Il fantasy: come funziona l’allegoria?

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Allegoria della simulazione – Lorenzo Lippi

L’allegoria allude a un altro ambito, e non si limita alla parola, a un concetto. È piuttosto un intero discorso.

Per capire meglio in che modo funzioni l’allegoria, è utile pensare alla metafora. La metafora fa ugualmente riferimento a un ambito differente, altro, ma si limita a una parola, a un bagliore immediato, a un’intuizione. L’allegoria, invece, può estendersi perfino a un’intera opera. Per esempio, come dicevamo, Le cronache di Narnia di C. S. Lewis alludono al cristianesimo e a Cristo che ha vinto la morte. Non a caso ho utilizzato la parola alludere, simile ad “allegoria”, ma di differente derivazione.

Alludere, dal lat. ad-  ludĕre, che mi piace tradurre con “giocare presso” (sottinteso: un altro ambito di significato). 

Allegoria, dal gr. allos agoreuo, parlare d’altro.

La narrativa fantastica tutta si presta a essere un’enorme allegoria, capace di far riferimento continuo a una realtà differente tramite il carico simbolico contenuto nei singoli termini metaforici che ne compongono il tessuto. Tuttavia, l’allegoria appiattisce su un livello unico, sottinteso all’intero discorso che viene costruito.

Ritengo che il fantasy, invece, possa alludere a qualcos’altro: a un ambito simbolico sempre aperto, sempre fruibile in maniera differente, datore sempre di nuovi significati. Il fantasy può offrire, unico tra i generi fantastici, un ventaglio di possibilità di letture sconosciuto per esempio alla fantascienza o all’horror, che tendenzialmente afferiscono a un “altra” realtà legata o al tempo (la sci-fi) o al piano morale (l’horror), che ne definisce ed esaurisce l’ambito di significato.

Il fantasy offre un linguaggio immaginifico capace di far risuonare ogni tipo di animo umano, motivo per cui – se letto da chiunque – a chiunque può piacere.

Qui, però, si presenta un problema non secondario: il fantasy è visto con un carico di pregiudizi sconosciuto ad altri generi. Tra tutti i generi di nicchia, il fantasy lo è in misura forse maggiore. Rimane da capirne il perché, cosa che tenterò di fare nel prossimo post. La risposta, forse, sta proprio nel simbolismo di cui è colmo.

 

E tu, quale genere sei?

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Andersen, scrittore di fiabe… per bambini o per adulti?

Scrivere rientrando in un genere, o scrivere e poi accorgersi di essere rientrati in un genere?

Quando iniziai a scrivere, mi resi conto di produrre racconti e narrazioni di tipo fantastico e avventuroso. Mi ero formato su letture di Salgari, Tolkien, Crichton e Asimov, motivo per cui volevo emularli, riuscire a produrre qualcosa che fosse anche solo lontanamente simile a ciò che quelle menti geniali riuscivano a ricostruire. Volevo imitare il loro stile, volevo riprodurre le loro atmosfere, volevo che il lettore che avesse letto le mie storie, potesse meravigliarsi come io avevo fatto a mia volta.

Poco alla volta, poi, il mio stile si raffinò (ci vollero anni). Ancora attorno ai 25 anni avevo una scrittura fortemente debitrice dei grandi autori che amavo. Eppure, qualcosa iniziava a scattare dentro di me. Mi si delineavano le linee principali delle mie storie, simboli e archetipi emergevano su altri elementi che, invece, restavano più nell’ombra. Mi resi conto che, pur volendolo, non riuscivo a raccontare tutto ciò che destava il mio interesse. In modo particolare, mainstream. Storie di vita vissuta, normali, quotidiane, erano ben al di là della mia prospettiva, e non perché non mi ci tentassi; piuttosto, qualunque storia mettevo su carta, aveva determinate caratteristiche che rientravano nel grande ambito del fantastico. Talvolta, poi, si trattava di fantascienza, talaltra di avventura pseudo-scientifica e, infine, di fantasy.

Riconoscendo queste caratteristiche tra le altre, mi convinsi di essere un autore di genere. Anche quando iniziai a scrivere Storia di Geshwa Olers, il primo romanzo (di 3500 pagine) frutto unicamente della mia esperienza di vita e perciò del tutto originale rispetto a qualunque stilema di genere, lo etichettai come fantasy. Quindi passai all’horror, e per i primi due anni rimasi nella convinzione di scrivere horror.

