La prima stesura /2 – la libertà dei personaggi

manuali-di-scrittura-creativaIl secondo aspetto da considerare nella prima stesura di una storia è quella che chiamo naturalezza controllata. Di cosa si tratta?

Di per sé, è un concetto molto semplice, sebbene sia forse più difficoltoso rispettarne le esigenze fino in fondo di quanto non possa sembrare in un primo momento. Quando l’atmosfera mentale del romanzo o, per meglio dire, il mood emozionale-narrativo del racconto è al punto giusto e vi spinge alla scrittura, ormai non più procrastinabile, bisogna essere in grado di lasciar liberi i protagonisti e gli eventi. Cosa mai vorrò dire?

La trama è ovviamente importante, e se avete una scaletta da seguire, essa deve rimanere un punto di riferimento importante: ma non può trasformarsi in un ostacolo sulla lunga strada della prima stesura.

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Sul facile e il difficile nella letteratura

Vorrei approfondire un aspetto che riguarda non solo la letteratura, ma che ultimamente sta facendo ben discutere, grazie alle osservazioni mosse da vari critici all’ultimo romanzo di Walter Siti, Bruciare tutto. Lo sto leggendo, sono a tre quarti, è una lettura “felice”, non nel senso che il romanzo sia felice o parli di un bell’argomento. Tutt’altro. Nel senso, piuttosto, che si tratta di uno di quei romanzi che davvero leggi tutto d’un fiato. L’argomento è scabroso, ma come quello di molti altri romanzi. Molte critiche moralistiche hanno fatto confusione tra l’autore e il protagonista. Inoltre, abbiamo a che fare con letteratura. Sarà ricordato nella storia della letteratura? Non lo so, solo il tempo potrà dirlo, ma si tratta comunque di letteratura. Vorrei, dunque, approfondire due concetti che mi sono sempre stati molto cari, ma che di recente hanno provocato una grande discussione grazie a scrittori e/o critici quali Giulio Mozzi e Gilda Policastro.

Prendiamola alla larga. Ieri sera, in una trasmissione su Rai Tre sono stati presentati due cantanti. A detta del presentatore, che sfodera sempre superlativi assoluti, distribuendoli più che altro come noccioline agli elefanti di uno zoo, il primo era un artista, il secondo era una “grande” artista. A voler essere generosi, il primo era – a giudicare dal risultato – l’autore di una nenia clamorosa vestito con una giacca stravagante; la seconda, invece, certo più brava, sarebbe stata giudicata in maniera adeguata definendola semplicemente: una cantante. E nemmeno delle più dotate, dico io. Ma, sapete, facendo un omaggio alla grande (per ben altri meriti) Makeba, lei è apparsa al bravo presentatore più “grande” del primo forse per proprietà transitiva della povera omaggiata.

Ciò che qui è in discussione non è la bravura (per me del tutto assente) dei due cantanti, ma la qualifica di artista. Subito dopo i due cantanti, è stato intervistato il grande fotografo (stavolta l’aggettivo è mio) David LaChapelle: con lui tutto ha assunto la sua giusta connotazione. I due cantanti sono stati presto dimenticati, ora c’era davvero un artista. Di quelli veri, uno per cui la parola artista non soffre di un’esagerazione funzionale che ne svuota totalmente il contenuto. Le fotografie di LaChapelle non sono facili. Inoltre, spesso sono complesse. Se un’immagine è difficile ed è anche complessa, non è detto sia pure bella. D’altronde, se un’immagine è bella non vuol dire che sia anche artistica. Ma quelle di LaChapelle sono artistiche, anche se – talvolta – brutte.

L’artisticità sta, in questo caso, nell’offrire una lettura differente (possibile) di ciò che l’immagine mostra: e perché questo accada, è necessaria una certa complessità di riferimenti che potrebbe, tra le altre cose, determinare una certa difficoltà di lettura e interpretazione.

