistesse nel riuscire a esprimere nel modo appropriato le idee o i sentimenti che nascono in mente o nel cuore, ma ora che sono un po’ più vecchietto, posso dire che quella era solo una fase. La fase successiva ha riguardato – sempre in termini di fatica – la ricerca di una casa editrice appropriata. C’è il rischio di lasciarsi scoraggiare non dico dai dinieghi o dai silenzi, che sono molteplici e ripetuti, ma dalle energie che bisogna mettere in campo per riuscire a costruire il proprio cammino. Soprattutto, aggiungo, quando questo cammino è del tutto peculiare e si è già passati per la pubblicazione, con una decina di piccole case editrici, di quindici romanzi.

Ogni cammino è peculiare, mi direte voi. Non è così, rispondo io.

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La prima stesura /2 – la libertà dei personaggi

manuali-di-scrittura-creativaIl secondo aspetto da considerare nella prima stesura di una storia è quella che chiamo naturalezza controllata. Di cosa si tratta?

Di per sé, è un concetto molto semplice, sebbene sia forse più difficoltoso rispettarne le esigenze fino in fondo di quanto non possa sembrare in un primo momento. Quando l’atmosfera mentale del romanzo o, per meglio dire, il mood emozionale-narrativo del racconto è al punto giusto e vi spinge alla scrittura, ormai non più procrastinabile, bisogna essere in grado di lasciar liberi i protagonisti e gli eventi. Cosa mai vorrò dire?

La trama è ovviamente importante, e se avete una scaletta da seguire, essa deve rimanere un punto di riferimento importante: ma non può trasformarsi in un ostacolo sulla lunga strada della prima stesura.

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10 dipinti per la scrittura

Poteva mancare la puntata sui dipinti che hanno ispirato la mia scrittura? Giammai. Eccone selezionati 10.

Si tratta di quadri che hanno da sempre ispirato il mio modo di scrivere, il mio modo di pensare, il mio modo di essere, fino a portarmi all’espressione particolare delle mie storie, come in certi casi ben specifici. La scrittura si nutre di tutto ciò che la può rendere più profonda, tridimensionale, quadridimensionale, e anche di più. Eccoli.

Cliccando sul primo aprite la galleria, con le didascalie che vi spiegheranno la mia scelta.

 

10 canzoni per la scrittura

Tumblr_mfhvrjroCB1r2n2w2o5_500Ebbene sì, parecchie volte sono stato ispirato da canzoni di musica leggera, di vario genere. Solitamente hanno fatto da leit motiv per interi romanzi o anche per singole scene.

Ecco una serie di dieci canzoni e i brani che esse mi hanno condotto a scrivere.

  1. A Heart Full of Love (da Les Miserables, di Claude-Michel Schönberg). Lo vidi a Londra nel 2008 cantato da Jon Robyns nella parte di Marius e Leanne Dobinson in quella di Cosette. Mi colpì così tanto, che divenne il cuore pulsante del mio romance La ragazza della tempesta. (Qui un video… anche se si vede maluccio)
  2. Wichita Lineman (di Glen Campbell). Bellissima canzone country degli anni Sessanta, ha ispirato il capitolo 9 del mio horror Commento d’autore, originariamente pubblicato da Linee Infinite. Descrive perfettamente una certa solitudine “da deserto” del protagonista.
  3. PS I love you (dei Beatles). Titolo e leit motiv del romanzo horror omonimo (secondo volume della serie Le sette case, originariamente pubblicata da GDS Edizioni): you you you. Una fissazione, sia per gli scarafaggi di Liverpool che per il protagonista del romanzo.
  4. To Afraid to Love You (dei Black Keys). Accompagna un piano sequenza del romanzo Il diavolo di Tourette, quinto volume delle Sette case. Vi segnalo la bellissima versione live.
  5. Goodnight Moon (di Shivaree). Segna un passaggio importante del romanzo Intervista, sesto volume della serie Le sette case. Nel romanzo sbagliai, attribuendola a Shania Twain.
  6. A Saucerful of Secrets (dei Pink Floyd). Punto di riferimento e chiave musicale del racconto Il gioco del diavolo (contenuto in Un assaggio di Dunwich 3), preambolo del romanzo Codice infranto (pubblicato da Dunwich Edizioni).
  7. Ring of Fire (di Johnny Cash), una delle canzoni che mi hanno accompagnato nella stesura del romanzo apocalittico (mai pubblicato) Tu sarai l’inizio.
  8. The Happy Wanderer (di Luis Prima), il vero leit motiv di Tu sarai l’inizio e del suo protagonista. Ah ah ah.
  9. At Last (cantata da Etta James), direttamente dalla colonna sonora di Sogno, romanzo drammatico mai pubblicato (ma la speranza è l’ultima a morire). La sua spensierata primavera contrasta con la depressione del protagonista.
  10. Hieroglyphics (di Franco Piersanti), dalla colonna sonora del Commissario Montalbano, accompagna con la sua malinconia la pensierosa giornata di Lidia Panfili, direttamente dal romanzo Veniva dal mare, romance che costituisce il seguito della Ragazza della tempesta.