Poco alla volta, però, iniziai a rendermi conto che ciò che accomunava le mie storie era qualcos’altro: la storia delle persone. Vicende straordinarie che accadevano a persone assolutamente normali (per dirla alla Spielberg) e che, inoltre, reagivano in modo – per dire così – apocalittico. Il mainstream continuava a non essere nelle mie corde, il grande ambito del fantastico proseguiva a lambire in maniera significativa le mie narrazioni, ma per la prima volta mi resi conto di non rientrare in alcun genere.

Storia di Geshwa Olers non è un fantasy, e anche l’etichetta di storia fantastica gli sta stretta: è un romanzo che racconta la vita di un ragazzo nel suo tentativo di vivere il rapporto con Dio nel modo in cui tutti si aspettano. La sorpresa, ovviamente, sta nel finale.  La ragazza della tempesta e Veniva dal mare non sono romance, ma storie dell’incontro tra un uomo e una donna che non hanno nulla a che fare con i cliché del rosa: ne condividono di più con il thriller. Commento d’autore, Le sette case, Codice infranto e Trasmissione inversa non sono horror, ma declinazioni del rapporto dei loro protagonisti con la realtà che essi vivono: la realtà di uno scrittore divenuto improvvisamente famoso, la realtà di sette cittadini di Verulengo nel loro legame con sette luoghi della cittadina in cui vivono, la realtà di un tessuto educativo ormai talmente disgregato da nascondere mostri e, infine, la realtà di due amanti delle narrazioni alternative che scoprono di trovarsi davvero in una delle peggiori narrazioni di un maestro dell’horror, Lovecraft.

Insomma, pensavo di essere un autore di genere. Invece, sono uno scrittore. Punto. E voi?

 

Il paradosso: linee per la profondità del racconto fantastico

la-condizione-umanaCi sono alcune tecniche che permettono che il racconto fantastico acquisisca una profondità che fin troppo spesso manca alle narrazioni nostrane, in modo particolare a quelle fantasy. Si basano tutte sul concetto di paradosso espressivo. Vediamole.

Paradosso 1 – È reale ed è irreale. Quando si scrive narrativa fantastica, il modo migliore per ottenere un risultato credibile dalla narrazione, capace di tenere il lettore incollato alla pagina, è di dare per scontato che quanto si sta raccontando stia accadendo veramente. Potrà sembrare ovvio, ma per pochi scrittori è davvero così: già l’idea che si sta scrivendo all’interno di un genere è, spesso, motivo di insincerità, prima di tutto nei propri confronti. Si scrive come se si fosse in una camera chiusa, dove è stato ricreato un microcosmo. Invece, bisogna scrivere come se si abitasse il mondo reale. Tuttavia, è necessario anche sapere che ciò che si sta scrivendo è del tutto irreale nelle sue cause e dinamiche proprie, interne al genere, perché solo questa consapevolezza permette di rispettare la coerenza necessaria alla verosimiglianza propria del genere.

Potremmo dire: essere dentro e fuori dal genere.

Paradosso 2 – Emozionarsi e non emozionarsi. Quante volte si è sentito affermare che lo scrittore dev’essere il primo a credere in ciò che sta scrivendo? È assolutamente vero: lo scrittore deve avere, soprattutto, molto chiare le emozioni da voler trasmettere al lettore, perché l’emozione che l’autore proverà mentre scrive un dato brano si riverserà sul lettore, tramite un sofisticato esperimento di trasmissione del pensiero, chiamato buona scrittura. Tuttavia, è fondamentale che a partire dalla seconda stesura, l’autore si faccia feroce verso ciò che ha scritto e che non si lasci avvincere da una sorta di sentimentalismo nei confronti della propria creazione. Se ci sono pagine brutte, brani orribili, vanno tagliati senza dubbio. Per farlo, è necessario un distacco che nella prima stesura è impensabile.

Ovvero: l’autore è possessore, non padrone, del proprio scritto.