1263225629780_leonardo_da_vinci_010_san_gQuesto vuol dire, secondo me, che un’opera artistica deve contemplare una difficoltà di interpretazione (non per forza di lettura), dovuta alla complessità dei suoi rimandi, espliciti o impliciti. Prendete il San Giovanni Battista di Leonardo: la sua artisticità non risiede solo nel concetto necessario alla sua esecuzione tecnica e figurativa (che già è un aspetto di difficoltà non indifferente), ma nelle possibilità di interpretazione dell’immagine. Eppure, il risultato visivo è di una semplicità strabiliante. Allora, la semplicità di quest’immagine è il risultato di una complessità di concetto e di riflessione del progetto che permette di cogliere uno dei motivi per i quali Leonardo è da considerare un artista.

Artista è parola ormai abusata, è talmente svuotata del suo contenuto, che equivale a dire artigiano. I due cantanti di ieri sera possono piacere, ma non erano niente più che artigiani, e anche dei più scarsi. Quante volte abbiamo sentito un impiegato di banca (non ho nulla contro gli impiegati di banca, io ero impiegato di banca, prima di liberarmi; è solo per fare un esempio) definirsi – o essere definito da altri – artista per il solo fatto di aver preso in mano un pennello e composto un’opera che lui dice “astratta”?

Quante volte abbiamo sentito parlare sedicenti scrittori (scrittori, per inteso, solo perché hanno preso una penna in mano, scritto un centinaio di pagine e, stampatele con un sedicente editore, se non un self, le hanno presentate al pubblico)? E, secondo voi, lo erano?

Non voglio ergermi a giudice di nessuno, ma è pur necessario stabilire cosa distingue uno scrittore da uno scribacchino, un pittore da un impiastratore.

La difficoltà di esecuzione, signori, e la complessità di riferimenti. Che, talvolta, possono determinare una difficoltà di lettura e interpretazione in chi è sprovvisto dei codici per accedere alla sua comprensione.

La struttura del racconto – infografica 2

La narrazione può essere effettuata anche avendo come obiettivo la creazione, il raggiungimento, l’esplosione e la risoluzione del climax. Attraverso questa nuova infografica vi spiego in che modo. Basta cliccare sul link qui sotto (Il racconto tramite il climax).

Le piccole cose: carne della narrazione

E se raccontassimo grandi cose attraverso i piccoli fatti della vita?

Questa sembra essere la soluzione adottata da chi vuole effettivamente mantenere un ponte privilegiato con il lettore. Perché possiamo anche aver architettato la più grande struttura narrativa, la più impressionante e originale ossatura per la narrazione che vogliamo proporre, ma riuscire nell’indesiderato quanto temuto risultato di deludere le aspettative del lettore. Continuiamo con la riflessione iniziata in un altro post (Scrivere tramite le piccole cose).

copertina 2Quando mi accingevo a sistemare per la definitiva stesura La faida dei Logontras, il secondo volume di Storia di Geshwa Olers, l’editore dell’epoca mi suggerì di rendere più umano e coinvolgente un passo in cui il giovane Geshwa si recava dal Comandante del Battaglione. Il protagonista doveva semplicemente salire le scale, attraversare un lungo corridoio di legno e passare davanti ad alcune guardie. Due o tre paragrafi in tutto che nelle mie intenzioni dovevano essere semplicemente un piccolo passo per quanto sarebbe accaduto dopo, il punto davvero focale della narrazione di quel capitolo. Quando l’editore mi invitò a mettere mano a quelle poche righe, mi domandai che senso avesse inserire qualcosa di “non previsto” in uno stralcio di narrazione che, tutto sommato, appariva insignificante. La risposta non arrivò, ma mi ci provai comunque.

Questo il punto di partenza: Uscì dalla stanza e salì le scale, dirigendosi velocemente al primo piano. Salendo si rese conto di come tutt’attorno a lui regnasse la più assoluta essenzialità. C’erano solo quegli oggetti che servivano alla vita sobria di una postazione militare, e considerò con timore crescente quella scelta che aveva compiuto dentro di sé. Per nessun motivo avrebbe cambiato idea. Quello era ciò che si sentiva di fare e a meno che non lo sbattessero fuori per impedirgli in tutti i modi di entrare nell’Esercito Reale, lui non avrebbe fatto ritorno al mondo esterno. Arrivato al primo piano incontrò due guardie proprio all’imbocco del corridoio oltre il quale, evidentemente, si accedeva agli appartamenti dei superiori.