Anche voi avete canzoni che vi suggeriscono parole?

10 colonne sonore per la scrittura

welcome-to-twin-peaks-1200x628-facebookLe colonne sonore soffrono spesso di un carattere ancillare nei confronti dei film che sono costrette – talvolta loro malgrado – a sorreggere.

A differenza della musica classica, una colonna sonora non può non rievocare le immagini del film che sono costrette a rendere sostanziose. Una soundtrack può essere più o meno corposa, più o meno indipendente, ma tale sembra essere il suo destino. Eppure, ci sono alcune musiche da film (o da sceneggiato) che sono state capaci di ispirarmi forse più del film (o dello sceneggiato) che erano destinate ad accompagnare. In alcuni casi si tratta di veri e propri capolavori: forse tra cent’anni non si vedranno più i film che ne hanno occasionato la scrittura, ma le si celebrerà per ciò che sono, ovvero musica “classica” di fine Novecento o inizio Duemila.

La lista che segue non è per importanza, ma è frutto di una memoria scombinata. La mia.

  1. Il Commissario Montalbano (specialmente Nenia mediterranea), di Franco Piersanti. Unica la capacità di evocare una Sicilia sospesa nel tempo.
  2. Il segreto del Sahara (specialmente Saharan Dream), di Ennio Morricone. La mirabile avventura nella quale ognuno vorrebbe trovarsi.
  3. Hook (specialmente PrologueNapped), di John Williams. L’avventura è arrivata.
  4. The Third Man (specialmente il tema principale), di Anton Karas. Una situazione intrigante, a prescindere.
  5. Blade Runner (soprattutto End Titles), di Vangelis. La filosofia della fantascienza.
  6. La piovra (specialmente Main Theme), di Ennio Morricone. L’Italia non è mai stata semplice.
  7. The Mission (specialmente Gabriel’s Oboe), di Ennio Morricone. Mai Paradiso fu più complicato.
  8. La finestra di fronte (soprattutto Il pensiero di te), di Andrea Guerra. Struggente memoria.
  9. The Two Towers (soprattutto Evenstar), di Howard Shore. L’eterna fonte del sogno.
  10. Twin Peaks (soprattutto Main Theme), di Angelo Badalamenti. L’effimero dell’evocazione si fa eterno sogno (oppure incubo?).

10 FILM PER LA SCRITTURA

indiana_jones_bnViviamo in un mondo d’immagini e, volenti o nolenti, anche la scrittura ne rimane influenzata.

Utilizzare uno stile che non vi faccia riferimento è una scelta precisa, che svela esattamente questa “dipendenza”, anche al negativo. Ecco, perciò, un elenco di film che, secondo me faremmo bene a conoscere a fondo, perché capaci di insegnare qualcosa a ogni narratore.