Paradosso 3 – Fantastico e non fantastico. Chi scrive narrativa fantastica ha un dovere improrogabile: conoscere l’altra narrativa fantastica. Non dico che, per esempio, chi scrive fantasy debba aver letto tutto il fantasy, anche quello infimo, quanto, piuttosto, che deve aver letto almeno quelli che sono considerati capolavori del genere (vi assicuro che sono molto pochi!) e sapere da dove arrivano e cosa c’era prima d’essi. Soprattutto, però, l’autore di narrativa fantastica deve essere ben consapevole che sta maneggiando una narrazione fatta di simboli, di archetipi e di miti. Eppure, mai come per lo scrittore di narrativa fantastica è anche importante dimenticarsi che si sta scrivendo… narrativa fantastica. Già, l’autore fantasy – in modo particolare – deve raccontare la vita del suo mondo come se fosse la vita del mondo reale, naturale, in cui ha sempre vissuto. Il che vuol dire solo una cosa: scrivere come se non fosse un autore di narrativa fantastica.

Cioè: l’autore di genere è un autore mainstream.

Credo che questi tre paradossi narrativi siano alla base di ogni buona narrazione, ma che per la letteratura fantastica siano ancora più importanti. Avete mai fatto caso a quanta serietà è contenuta nelle fiabe della tradizione popolare?

Il simbolo, questo sconosciuto

scarabeo-egizioNei miei ultimi articoli, ho fatto spesso riferimento a concetti quali quello di simbolo nella narrazione e archetipo dell’anima, dando forse per scontato il loro significato. In realtà, il concetto di simbolo (come quello di archetipo, ma anche di mito) è forse tra i più ambigui e mal compresi che vi siano in circolazione. Sono innanzitutto parole, negli ultimi decenni usate in tanti e tali ambiti differenti da aver quasi perso la loro specificità, divenendo forme morbide ed elastiche che spesso subiscono le pressioni di intenzionalità più o meno chiare.

Tutti lo usano, non tutti lo usano consapevolmente, pochi lo usano in modo fruttuoso, quasi nessuno sa cosa voglia davvero significare. Il simbolo, questo sconosciuto.

Simbolo, archetipo e mito sono tre parole che invadono con sensi piuttosto differenti almeno quattro ambiti dell’esistenza e della conoscenza umana: quello letterario, quello psichico, sia psicanalitico che psicologico, quello della storia delle religioni e quello spirituale-filosofico. In questi ambiti esse si caricano del loro significato più pregnante, più denso di stratificazioni e, talvolta, di ambiguità, motivo per cui passaggio importante sarà un ulteriore approfondimento relativo agli ambiti più specifici di questi termini.

Il primo passo è avvicinare le tre parole attraverso il loro significato riconosciuto da uno dei vocabolari italiani più diffusi, lo Zingarelli1.

Simbolo. 1. Elemento materiale, oggetto, figura animale, persona e sim., considerato rappresentativo di un’entità astratta. 2. Espressione grafica convenzionalmente assunta a rappresentare in modo sintetico un qualsiasi ente. 3. Abbreviazione convenzionale formata da una o due lettere, usata per designare un elemento chimico. 4. Segno che rappresenta una religione o una particolare forma della vita e del pensiero religiosi.

Come si evince dai termini utilizzati, si può cogliere un doppio movimento tra la parola simbolo e il concetto di volta in volta esplicato. Un primo movimento – di sintesi – dipendente dalla necessità di ridurre e ‘presentare in modo forte’: questo il significato della parola latina rappresentare2, un’entità, un ente, un’esperienza o un pensiero altrimenti troppo complessi o sfuggenti. E un secondo movimento – di approfondimento – reso possibile proprio dal fatto che il simbolo diviene ‘porta’ lessicale attraverso la quale raggiungere quella ‘complessità’, avere esperienza di ciò che ‘sfugge’. Sono due movimenti coesistenti, ugualmente necessari alla riflessione umana, tanto da poterli pensare come i due tempi di una respirazione concettuale: il primo, di inspirazione e che va nel senso dell’approfondimento, con il quale cogliamo la complessità dell’essere che si trova al di là di quanto è dicibile, e il secondo, di espirazione e che va nel senso di una estrinsecazione simbolica, con il quale creiamo o utilizziamo il simbolo che permette di fruire di quella complessità.

I simboli rappresentano le parole costitutive o legittimanti delle narrazioni.