Quella semplice salita di scale e quella breve passeggiata nel corridoio di legno, nonché il passaggio davanti alle guardie, divenne questo (il brano è tratto dalla versione definitiva del romanzo):

Uscì dalla stanza e salì le scale, dirigendosi in fretta al primo piano. Contò gli scalini e si sorprese a dar voce alla stessa abitudine di sempre, quella che aveva fin da quando era un bambino. Contare gli scalini, farli a due a due, saltarne alcuni quando scendeva raggiungendo il pavimento con un tonfo, erano tutti stralci di quotidianità che si portava direttamente da casa. Quella che era esplosa.

Un pensiero improvviso lampeggiò nella sua mente. Un gelehor, un uomo di argilla colmo di polvere nera che si dirigeva verso la sua dimora. C’erano la madre e la nonna, ognuna intenta nelle sue faccende. Poi, quando Delihen andava ad aprire, il grande boato che si era sentito in tutta Senfe. La casa della sua infanzia cancellata per sempre dalla sua vita, con tutto ciò che v’era dentro. Non solo la sua camera, ma anche quella soffitta in cui aveva riposto ogni singolo regalo ricevuto dai suoi genitori, dalla nonna e da Nargolìan nelle ricorrenze di Eu-Lyron, la festa coincidente con la sua nascita. Il Dono del Futuro, lo Hir Thorà, ricevuto dai nonni al momento della sua nascita, cioè un bastone da pellegrino con il pomolo a forma di testa d’aquila, ai primi vestiti che gli avevano donato parenti e vicini. Dagli animali intagliati nel legno di frassino alla miniatura del castello estivo dei Re, un regalo usato in moltissimi giochi con Nargolìan. E i soldatini di stagno regalatigli dalla nonna? C’erano molte altre cose in quella soffitta, ma tutto era stato disintegrato in un solo colpo da un unico grande fuoco: la sua camera, la cucina, la sala da pranzo, la sala delle storie, il laboratorio di suo padre. Le immagini di casa che ancora gli vibravano nella mente, piene di colori e sensazioni, gli fecero notare per contro la più assoluta essenzialità di quel posto. L’arredamento era strettamente funzionale alla sobria vita di una postazione militare e dentro di sé considerò con timore crescente la scelta che in cuor suo aveva già compiuto. Non c’erano spazi concepiti per molti svaghi e l’occhio non doveva essere accontentato nella sua ricerca di agi. Muri grigi oltre il cui intonaco scrostato si intravedeva del tufo e pavimenti di pietra bianca. Alcune panche austere lungo i muri bagnati da una luce soffocante che giungeva dall’esterno, le urla esterne cui facevano seguito i cozzar di spade.

Per nessun motivo avrebbe cambiato idea, se lo disse ora una volta per tutte.

Finalmente sto per incontrare il Comandante Ershaec, e sono qui a ricordare soldatini.

Quel corridoio della Divisione del GroneGor Meridionale era il posto in cui voleva essere. Entrare nell’Esercito Reale era la sua meta, a meno che non lo sbattessero fuori impedendoglielo.

Due guardie si trovavano proprio all’imbocco del corridoio, al cui angolo era affisso un cartello di legno che diceva: Sezione Ufficiali. Lo scrutarono con gravità, ma non lo bloccarono.

In poche parole, un semplice passaggio diventa l’occasione per dar voce ai ricordi del protagonista, per richiamare la sua origine, per dare colore e sapore a quanto sta facendo in quel momento e, infine, per creare un certo tipo di aspettativa nel lettore: riuscirà Geshwa a mantenere vivo il suo proposito? Una volta riletto il tutto, mi accorsi in modo definitivo che adesso io stesso sentivo vibrare d’attesa e di aspettative quel passaggio del protagonista.

Per fare un parallelismo cinematografico, quanto intendo dire è del tutto simile a quella famosa scena (qui sotto) del film di Gibson, The Passion, nella quale la madre di Cristo, quando lo vede passare per le vie di Gerusalemme e cadere sotto il peso della croce che sta trasportando verso il Calvario, deriso dalla gente, si ricorda di colpo quando il suo bimbo cadde per terra nei suoi giochi e lei, amorevole, lo aveva rialzato. Un lacerto di umanità in una scena che di umano ha ben poco.

