Bruciare tutto, di Walter Siti

sitiHo letto l’ultimo romanzo di Walter Siti, Bruciare tutto, che tante polemiche ha suscitato soprattutto in seguito alla “stroncatura” che ne ha fatto Michela Marzano, seguita poi dalle critiche di alcuni giornali. Mosso dalla curiosità, mi sono procurato prima Exit strategy (non avevo mai letto nulla di Siti), per poi approdare alla sua ultima fatica. Ecco quello che ne penso, sempre che vogliate saperlo.

Premessa necessaria e, secondo me, importante: sono un cattolico praticante, insegno Religione Cattolica nella Scuola dell’Infanzia, perciò ho a che fare con bambini dai 2,5 ai 6 anni. Lo dico per contrastare fin dall’inizio l’idea invalsa in alcuni che il romanzo di Siti possa suscitare la pregiudiziale opposizione di chi – eventualmente – è cristiano, cattolico ed educatore. Detto questo, procediamo.

Innanzitutto, una sorpresa: la scrittura di Siti è estremamente piacevole, una straordinaria scoperta. Il suo stile si inserisce nel solco di quelle scritture post-moderne che amo, un poco in stile Wallace, debitrici di Joyce e di Faulkner, e che senz’ombra di dubbio lo elevano all’altezza dei migliori scrittori esistenti. Qualcuno ha parlato di stile difficile: può darsi, ma tale difficoltà dipende molto probabilmente dall’impreparazione della maggior parte dei lettori a un tale livello. Qui e qui ho cercato di approfondire l’argomento della facilità e difficoltà nella narrazione.

L’argomento scabroso: il prete pedofilo. Allora, che la pedofilia sia ancora considerato un argomento scabroso è ovvio e necessario, sebbene Siti mostri degli aspetti da un lato scontati (e, vorrei dire, da “sparo sulla Croce Rossa”) e dall’altro meno ovvi, forse quelli maggiormente capaci di suscitare una discussione. Cioè: il prete pedofilo è forse una facilitazione nella quale lo stesso Siti è caduto. Si sarebbe potuto leggere di un insegnante pedofilo, di un padre di famiglia importante, di un famoso psicologo, e l’effetto sarebbe stato lo stesso. Certo, il sacerdote presenta tutta una serie di ulteriori côté d’approfondimento, cioè il suo rapporto con la verità, il suo rapporto con la sincerità della propria vocazione, il suo rapporto con la religione, il suo rapporto con i più deboli, argomenti che spiccano in modo particolare proprio perché lui è un sacerdote. Ma non sono del tutto convinto che il medesimo effetto non lo si sarebbe ottenuto con altre figure. L’aspetto, invece, meno ovvio è dovuto ai desideri sessuali del bambino di 10 anni e al suo suicidio: improbabile il secondo, da intendere bene il primo. I bambini hanno la loro sessualità, fuor di dubbio, e possono anche avanzare delle richieste. Ma tali richieste, sia ben chiaro, non sono “sessuali”, sono richieste d’affetto, di solito esplicitate in forma fisica attraverso il contatto, che però veicola il significato di vicinanza. Nel romanzo, il bambino parla come un adulto – anche se non sempre – e come un adulto chiede al protagonista Leo, il sacerdote, di potergli toccare il pisello. Insomma: certezze e dubbi sui due protagonisti del romanzo.

Però: l’argomento scabroso non è, secondo me, il vero centro della storia. La pedofilia non è argomento nuovo e, forse, solo in Italia può far parlare così tanto, spostando l’attenzione dal vero nucleo argomentativo del romanzo: la società italiana, che ne esce a pezzi. La Milano in cui tutto funziona è un tessuto talmente disgregato, che si fa davvero fatica a rintracciare una linea continua di normalità, o di quella che un tempo avremmo considerato normalità. La parte triste della faccenda è che, a leggere la narrazione avvincente di Siti, sembra di leggere la realtà, ma si termina il romanzo domandandosi: è davvero questa l’Italia? Per una sua parte (considerevole? minoritaria?), sì. Per ciò che riguarda me, invece, no, e se il no vale per me, sono portato a credere senza presunzione che valga anche per buona parte della popolazione rimanente.

Sono casi estremi, quelli di cui parla Siti, sono situazioni del tutto particolari, messe assieme per raccontare una storia nella quale, per “bruciare tutto” al rogo di convinzioni personali incancrenite, alla fine si distrugge tutto. E questo è l’aspetto più significativo della sua storia.