Secondo la profondissima definizione di Paul Ricoeur, il simbolo «dà a pensare»3, perché consegna al pensiero qualcosa su cui lavorare con l’approfondimento e perché non costituisce mai un argomento chiuso. La necessità di interpretare il simbolo, solitamente costituito da una parola in un contesto, è dovuta al suo rimando a una realtà più ampia di quella delineata dalla parola stessa. Interpretando, l’interprete riduce la portata di quella realtà perché la definisce, ma non la esaurisce mai, rendendosi così possibili altri nuovi accessi a quel simbolo.

Mircea Eliade ne amplia il campo d’azione e, nel suo articolo Methodological Remarks on the Study of Religion’s Symbolism4, nota come ogni atto religioso sia in sé simbolico, a causa del fatto che l’essere umano, in quanto homo symbolicus, implica il simbolismo in ogni sua attività5. Ma per capire in che senso questo sia vero, è necessario considerare che ogni atto religioso e ogni oggetto di culto agogna a una realtà meta-empirica, con la conseguenza che se, per esempio, un albero diventa oggetto cultuale, esso non viene più venerato in quanto albero, bensì in quanto manifestazione del sacro, ciò che Eliade chiama ierofania.

Nel prossimo articolo passerò al concetto di archetipo. Alla prossima!

1 Paul RICOEUR, Il simbolo dà a pensare, Brescia: Morcelliana 2002, 72 pp.

2 L’articolo non è ancora tradotto in italiano, ed è reperibile in rete, <http://www.religion-online.org/showchapter.asp?title=580&C=764> [accesso: 19.07.2016].

3 Non diversamente da quanto definì Ernst Cassirer nel 1920 con la sua Filosofia delle forme simboliche, la cui stesura ebbe inizio nel 1920 e che ridisegnò il modo di intendere la conoscenza: la questione non è ciò che c’è da conoscere, ma il modo in cui si conosce, e l’uomo conosce sempre attraverso una costruzione simbolica della realtà.

Passiamo al concetto di archetipo, variamente utilizzato nell’arco storico del pensiero occidentale.

4 Scelgo di partire dalle definizioni di un vocabolario per avere un punto di vista iniziale il più vicino possibile a quello popolare. La definizione sarà poi approfondita tramite approcci metodologicamente più scientifici nel secondo passo della riflessione. Utilizzerò d’ora in poi lo Zingarelli 1998, edito dalla Zanichelli.

5 LoZingarelli 1998 chiarisce come la parola ‘rappresentare’ derivi dal latino repraesentăre, composta di re- in funzione intensiva e praesentăre, con cambio di prefisso. Il prefisso re- (in italiano ri- o ra-, rin-) esprime ripetizione, reduplicazione.

La Grande Dea, signora degli animali, e la narrativa fantastica

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Grande Dea. Creta, II millennio a. C.

Una delle formulazioni dell’archetipo del Femminile nell’essere umano e nella sua progressione è la Grande Dea come Signora della vita e degli animali, così adorata soprattutto nella fase matriarcale dell’umanità. L’esperienza è riscontrabile in tutta la fascia basso-europea, medio-asiatica e africana.

Alla Signora degli animali sottende il totemismo, ovvero il modo dei gruppi umani di vivere la propria fusione o discendenza con un animale o una pianta. Il punto di contatto tra psicologia del Femminile (attenzione, non sto dicendo della donna, ma del Femminile in sé) e totemismo si trova nel concepimento (non solo quello biologico, ma – certo – quello biologico è comunque al primo posto): la gravidanza è un’esperienza percepita come separata dall’atto sessuale, che pure vi dà inizio. La gravidanza dipende, soprattutto nelle civiltà antiche, da una potenza extraumana, non personale.

Vi starete chiedendo, che ha a che fare tutto questo con la narrativa fantastica? Per rispondere, cito un brano di Erich Neumann, tratto da La Grande Madre. Fenomenologia delle configurazioni femminili dell’inconscio (pag. 269):

La donna è messa incinta sempre da una potenza extraumana, non personale. La mitologia e le fiabe da essa derivate, in ogni tempo e luogo, insegnano che la donna concepisce tramite il contatto con animali numinosi, serpente e uccello, toro e montone, così come mangiando frutta, o tramite il vento, la luna, spiriti ancestrali, demoni, dèi, ecc. Una simile realtà spirituale, impersonale, capace di fecondare è il totem.