CristoIncontraMaria
Clicca sull’immagine per vedere la scena.

Tutta la narrazione va in continuazione nutrita di vissuto. La realtà è che una grande narrazione, fatta di strutture mirabolanti e di invenzioni originali, può reggersi sulle proprie gambe solo grazie alla possibilità offerta al lettore di continuare a rispecchiarvisi nelle quotidiane piccole cose della vita.

Scrivere tramite le piccole cose

original_enjoy_the_little_things_in_life_wooden_signLa vita è fatta di piccole cose, lo sappiamo, ma oggi non voglio parlarvi di minimalismo.

C’è la struttura, quando si scrive. La struttura è necessaria, fondamentale, ma anche utile per arrivare a un traguardo: quello di raccontare dall’inizio alla fine una storia. Passando per il centro. Può sembrare un’ovvietà, ma vi spiego perché non lo è.

Scrivere senza fare attenzione alla struttura che si utilizza è come cercare di fare bersaglio con una freccia gettata a casaccio.

È già importante rendersi conto che si vuole lanciare la freccia, ancora di più lo è sapere dove la si vuol fare arrivare. Ma la cosa fondamentale è il modo in cui ci si organizza per far sì che una quadrella raggiunga esattamente il punto desiderato. Ci vuole esercizio, ci vuole mestiere, e ci vuole perseveranza.

Tuttavia, sono solo le piccole cose della vita che trasformano una struttura efficace, che – in quanto tale – è solamente utile, in una struttura vincente.

Le piccole cose della vita sono la carne che riempiono una struttura ben fatta.

Anche una struttura ossea con poca carne riesce a camminare, ma fin dove arriva? La struttura narrativa può essere congegnata in maniera ineccepibile, ma risultare scarica, poco affascinante e debole, perché non si è provveduto a riempirla con la vita in cui ogni lettore possa rispecchiarsi.

Le piccole cose della vita sono assolutamente fondamentali per la scrittura. Badate, non sto facendo l’elogio del minimalismo. Nulla contro il minimalismo, amo Carver alla follia, molto meno i suoi epigoni. Se, però, riuscissimo a utilizzare quel minimalismo magistralmente giostrato da Carver per raccontare fatti assolutamente comuni – ma eccezionali per la portata emotiva che suscitano – nelle nostre narrazioni, avremmo strutture con un’anima, eccezionali atleti capaci di correre la maratona.

E, nella letteratura, ciò che conta è il percorso lungo, non quello breve.

Le piccole cose della vita devono riempire ogni narrazione, breve o lunga che sia, realistica o fantastica che sia, buona o cattiva che sia. Solo le piccole cose ci salveranno dalla scrittura inutile.

Nel prossimo post spiegherò meglio cosa intendo per “piccole cose della vita” e in che modo sono utilizzabili.

Il fantasy: come funziona l’allegoria?

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Allegoria della simulazione – Lorenzo Lippi

L’allegoria allude a un altro ambito, e non si limita alla parola, a un concetto. È piuttosto un intero discorso.

Per capire meglio in che modo funzioni l’allegoria, è utile pensare alla metafora. La metafora fa ugualmente riferimento a un ambito differente, altro, ma si limita a una parola, a un bagliore immediato, a un’intuizione. L’allegoria, invece, può estendersi perfino a un’intera opera. Per esempio, come dicevamo, Le cronache di Narnia di C. S. Lewis alludono al cristianesimo e a Cristo che ha vinto la morte. Non a caso ho utilizzato la parola alludere, simile ad “allegoria”, ma di differente derivazione.

Alludere, dal lat. ad-  ludĕre, che mi piace tradurre con “giocare presso” (sottinteso: un altro ambito di significato). 

Allegoria, dal gr. allos agoreuo, parlare d’altro.