Un ulteriore aspetto: il prete. Leo non è un sacerdote ordinario, nel senso che è uno che ha una coscienza molto accesa, un coraggio di parola e una consapevolezza del proprio ruolo fuori dall’ordinario, purtroppo assente in molti preti. Tuttavia, a stento ho riconosciuto nel suo personaggio un vero prete. Forse ci sarà qualche prete che pensa come pensa lui, ma sembra che, in fin dei conti, Leo sia un prete “per sbaglio”, mentre Fermo, il parroco anziano, appare come un prete vero e proprio, molto più simile alla realtà (realtà che rimane quasi sempre ai margini di questo romanzo).

In definitiva, Bruciare tutto è una bella lettura, perciò, ma anche problematica, dove l’aspetto che tanto è stato contrastato da certi media è probabilmente uno dei meno importanti del romanzo.

Su Codice infranto – da Letteratura Horror.it

Codice-Infranto-ver2-by-sabercore23Giusto per ricordare, quel che diceva il sito Letteratura Horror circa il mio primo romanzo targato Dunwich Edizioni, Codice infranto:

“Se si legge il romanzo di Fabrizio Valenza non si rimane a bocca asciutta, né ci si perde nei suoi meandri, anzi quasi se ne vorrebbe sempre di più.
Codice infranto è una storia horror in pieno stile, con grandi riferimenti al sopranaturalee, anche, leggermente splatter – cosa che non guasta mai – e riesce a provocare un’empatia-antipatia con i protagonisti che lega il lettore ancora di più al testo.
La tematica trattata, la pedofilia, è molto delicata e spesso il libro è “disturbante” poiché vengono presentate immagini forti, a volte eccessive, mai morbose e inutili, però, sempre intonate con il racconto, il tutto ha un fine ed è un fine importante. Fino a ora non avevamo mai trovato libri di genere che trattassero questo argomento in modo così crudo e deciso, mai nessuno che lo condannasse nel modo così deciso e autorevole.”

Potete leggere l’intera recensione a questa pagina e acquistare il romanzo qui. Inoltre, ricordatevi che non solo il passaparola è importante, ma anche l’inserimento dei commenti e dei voti nei siti di acquisto. Per esempio, ricordatevi di inserire il vostro voto e il vostro commento su Amazon circa Trasmissione inversa. Che continua ad andare bene, grazie a tutti voi!

Irrational Man – Woody Allen

45-Irrational-Man_1Filosofia e problemi esistenziali… del filosofo, per l’ultimo film di Woody Allen. E che stranezza ci sarebbe? Da sempre i problemi esistenziali sono al centro delle riflessioni dei filosofi. Vero, ma qui stiamo parlando dell’ultimo film di uno dei più grandi registi degli ultimi decenni e, sinceramente, non capisco il perché di questa pellicola. Ma andiamo per gradi.

Il protagonista di Irrational Man, Abe, è interpretato da Joaquin Phoenix, uno dei migliori attori di Hollywood, perfetto per la parte del professore di filosofia che non riesce a dare un senso alla propria vita. Tuttavia, in linea con il pensiero filosofico che sembra preferire (Kierkegaard no, è un cristiano – lo dice il protagonista, non io, n.d.r.), sarà l’occasione di uccidere un magistrato per liberare il mondo da quello che egli considera un parassita a riempirlo di nuova vita. In effetti, lo stesso Allen ha affermato che Irrational Man è una riflessione sulla morte, ma in questo caso, la morte comminata a un altro essere umano, con piena, deliberata ed estetizzante volontà, diviene il motivo che dà vita alla sua vita già morta.

Affascinante professore di filosofia, Abe attrae le donne come la luce le falene. Nel film, sono due in modo particolare: un’attempata collega, Rita, interpretata da Parker Posey, che vuole fuggire dalla relazione col marito che non ama più, e una sua studentessa, Jill, interpretata da Emma Stone. Entrambe si rapportano al concetto della morte per suo tramite, reagendo in modi opposti. Quando quest’ultima scopre che a uccidere il magistrato è stato proprio Abe, si riscopre per quella donna piccolo-borghese che tentava in ogni modo di non essere, mentre a Rita non serve sapere con certezza chi sia l’assassino, perché lo ha già capito da sé, e lo ha anche giustificato, accettato: sarebbe pronta a partire per la Spagna con il suo amante-omicida, perché una svolta di vita è ciò che più la interessa.