Prossimamente, un ulteriore approfondimento del legame tra Grande Dea, Signora degli animali, totemismo e narrativa fantastica.

Il punto della situazione

mago-arkam-stregoneria-storia-della-stregoneriaÈ da molto che non scrivo sul blog, e un motivo c’è. La tesi, che ho completato e depositato, iscrivendomi finalmente a quell’esame di Laurea Magistrale che dovrebbe chiudere la mia fase universitaria, per lo meno da studente.

In effetti i progetti in cantiere sono molti e almeno i prossimi anni saranno dedicati non solo alla scrittura di narrativa (seppur in minor parte), bensì alla saggistica. Innanzitutto c’è la tesi. Il titolo è La magia quale rapporto con il divino nella narrativa. Sosterrò l’esame il 27 ottobre, orario da definire, presso l’Istituto di Scienze Religiose San Pietro Martire, in via Seminario n. 8, vicino a Piazza Cittadella, a Verona. Chi volesse venire, è libero di farlo. Tale tesi sarà poi completata e un poco trasformata, in modo da renderla pronta per una pubblicazione. Sto già cercando una casa editrice che possa dedicarle la giusta attenzione e il giusto spazio.

Non solo tesi, comunque, perché sto lavorando a un articolo filosofico sulla fenomenologia dell’atto magico. E non mi fermo qui, perché come mi ha detto il professore che ha seguito lo sviluppo della tesi, sono piuttosto interessato a questi argomenti che spesso vengono considerati marginali o ai limiti del rischio dalla teologia ufficiale. Infatti, sto elaborando un bestiario cristiano e ho intenzione di approfondire i rapporti tra Cristianesimo e alchimia e tra Cristianesimo e neopaganesimo, nella convinzione che vi sia la possibilità di far risaltare qualcosa di molto interessante e utile per tutti.

Un simile progetto, che concretizza il progetto che avevo presentato in origine per la tesi, giustamente giudicato troppo ampio e complesso e perciò ridotto al metodo di indagine sulla magia come codice di lettura della realtà nella narrativa, avrà bisogno di almeno tre anni, motivo per cui i romanzi – almeno per una volta – verranno dopo. Tuttavia, è ovvio che quanto vado approfondendo sarà nutrimento per le nuove storie, che in parte ho già programmato. A partire da quel Mondo svelato di cui di tanto in tanto vi racconto.

Per il momento è quanto. A presto!

Montecastello – Garda Lake

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Il Monte Baldo, vulcano spento, chiamato Monte Shangil in “Storia di Geshwa Olers”.

Da Montecastello, sulla sponda bresciana del Lago di Garda, si gode di una veduta spettacolare del lago e del Monte Baldo. Il Lago di Garda e il Monte Baldo hanno una particolare importanza nel mio romanzo fantasy Storia di Geshwa Olers: il primo è chiamato Karnaset, il secondo Monte Shängil. Del Karnaset si parla in modo particolare – collegato al Midilonge – in Il viaggio nel Masso Verde, e del secondo se ne parla in modo speciale in La battaglia di Passo Keleb.

Eccovi alcune foto.

La faida dei Logontras – estratto

copertina 2Buona domenica a tutti. Oggi vorrei proporvi un brano estratto dal secondo volume di Storia di Geshwa Olers. Si tratta di quando Ges arriva alla Divisione di Centa Gnogath, subito dopo essere andato via da Alsi Fårsy. Per quelli di voi che hanno letto con tristezza il suo abbandono del nuovo nido famigliare appena ritrovato, ecco che cosa lo aspetta e le prime considerazioni del futuro guerriero di Passo Keleb.

Buona lettura. Ah, dimenticavo: La faida dei Logontras può essere acquistata a 1€ su Amazon oppure letta gratuitamente con kindle unlimited a questo indirizzo: https://www.amazon.it/faida-dei-Logontras-versione-Storia-ebook/dp/B00HNW4LZ8/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1464499651&sr=8-1&keywords=la+faida+dei+logontras

Un arrivo sfortunato

Divisione di Centa Gnogath, GroneGor Meridionale.

Addì 4° Stob 31 d.I., periodo invernale di Byas.

Ah ah ah, ti dico che non riuscirai mai ad aprirla, Bor.”