La narrativa fantastica tutta si presta a essere un’enorme allegoria, capace di far riferimento continuo a una realtà differente tramite il carico simbolico contenuto nei singoli termini metaforici che ne compongono il tessuto. Tuttavia, l’allegoria appiattisce su un livello unico, sottinteso all’intero discorso che viene costruito.

Ritengo che il fantasy, invece, possa alludere a qualcos’altro: a un ambito simbolico sempre aperto, sempre fruibile in maniera differente, datore sempre di nuovi significati. Il fantasy può offrire, unico tra i generi fantastici, un ventaglio di possibilità di letture sconosciuto per esempio alla fantascienza o all’horror, che tendenzialmente afferiscono a un “altra” realtà legata o al tempo (la sci-fi) o al piano morale (l’horror), che ne definisce ed esaurisce l’ambito di significato.

Il fantasy offre un linguaggio immaginifico capace di far risuonare ogni tipo di animo umano, motivo per cui – se letto da chiunque – a chiunque può piacere.

Qui, però, si presenta un problema non secondario: il fantasy è visto con un carico di pregiudizi sconosciuto ad altri generi. Tra tutti i generi di nicchia, il fantasy lo è in misura forse maggiore. Rimane da capirne il perché, cosa che tenterò di fare nel prossimo post. La risposta, forse, sta proprio nel simbolismo di cui è colmo.

 

Il fantasy: simbolismo o allegoria?

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Allegoria del Silenzio, Donato Carabelli – Villa Litta, Lainate.

Non la si prenda per una domanda oziosa, tanto meno capziosa. Moltissimi, tra l’altro, credono che l’allegoria sia un simbolismo.

I più colgono nel fantasy la narrazione della nostra realtà sotto mentite spoglie: faccio un esempio con Il Signore degli Anelli, che ha conosciuto più di una interpretazione allegorica, del tipo Sauron = Hitler, orchi = nazisti, Terra di Mezzo = Europa e via dicendo. Ve ne sono state anche altre: Hobbit = cittadino inglese medio, Elfi = intellighenzia culturale, Istari = Arcangeli, ecc. ecc.

Un testo ricco e stratificato come l’opera di Tolkien si presta di certo a una simile lettura, e vi sono esempi di altri romanzi fantasy, quali Le cronache di Narnia di C. S. Lewis che certamente contengono ampi stralci, se non addirittura volumi, esplicitamente pensati in senso allegorico, ma allegoria e simbolismo non sono la stessa cosa e raramente un romanzo fantasy vuole essere allegorico.

L’allegoria consiste nell’esprimere un concetto o nell’indicare una realtà utilizzando immagini e concetti differenti, ma in qualche modo legati al concetto o alla realtà che si vuole esprimere davvero.

Il simbolismo è lo squarcio sul di più della realtà esperita. Il simbolismo è un’espressione vocale o grafica che permette alla mente di accedere a una dimensione altrimenti nascosta e difficile da cogliere in altro modo.

L’allegoria parla il linguaggio consueto, chiedendoci di fare un’operazione mentale di sostituzione; il simbolismo parla un linguaggio altro, chiedendoci di comprendere un senso ulteriore, verso il quale il simbolo fa da ponte.

La narrativa fantasy dovrebbe indicarci una realtà ulteriore, differente da quella che percepiamo tutti i giorni tramite la logica, perché la sua apertura verso un mondo differente dal nostro non è un semplice stilema del genere – categoria per me del tutto inesistente, se non in virtù di classificazioni merceologiche – quanto, piuttosto, il tentativo, riuscito o meno a seconda del romanzo, di portare l’esperienza del lettore in un ambito che sempre vive a livello di esperienza intima, ma che non è mai così esplicito da risaltare a livello del tutto conscio.

Il fantasy ha l’arduo compito di ampliare lo spettro di esperienza del lettore, di modificare la sua condizione di vita grazie a uno “spintone” oltre la soglia che percepiamo tra la realtà consueta e la realtà più ampia, ma che spesso non abbiamo il coraggio di oltrepassare. L’allegoria, invece, indica qualcos’altro che noi già conosciamo e, di solito, non apporta nulla di particolarmente nuovo.

Nel prossimo post vedremo come funziona l’allegoria e continuerò a cimentarmi in questo confronto con il simbolismo.