Gli attori sono come al solito bravissimi. La trama sarebbe interessante, anche perché si dipana sulla base di elementi davvero profondi, non banali (ovvio, è Allen, dirà qualcuno di voi), ma la riflessione avrebbe potuto essere più esplicita, la trama più complessa, mentre tutto si risolve in un’esposizione (ben congegnata, ovvio, è Allen!) purtroppo stanca, che esprime pienamente il senso – inutile e vuoto – del caso. Perché alla base di tutto c’è questo: la riflessione di Allen sulla morte si esaurisce in una decisione del “caso”, e in quanto tale, informa l’intera pellicola della sua inutilità e della sua assenza di significato, tanto che al termine della visione ci si domanda: “Ma Allen, davvero aveva bisogno di fare questo film?”

Episode VII – Il sole sulle bianche torri

star-wars-slideOk, ho scherzato con il titolo. L’uscita della prima parte del settimo volume di Storia di Geshwa Olers, Il sole sulle bianche torri, coincide con la data d’uscita di Episode VII – Il risveglio della forza, nuovo capitolo della saga di George Lucas.

Allora permettetemi di segnalarvi che già da un paio di giorni è disponibile per il download gratuito il volume, dalla pagina del sito Feedbooks dedicata ai romanzi originali.

Riguardo al VII episodio di Star Wars, invece, devo dire che si tratta di un vero ritorno a Guerre Stellari. È molto più Guerre Stellari questo episodio di quelli girati da Lucas in occasione della seconda trilogia (episodi I, II e III). Anzi, forse è più L’Impero colpisce ancora. Comunque, buoni i protagonisti, soprattutto lei, sveglia e gagliarda, ma anche lui, che corre e scappa tanto, e poi pure l’altro, quello che guida l’X-Wing… Ma anche il robottino è simpatico, così come ottime le trovate del bar degli alieni, la base dei ribelli in mezzo alla foresta e bello il pianeta di sabbia. Ma anche la battaglia per la distruzione del pianeta-arma e poi… Ah sì, c’è quel confronto tra padre e figlio! Oh, lasciatemi dire che pure le sequenze sul ponte di comando dell’incrociatore stellare e…

Come? Avete un déjà-vu? No, non sto parlando di Una nuova speranza (Episodio IV), di L’impero colpisce ancora (Episodio V) o di Il ritorno dello Jedi (Episodio VI), ma proprio di Il risveglio della forza. Davvero un gran bel film, Episodio VII, anche ripensandoci il giorno dopo. Guerre Stellari merita, sempre.

Regression – Alejandro Amenabar

regression_posterRegression è un film di A. Amenabar, con Emma Watson ed Ethan Hawke, e vuole affrontare il tema della paura diffusa dalla scoperta dei riti satanici negli Stati Uniti degli anni Ottanta.

Contrariamente a quanto viene pubblicizzato, non si tratta di un film horror, quanto piuttosto di un film thriller-giallo a sfondo satanico. Amenabar ci aveva abituati a veri brividi con The Others. Probabilmente non era sua intenzione ottenere il medesimo effetto con questo film, che tuttavia si abbandona in più di un caso a tentativi simili. La storia di come Ethan Hawke, infatti, scopre i segreti satanici che si nascondono dietro la fuga e accusa di Emma Watson, è vissuta e condotta in prima persona, facendoci entrare nel climax che lo stesso protagonista vive man mano che la sua scoperta si fa sempre più sulfurea e aberrante.

Tuttavia, la mano del regista appare indecisa in più di un’occasione, perché a scene dal forte pathos unisce elementi di distensione eccessiva (anche cognitiva, legati alla comprensione di ciò che sta accadendo) che ottengono l’unico effetto di non spaventare mai più di un minimo livello lo spettatore. Similmente a ciò che è accaduto per The Visit, il film di Shyamalan di cui ho già parlato di recente.

L’effetto complessivo sembra quello di un “vorrei spaventare ma è meglio non farlo, visto i tempi che corrono, già abbastanza spaventosi”.

Il dubbio che si ritenga conveniente non spaventare troppo non è poi così peregrino, perché in filigrana, questo film è leggibile anche come denuncia della politica del terrore utilizzata dai nostri politici per metterci sul chi va là riguardo al terrorismo di matrice islamica. Si parla di isteria delle masse, si parla di suggestione collettiva. In buona sostanza si parla di pistola scarica. Oltretutto, l’interpretazione di riferimento dei f
atti narrati nel film da parte del suo regista appartiene alla schiera di chi pensa che la paura del satanismo non sia altro che isteria collettiva, un po’ come avvenne nel Medioevo per la caccia alle streghe, e Amenabar sposa una lettura dei fatti decontestualizzata da ogni riferimento preciso a reali appartenenze a sette sataniche (delle quali, invece, vi sono numerose testimonianze e fatti riscontrati e riscontrabili – come riferimento potete leggere l’utile testo di M. Introvigne, “I satanisti” della SugarCo).