  1. I predatori dell’arca perduta, di S. Spielberg, 1981. Uno dei capolavori del grande regista, da sezionare da inizio a fine, per coglierne la perfetta struttura narrativa.
  2. Guerre stellari, di G. Lucas & Co., dal 1977. Per la sua capacità di fondere fantascienza e fantasy, per la sua capacità di reinventare miti eterni.
  3. Incontri ravvicinati del terzo tipo, di S. Spielberg, 1977. Perché l’immagine non è tutto: anche i silenzi d’attesa sono fondamentali.
  4. I ponti di Madison County, di C. Eastwood, 1995. Che ci insegna come le immagini e la sapiente regia possano, talvolta, salvare un romanzo insulso.
  5. La compagnia dell’anello, di P. Jackson, 2001. Anche un film sontuosissimo può svelare che il romanzo d’origine è irraggiungibile. Guardarlo per sottrazione con la storia di Tolkien.
  6. Trappola di cristallo, di J. McTiernan, 1988. La vera colonna di una storia sono i personaggi, non l’effetto speciale (anche quello “scritto”).
  7. Shining, di S. Kubrick, 1980. La dimostrazione che certi romanzi non possono che rimanere su carta, a meno di stravolgerne il senso.
  8. C’era una volta in America, di S. Leone, 1984. Le grandi narrazioni funzionano ovunque.
  9. Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo!, di D. Siegel, 1971. Un personaggio forte fa l’intera narrazione.
  10. Chi ha incastrato Roger Rabbit, di R. Zemeckis, 1988. Un romanzo non può tutto.

Sul facile e il difficile nella letteratura

Vorrei approfondire un aspetto che riguarda non solo la letteratura, ma che ultimamente sta facendo ben discutere, grazie alle osservazioni mosse da vari critici all’ultimo romanzo di Walter Siti, Bruciare tutto. Lo sto leggendo, sono a tre quarti, è una lettura “felice”, non nel senso che il romanzo sia felice o parli di un bell’argomento. Tutt’altro. Nel senso, piuttosto, che si tratta di uno di quei romanzi che davvero leggi tutto d’un fiato. L’argomento è scabroso, ma come quello di molti altri romanzi. Molte critiche moralistiche hanno fatto confusione tra l’autore e il protagonista. Inoltre, abbiamo a che fare con letteratura. Sarà ricordato nella storia della letteratura? Non lo so, solo il tempo potrà dirlo, ma si tratta comunque di letteratura. Vorrei, dunque, approfondire due concetti che mi sono sempre stati molto cari, ma che di recente hanno provocato una grande discussione grazie a scrittori e/o critici quali Giulio Mozzi e Gilda Policastro.

Prendiamola alla larga. Ieri sera, in una trasmissione su Rai Tre sono stati presentati due cantanti. A detta del presentatore, che sfodera sempre superlativi assoluti, distribuendoli più che altro come noccioline agli elefanti di uno zoo, il primo era un artista, il secondo era una “grande” artista. A voler essere generosi, il primo era – a giudicare dal risultato – l’autore di una nenia clamorosa vestito con una giacca stravagante; la seconda, invece, certo più brava, sarebbe stata giudicata in maniera adeguata definendola semplicemente: una cantante. E nemmeno delle più dotate, dico io. Ma, sapete, facendo un omaggio alla grande (per ben altri meriti) Makeba, lei è apparsa al bravo presentatore più “grande” del primo forse per proprietà transitiva della povera omaggiata.

Ciò che qui è in discussione non è la bravura (per me del tutto assente) dei due cantanti, ma la qualifica di artista. Subito dopo i due cantanti, è stato intervistato il grande fotografo (stavolta l’aggettivo è mio) David LaChapelle: con lui tutto ha assunto la sua giusta connotazione. I due cantanti sono stati presto dimenticati, ora c’era davvero un artista. Di quelli veri, uno per cui la parola artista non soffre di un’esagerazione funzionale che ne svuota totalmente il contenuto. Le fotografie di LaChapelle non sono facili. Inoltre, spesso sono complesse. Se un’immagine è difficile ed è anche complessa, non è detto sia pure bella. D’altronde, se un’immagine è bella non vuol dire che sia anche artistica. Ma quelle di LaChapelle sono artistiche, anche se – talvolta – brutte.