Il fante, un uomo tozzo ed esageratamente più grasso di quanto convenisse a un soldato, assestò una pacca sulla spalla del Comandante, con cui aveva molta confidenza.

Impara a stare al tuo posto, Gordo”, gli rispose quello.

Oh, ma sentilo. Si è offeso!” Il fante si volse verso gli altri due uomini di guardia alla porta per condividere quel momento di euforia, ma essi si limitarono a un sorriso neutrale. I due, che indossavano la divisa d’ordinanza, diedero a intendere che per loro un superiore rimaneva sempre un superiore. Gordo, invece, non si era mai fatto di quei problemi, e chissà perché Borallon pareva tollerare di buon grado la cosa.

Il Comandante era seduto a un tavolo di legno massiccio. Su di esso, abbandondati in un vassoio di legno restavano gli avanzi di un pasto più o meno recente: d’ossa di fagiano, dalle quali pendevano ancora alcuni resti croccanti, una scodella di farro cotto e condito con olio, e una pagnotta quasi del tutto integra. Gocce oleose erano schizzate su alcuni fogli di cartapecora, contenenti colonne e righe da riempire con grande noia di scritte nei colori della scrittura grodestiana, nero e rosso. Stringeva in mano una lettera ben chiusa e ripiegata in quattro, come prevedevano le norme per la corrispondenza militare. Un plico sottile che a Borallon pareva sempre più impossibile da aprire. “Ma ci sarà pure un modo di…”

Te lo dico io.” Gordo gli si avvicinò. “È frutto di magia. E se leggi il destinatario della missiva, capirai anche il perché.”

Che cosa c’entra Ershaec con la magia?” Borallon tentò di separare con l’unghia i due lembi di carta, in modo da riuscire a dare per lo meno una sbirciatina, ma il dito scivolò lungo il bordo affilato, provocandoli un taglio superficiale. Una goccia di sangue colò sulla carta. “Che Eus se la prenda! Ci rinuncio!” Gettò il plico sul tavolo.

La goccia di sangue strisciò lentamente oltre il bordo, come sospinta da una forza invisibile, lasciando la carta liscia e pulita.

Le risate di Gordo continuarono fastidiose, accompagnate solo dallo scrosciare della pioggia. Poi il soldato tacque di colpo, mentre il Comandante si asciugava il sangue con uno straccio, che ripose sul tavolo. Quando il Comandante tornò a sollevare lo sguardo, si ritrovò di fronte un giovane.

Alto poco più di un metro e settanta, e vestito con quelli che sembravano abiti da montanaro, il ragazzo aveva i capelli biondi zuppi d’acqua e occhi azzurri così vivaci e sorridenti da stonare totalmente con le condizioni nelle quali si trovava. Ai suoi piedi si stava creando una pozza d’acqua. Uno zaino mezzo vuoto gli ricadeva afflosciato sulle spalle.

E tu da dove salti fuori?” gli chiese Borallon.

Le guardie lo fissavano stupite.

Da Senfe, signore… anzi no, dal Midilonge” spiegò il ragazzo. Il sorriso gli scomparve dal volto e arrossì di vergogna.

Il Comandante prese lo straccio sporco di sangue e glielo gettò addosso. “Asciugati!”

Il ragazzo guardò con orrore le macchie, poi preferì tamponare almeno i capelli, per non buscarsi un accidente. La penombra non gli impedì di notare, a lui che era tutto preso da una famelica curiosità, che il luogo era un cubo perfetto intonacato d’un verde sporco e scrostato, nel quale rifulgeva il baluginio d’un fuoco rossastro nel camino di sinistra. Il calore era insopportabile e osservando il candelabro a sei braccia posto accanto al tavolo, dove alcuni monconi di candele orarie si stavano ormai consumando, comprese quanto tempo fosse passato dalla sua partenza.

Guardati. Fai veramente pena” osservò Borallon.

Sono qui per arruolarmi, signore.”

Il Comandante lo fissò con attenzione. L’espressione con cui aveva accompagnato la sua affermazione sembrava seria e la voce, seppure resa acuta dalla tensione, suonava convinta. Dopo un po’ Borallon scoppiò a ridere, seguito a ruota da Gordo. “Quanti anni hai?”

Sedici, da poco compiuti.”

Te ne avrei dati quattordici… l’età l’avresti. Come ti chiami?”