The Visit – M. Night Shyamalan

the-visit1Ieri sera ho visto l’ultimo film del bravissimo M. Night Shyamalan, The Visit. A dispetto dei nugoli di bambini e bambine presenti nelle file attorno al mio posto – che vociavano e si scambiavano messaggi con gli smartphone come se fosse l’ultimo giorno digitalizzato del mondo – sono riuscito a vederlo fino alla fine.

Shyamalan ci ha abituati ad alti e bassi, purtroppo, e The Visit è attraversato da un basso continuo.

La storia era potenzialmente ottima: il continuo riferimento alle favole, elemento che permetteva di creare profondità di aspettativa; i due nonnini dai quali i due ragazzini si recano, ottimamente caratterizzati; l’ambientazione, perfetta. Purtroppo, però, le pecche sono maggiori dei lati positivi.

Potrebbero esserci degli spoiler, perciò – se preferite – evitate di leggere da qui in avanti.

I luoghi comuni dell’horror: ci sono tutti, nessuno escluso. La cantina e le scale che scendono; le porte chiuse; i rumori sospetti e sinistri; gli spaventi improvvisi. Di per sé non è male che vi siano luoghi comuni: ma se non vengono riproposti con una chiave di lettura originale, diventano noiosi e prevedibili.

L’assunto di fondo che dà la chiave interpretativa del film, infatti, è forse la parte peggiore di tutto. Sappiamo bene come i film di Shyamalan si reggano sull’intelligenza di una rivelazione che, nel momento in cui accade, conferisce il senso a tutto ciò che è capitato prima. Eccezionali le trovate di Il sesto senso, Signs e Lady in the Water, decisamente meno in questo film: infatti, quando si viene a conoscenza della chiave interpretativa, tutto crolla, tutto si perde, la tensione cala definitivamente e, oserei dire, in modo irrimediabile. E forse, proprio l’aspetto relativo alla tensione è quello che più mi ha deluso: in film come quelli già citati o il meraviglioso E venne il giorno, la tensione è magistralmente orchestrata, quasi da poter dire che il film si basa unicamente su di essa. Qui, invece, la tensione è debolmente presente. Di volta in volta viene distrutta dalle trovate dello stesso Shyamalan, che sembra volerci tranquillizzare di continuo. Fin troppo.

Ora, può darsi che quando lo rivedrò nel chiuso della mia sala, senza bambini vocianti e francamente maleducati riesca ad apprezzare qualche scena in più, ma se si va al di là della bella scena in cui la nonnina chiede alla nipote di pulire il forno e all’intervista che il nipote fa alla sorella, durante la quale la camera zumma verso un infinito sfocato alle sue spalle, o se non si è in grado di cogliere i bei riferimenti ad Hänsel e Gretel o a Il colore venuto dallo spazio, di Lovecraft, temo che quasi tutti rimarranno delusi, il sottoscritto anche una seconda volta.

Bates Motel Stagione Seconda

Bates-MotelCiò che era in possibilità e in divenire, si sta ora trasformando in realtà. Questa potrebbe essere la lettura di questa seconda stagione di Bates Motel, sempre con gli occhi puntati alla ricerca di quel Norman Bates che conosciamo grazie a Hitchcock. Infatti, ancora una volta mi devo spendere in questo chiarimento: è praticamente impossibile dimenticare la sua versione cinematografica del romanzo di Robert Bloch del 1959.

Norman inizia a mostrare in modo molto più chiaro le sue ossessioni e, soprattutto, la sua particolare capacità di utilizzare (o di divenire succube de) la propria rabbia. La madre, che nella prima serie non si capiva bene se ci facesse o se ci fosse, in questa seconda serie mostra anche lei il suo squilibrio, soprattutto nella scena della terzultima puntata, nella quale Norman si è reso conto del proprio problema e del fatto che la madre glielo sta tenendo nascosto. Così si accorge che il rapporto tra lui e sua madre non è quello che pensava in un primo periodo della sua vita. Perciò sfoga tutta la sua rabbia (in forma passiva, sottraendosi) su di lei, facendola star male al punto da far sì che si senta tagliata fuori e respinta dalla vita del figlio. Ed è lì che anche lei inizia a mostrare il suo eccesso personale. Respinta dal figlio, si getta immediatamente tra le braccia di un uomo che aveva a sua volta respinto e dal quale era fuggita non più di mezz’ora prima. Lo fa con sguardo fisso, con sfacciataggine irriguardosa, demolendo in un solo momento tutta l’idea di donna perbene che continua a mostrare a tutti gli altri. Vengono in mente le accuse che l’altro figlio, Dylan, le muoveva in un primo momento, quando la accusava di essere una donna dai facili costumi.