L’artisticità sta, in questo caso, nell’offrire una lettura differente (possibile) di ciò che l’immagine mostra: e perché questo accada, è necessaria una certa complessità di riferimenti che potrebbe, tra le altre cose, determinare una certa difficoltà di lettura e interpretazione.

1263225629780_leonardo_da_vinci_010_san_gQuesto vuol dire, secondo me, che un’opera artistica deve contemplare una difficoltà di interpretazione (non per forza di lettura), dovuta alla complessità dei suoi rimandi, espliciti o impliciti. Prendete il San Giovanni Battista di Leonardo: la sua artisticità non risiede solo nel concetto necessario alla sua esecuzione tecnica e figurativa (che già è un aspetto di difficoltà non indifferente), ma nelle possibilità di interpretazione dell’immagine. Eppure, il risultato visivo è di una semplicità strabiliante. Allora, la semplicità di quest’immagine è il risultato di una complessità di concetto e di riflessione del progetto che permette di cogliere uno dei motivi per i quali Leonardo è da considerare un artista.

Artista è parola ormai abusata, è talmente svuotata del suo contenuto, che equivale a dire artigiano. I due cantanti di ieri sera possono piacere, ma non erano niente più che artigiani, e anche dei più scarsi. Quante volte abbiamo sentito un impiegato di banca (non ho nulla contro gli impiegati di banca, io ero impiegato di banca, prima di liberarmi; è solo per fare un esempio) definirsi – o essere definito da altri – artista per il solo fatto di aver preso in mano un pennello e composto un’opera che lui dice “astratta”?

Quante volte abbiamo sentito parlare sedicenti scrittori (scrittori, per inteso, solo perché hanno preso una penna in mano, scritto un centinaio di pagine e, stampatele con un sedicente editore, se non un self, le hanno presentate al pubblico)? E, secondo voi, lo erano?

Non voglio ergermi a giudice di nessuno, ma è pur necessario stabilire cosa distingue uno scrittore da uno scribacchino, un pittore da un impiastratore.

La difficoltà di esecuzione, signori, e la complessità di riferimenti. Che, talvolta, possono determinare una difficoltà di lettura e interpretazione in chi è sprovvisto dei codici per accedere alla sua comprensione.

Alla ricerca del fantasy perduto

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Come bere un bicchier d’acqua.

Ispirato da questo post di Giulio Mozzi, ho pensato di approfondire il tema del facile/difficile, semplice/complesso in relazione al fantasy. Iniziamo.

Semplice attiene al numero di elementi; facile alla possibilità di comprensione.
Complesso attiene al numero di elementi; difficile alla possibilità di comprensione.
Semplice è ciò che ha pochi elementi; facile è ciò che viene capito subito.
Complesso è ciò che ha molti elementi; difficile è ciò che viene capito successivamente.
Semplice può anche essere difficile: perché pochi elementi possono essere talvolta capiti solo successivamente. Facile può anche essere complesso: perché molti elementi possono anche essere capiti talvolta subito.
Semplice può trasformarsi in complesso: se ogni elemento semplice contiene in sé il simbolo di una complessità. Facile può trasformarsi in difficile: se ogni elemento facile non è ciò che sembra.
Anche il semplice che in realtà è complesso può rimanere semplice se chi legge non coglie quella complessità. Anche il facile che in realtà è difficile può rimanere facile se chi legge non coglie ciò che il facile potrebbe sembrare.
C’è un complesso che in realtà è semplice: quando esso contiene solo fuffa.
C’è un difficile che in realtà è facile: quando esso contiene solo fuffa.
Fuffa è un concetto semplice per chi lo capisce; fuffa è un concetto difficile per chi non lo capisce. Ma fuffa può essere un concetto complesso, se chi lo usa lo estende ad elementi eterogenei. Fuffa può anche essere un concetto facile, se chi lo usa accomuna gli elementi cui fuffa si riferisce.
Facile e semplice, così come difficile e complesso, non sono concetti omogenei: si riferiscono a realtà completamente differenti. Eppure la confusione è grande.