Geshwa Olers, signore, e vengo dal Masso Verde.”

Hai deciso se dal Midilonge o da Senfe?”

Non cogliendo la serietà della domanda, Gordo si mise a ridere. Borallon lo squadrò severamente, cosa che lo mise a tacere. Quanto alle due guardie, avevano tutta l’aria di sopportare sempre meno il compagno.

Sono originario di Senfe, ma ultimamente ho vissuto lungo il Midilonge, a ovest.”

E te la sei fatta a piedi? Fin da lì?” Geshwa confermò con un cenno del capo. “Se non altro, hai gambe! Buon per te, visto che dovrai fare ancora un bel po’ di strada. Non era qui che dovevi venire.”

No?” Geshwa sentì un certo scoraggiamento farsi strada dentro di lui, mentre restituiva lo straccio.

No. Questa è la Divisione di Centa…”

Lo so. La Centa Gnogath!” Si avvide all’ultimo che aveva interrotto il Comandante. “Scusate se vi ho…” cominciò.

Devi andare alla Divisione di Battaglione. Lì ti presenterai al preposto di piantone. È il Battaglione del GroneGor Meridionale, ai piedi dei Colli delle Aquile. Questa volta non sbagliare.”

I Colli delle Aquile?” ripeté Geshwa, scurendosi in volto. “Ci sono passato questa mattina…”

Allora sei stato sfortunato, ragazzo. Dovevi fermarti lì. Comunque prenditela comoda. L’esercito potrà fare a meno di te ancora per un po’.”

Guardandosi intorno, Geshwa si chiese se fosse quella la vita che voleva fare. L’ambiente in cui si trovava non era esattamente il massimo della vita e non concedeva granché alla comodità. La sedia su cui sedeva Borallon era l’unica di tutta la sala. Non vi erano altri tavoli o indizi di svago alcuno. Alzò gli occhi al grande grit-lah sulla parete dietro il Comandante, sul quale era inciso il simbolo della Divisione Gnogath, consistente nel profilo d’un mastodontico essere dal lungo collo, inserito in un esaedro bordato di un metallo che poteva anche essere oro. Più in alto, una scritta in avorio: Ofer at Inosham, Coraggio nella Pace. Doveva essere il motto della Divisione.

Geshwa decise di ricacciare la domanda da dove era venuta, per non assommare sconforto a delusione. Salutò e ringraziò, prima di girarsi e di uscire nuovamente sotto la pioggia.

Aspetta, Olers” lo richiamò il Comandante. “Avrai bisogno di qualcosa da mangiare.”

Sì, in effetti non mi è rimasto più niente.”

Tieni questo, allora.”

Geshwa vide la mano del Comandante scendere verso il vassoio con gli avanzi e afferrare un tozzo di pane. Glielo lanciò. Lo prese al volo, guardandolo con occhi desiderosi. “Grazie, signore”. Lo ripose nello zaino fradicio e uscì dalla Divisione di Centa.

Estratto da Il viaggio nel Masso Verde

ges2011Per voi, un piccolo estratto del primo volume di Storia di Geshwa Olers. Ovvero, quando Geshwa e suo padre attraversano il Ponte di Makut. Visto il tempo non proprio primaverile, è un brano più che adatto. Buona lettura. Vi ricordo che se volete acquistarlo, potete farlo qui (dove potrete anche leggerlo gratuitamente con kindle unlimited): https://www.amazon.it/viaggio-nel-Masso-Verde-versione-ebook/dp/B00HNVXIQC/ref=pd_rhf_gw_p_img_1?ie=UTF8&refRID=M0839F99GNHJKEMB1YVC

Dal terzo capitolo:

Sbucando dalla protezione degli alberi, Geshwa comprese in un attimo come mai quel ponte avesse ispirato simili storie. Un blocco massiccio di pietra grigia, possente e liscio, congiungeva i due lati della gola attraversata da un torrente, di cui si udiva il rumore fragoroso. La luce residua del sole si stendeva su punte rocciose e manto boscoso con una tinta malinconica che sapeva di stagioni passate. L’acqua fluiva come la colata d’argento fuso di un cesellatore. Ai bordi del ponte, pali di legno sostenevano una catena per la lunghezza di tutto l’attraversamento. A sinistra c’era la rientranza del fronte montuoso, nella quale si moltiplicavano buche, radici e grotte. Di certo quella costruzione, fosse naturale o no, dava proprio l’impressione di essere stata creata con un aiuto sovrumano.