Ma tutto procede comunque con normale aspettativa, senza che vi sia un solo barlume di sussulto. Solo nell’ultima puntata la stagione si riscatta, presentando finalmente un Norman Bates che perde definitivamente la ragione, che si rifugia in quel mondo materno interiore che poco alla volta lo sta portando a sostituire le sue fantasie alla realtà.

Ma è sufficiente? Si può aspettare la 10ª puntata prima di vedere la vera svolta inquietante in una serie televisiva che pretenda di sopravvivere?

Il maschio selvatico

maschioselvatico2Questo bel libro di Claudio Risé, pubblicato da San Paolo Edizioni nella sua seconda edizione, rielaborata a distanza di 22 anni dalla versione precedente, prende le mosse da un’affermazione di Leonardo da Vinci, il quale diceva che “il salvadego è colui che si salva”. La sua intenzione era quella di indicare come l’uomo che conosceva la natura profonda, quella della selva, fosse il tipo umano capace di “salvarsi”, sia fisicamente che spiritualmente.
Le considerazioni di Claudio Risé – per me molto valide – si sviluppano a partire da una semplice constatazione: il maschio non è più tale, sembra aver perduto molte caratteristiche che lo rendevano capace di nutrire se stesso, il mondo e gli altri maschi. Aspetto, questo, sottolineato anche da molte donne e riconosciuto con fatica dagli stessi uomini.
Non è un ritorno alla natura, e nemmeno un voler affermare che il maschio è superiore. Piuttosto, si tratta del tentativo di recuperare ciò che del maschile e del suo mondo è stato perduto a causa di ideologie e trasformazioni imposte dall’alto, in modo particolare nel mondo occidentale. Il riferimento primo è ovviamente ai concetti di maschile e femminile. Non sfugge il dettaglio che ovviamente maschile e femminile siano pensabili in più modi e che entrambi siano presenti all’interno dell’uomo e della donna. E, tuttavia, ci sono caratteristiche proprie del maschile e altre proprie del femminile, le prime possedute in modo specifico dai maschi e le seconde in modo specifico dalle femmine, anche se non in modo esclusivo.
A causa di un’imposta uguaglianza ideologica che deve esprimersi ormai esclusivamente a partire dall’ambito del diritto – di un diritto però svuotato ormai di contenuti e perciò nocivo – si pongono sullo stesso piano realtà sociali che hanno contenuti intrinsecamente differenti: un esempio su tutti, la questione del matrimonio. Essendo il matrimonio una questione tra un uomo e una donna ma ritenendo opportuna una rielaborazione concettuale, si è ritenuto di espanderlo a qualunque tipo di unione: tra due uomini, tra due donne, e non so cos’altro. Il fatto è che non si pensa che l’unione tra un uomo e una donna non potrà mai essere uguale a quella tra due uomini e a quella tra due donne, non perché le due ultime tipologie siano inferiori, bensì perché sono semplicemente differenti a causa delle caratteristiche del maschile e del femminile. Mettendo tutto sullo stesso piano, obbligando a una uguaglianza di fatto anche nei contenuti, il maschio (come la femmina) si trovano svuotati di specificità.
È perciò più urgente che mai capire quali siano le modalità attraverso cui il maschio può “salvarsi”. Salvarsi, in questo caso, vuol dire soltanto una cosa: tornare pienamente capaci di assumersi le proprie responsabilità, per se stessi e per il mondo.
Claudio Risé descrive le dinamiche interne al maschile che caratterizzano la formazione dell’uomo, e sottolinea come il maschio debba essere capace di lasciarsi nutrire da un altro maschio. Sebbene il maschile si definisca nel confronto con il femminile, e in qualche modo anche con l’inglobamento e il riconoscimento del femminile insito nel maschio stesso, un aspetto fondamentale è che solo i maschi conoscono ciò di cui essi hanno bisogno. Ci sono alcuni passaggi fondamentali nella vita di un uomo che non possono essere elusi, passaggi che a volte contengono il rischio di un’aggressività tutta maschile, aspetto che invece la nostra società occidentale ideologicizzata tende a cancellare sempre più, creando degli esseri infelici, che non hanno più spazi per convogliare le proprie energie maschili.
La proposta di Claudio Risé è quella di riscoprire il legame tra il maschio e la terra, non intesa nel senso di terreno agricolo ma nel senso di materialità, concretezza, senza lasciarsi imbrigliare da una tecnologia e da una società invasive: faccio un esempio, quello del confrontarsi con le altre persone, ormai sempre più veicolato dai social network. La tecnologia tende a sostituirsi ai procedimenti umani, rendendo più semplice la vita ma anche svuotandola di significato. La nostra tecnologia e il nostro tipo di società si stanno sostituendo sempre di più alla libera scelta delle persone. La prima conseguenza è che le differenze tra i generi vengono sempre più cancellate, perché nel mondo perfetto in cui la tecnologia ti risolve tutti i problemi, gli apporti specifici di maschi e femmine non hanno più significato.
Questo è precisamente il rischio, e questo bellissimo libro di Claudio Risé mi sembra adatto ad abbozzare una risposta e una strada da poter riscoprire in sé e approfondire.