Il ragionamento che ho effettuato in apertura di articolo è facile o difficile? È semplice o complesso? La risposta è facile: tale ragionamento apparirà facile a chi è abituato alla complessità, mentre apparirà difficile a chi è abituato solo alla semplicità. In questo caso, la complessità si scontra con la capacità di cogliere il significato immediato. Inoltre: il ragionamento d’apertura è fuffa oppure no? La risposta anche questa volta è semplice: sarà fuffa per chi pensa che il ragionamento sia inutile, non lo sarà per chi pensa che invece sia utile.

Proviamo a renderlo ancora più utile (sì, io penso che il ragionamento d’apertura sia utile,  sebbene le categorie utile/inutile siano del tutto differenti da quelle di cui ho parlato finora): applichiamolo al genere fantasy.

Il signore degli anelli è un romanzo facile o difficile? Semplice o complesso? La risposta che mi viene da dare è che sia facile quanto alla lettura, per l’ampia possibilità di comprensione che presenta, mentre penso che sia complesso in quanto offre un incredibile numero di elementi, simbolici e no, su cui poter ragionare. Allo stesso tempo, Il signore degli anelli diviene difficile nel momento in cui si accede all’ambito simbolico della scrittura. Se si applica un ragionamento teso a comprendere i significati del romanzo, non si finisce più. Lo stesso ragionamento si può applicare alla saga della Torre nera di Stephen King, laddove il continuo riferimento ai suoi romanzi, e perciò ad altre storie, rende complessa una storia in sé lineare e piuttosto semplice. La complessità, poi, aumenta notevolmente nel momento in cui si arriva al termine e si scopre che la dinamica del racconto è ciclica. In che modo è possibile pensare tutto ciò che è stato narrato alla luce del fatto che la fine corrisponde all’inizio?

Interroghiamoci adesso sugli epigoni del romanzo principale di Tolkien:  la fiumana di romanzi che più o meno esplicitamente vi si ispirano,  appartiene alla categoria deL semplice o del complesso? È facile o difficile? Se guardiamo l’aspetto del solo scrittore, potremmo dire che una storia può essere facile o difficile, semplice o complessa, a seconda di come l’autore decide di posizionarsi in riferimento al proprio progetto di scrittura. Ma se guardiamo anche il côté dell’editore, molto probabilmente la storia “dovrà” essere facile, oltre che semplice. Questo perché è molto più facile vendere un romanzo facile, ovvero di immediata comprensione, piuttosto che difficile. È, molto più facile vendere un romanzo semplice, ovvero lineare, che complesso.

Le case editrici italiane, non so quelle estere, spingono ultimamente verso la facilitazione e la semplificazione. Così facendo, non aiutano la crescita degli scrittori in erba, che cresceranno nella convinzione che un romanzo funzioni quando è facile e semplice.

Ma il fantasy (e il fantastico), più di altri generi, si presta alla complessità.

Tuttavia, più di altri generi, esso richiede di essere facile, perché la complessità  di un mondo che non è il nostro e che sia anche difficile, non funzionerebbe. Il romanzo fantasy è molto più abbordabile se la storia fila liscia: la complessità sta nella ricchezza simbolica che il romanzo fantasy può offrire. Eppure, il romanzo fantasy è anche sempre più facile e sempre più semplice. Dove è finito il vero grande romanzo fantasy che ti permette di vivere in un mondo completamente diverso, ma che nello stesso tempo è anche un romanzo complesso, capace di riscoprire tutti i livelli di esistenza propri dell’esperienza del lettore?

Ovviamente, tutto ciò che ho detto non ha nulla a che vedere con le categorie di bello e di brutto: spesso, ciò che è semplice è molto più bello di ciò che è complesso. Talvolta, però, ciò che è facile è un facile di grande bruttezza.