“È bellissimo” esclamò Geshwa. Non si fermarono e mentre si accingevano a oltrepassarlo, si chiedeva se la sua Presenza sarebbe stata rapita dal Figlio della Disperazione.

Alla sua destra si apriva un’ampia vallata, nella quale si diffondevano sempre più le brume del tardo meriggio, espandendosi sul vasto mantello sottostante della grande foresta. Le aquile si libravano nell’aria nascondendosi a tratti tra nubi bianche e scure. La natura selvaggia del posto rendeva subito l’idea di ciò che i primi abitanti dell’antico Impero potevano aver visto non appena giunti dal Regno perduto di Unalion.

Quando i muli misero zoccolo sulla pietra della campata, Geshwa guardò a sinistra della volta del ponte, sulla parte bassa della parete montuosa, dove si trovava una caverna ampia e molto buia. Sembrava profonda e alla mente di Geshwa trasudava umido e freddo, infondendo apprensione.

I due muli ragliarono e si fermarono a guardare lo strapiombo sotto di loro, forse spaventati.

“Forza somarello!” sollecitò Sitòr. Gli animali si mossero di poco, riprendendo il cammino per giungere dall’altra parte.

Quando furono nel bel mezzo del ponte, lo sguardo di Geshwa, che aveva ancora sul volto l’ammirazione per la grandiosità del paesaggio, tornò a posarsi sulla caverna. Non capì se si trattava dello scherzo dei suoi occhi o dell’abbaglio temporaneo provocato da un morente raggio di sole, ma fu sicuro di scorgere un luccichio. Il mulo proseguì. Poi però Ges lo rivide e il suo timore divenne manifesto. “Papà, mi sembra che ci sia qualcosa. Dentro la caverna”.

Il mulo parve averlo sentito e si fermò di colpo, prendendo a ragliare con occhi sbarrati. Vedendo che l’animale non aveva intenzione di proseguire, riempiendo di versi echeggianti la vallata, Sitòr scese dalla groppa del suo e cercò di tirare entrambi, afferrandoli per le briglie. “Deciditi, stupida bestia, se non vuoi che ti lasci qui o ti butti giù!”

Il mulo pareva preoccupato più da altro. Sitòr tirò fuori dalla bisaccia una grossa carota, che l’animale disdegnò con un raglio scorbutico. La sua cavalcatura, invece, appariva più tranquilla e si mosse placida per proseguire.

“Guarda il tuo compare” disse Sitòr rivolgendosi al ciuco di Geshwa, “e impara da lui”.

Geshwa continuava a intravedere strani sfarfallii luminosi lungo la parete della grotta. “Ti dico che lì dentro c’è qualcosa, papà” ripeté. Ne provò un fascino spaventato. Sembrava che le rocce fossero ricoperte di diamanti.

Inserite i vostri feedback… e Scarafaggi

goodreadsRagazzi, mi rivolgo a tutti quelli che hanno letto i miei romanzi e racconti e sono iscritti a Goodreads: il passaparola rimane lo strumento più efficace per pubblicizzare e far conoscere le storie che vi sono piaciute.

I miei romanzi e racconti sono stati letti da molti di voi, alcuni volumi addirittura nell’ordine delle migliaia. I commenti e i voti, però, rimangono sempre pochi, per una specie di idiosincrasia tra lettura e feedback sui social o siti di libri quali aNobii e Goodreads.

Ve lo chiedo come un favore, ma anche come una vitale necessità per uno scrittore: perché non sprecate un paio di minuti del vostro tempo e non inserite un vostro voto e commento alle mie storie che avete letto? Potete farlo su Goodreads, che al momento mi pare il sito dedicato alle librerie personali di più veloce diffusione (anche maggiore di aNobii, sì, che ultimamente ha parecchie difficoltà di programmazione…). Questo è il link per vedere la lista dei miei titoli.

Ringrazio fin da ora chiunque lo farà. Per il resto, tenetevi pronti: lunedì è il giorno dell’uscita di Scarafaggi. E come vedete, ho modificato per l’occasione anche la testata del blog.