Senza fede nella vita – Lovecraft secondo Houellebecq

houellebecq-lovecraftMichel Houellebecq ci dà la sua versione della vita e della figura del grande scrittore americano di genere fantastico, H. P. Lovecraft. Il breve libretto “H. P. Lovecraft – Contro il mondo, contro la vita” è effettivamente un ottimo romanzo. Romanzo? Tale definizione di quello che potrebbe apparire come un saggio arriva in realtà direttamente dall’autore stesso, che afferma trattarsi con ogni probabilità del suo primo romanzo. L’ammirazione di Houellebecq per Lovecraft è enorme, come d’altronde è giusto che sia, data l’importanza dello scrittore di Providence per la narrativa fantastica del Novecento. Eppure pochi scrittori si meritano una biografia romanzata, perché normalmente la vita di uno scrittore è piuttosto noiosa. Qualcuno di voi vedrebbe bene un film sulla vita di Stephen King (benché ci siano rumors di una simile intenzione)? È lo stesso King a raccontare come la sua quotidianità sia piuttosto sempre uguale a se stessa e non nasconda nulla di eccezionale. La vita di Lovecraft, invece, è innanzitutto la vita di un uomo che aveva caratteristiche personali estreme e molto appariscenti.
Personalmente non conosco tutta l’opera di Lovecraft, tantomeno la sua enorme corrispondenza.100.000 lettere, dice Houellebecq, alcune delle quali anche di 30 o 40 pagine, perché Lovecraft, descritto come un vero gentleman, aveva l’abitudine di rispondere sempre a tutti quelli che gli rispondevano. Senza conoscere la sua enorme corrispondenza, con ogni probabilità non si può conoscere lo spessore reale della sua vita. Eppure alcune cose sembrano certe: la sua grande difficoltà ad accordarsi con la realtà che lo circondava, Lui individuo appartenente quasi ad un altro secolo; il suo materialismo e il suo ateismo che Houellebecq dice essere totali; la sua fatica nel confrontarsi con altri esseri umani che, spesso, considerava da un punto di vista talmente personale da renderlo spesso incomprensibile e rinunciatario; e poi il suo razzismo. Tutti questi elementi concorrono effettivamente nel creare una narrazione della vita di Lovecraft che ha molto del “romanzabile”, ed è qui che arriva il mio interrogativo sull’opera dello scrittore francese.
Corrisponde a realtà? È in grado di fornirci una verosimile interpretazione della personalità più intima di Lovecraft? Il dubbio è lecito, soprattutto perché credo che sia sempre possibile effettuare un passaggio dagli scritti di un autore a certe sue caratteristiche di fondo. Non intendo dire che dagli scritti si capisca sempre tutto dello scrittore, ma che alcune cose fondamentali possano essere colte. Houellebecq afferma che Lovecraft in realtà odiava il mondo e, arrivato al termine della sua vita, sentì la morte come la possibilità di liberarsene definitivamente, perché il suo era un odio nei confronti della realtà e nei confronti del mondo che coglieva privo di senso. Eppure, se è vero che i suoi scritti proiettano il rapporto tra essere umano e realtà cosmiche aliene e nemiche su un piano del tutto differente rispetto agli altri scrittori, relegando l’umano a una posizione assolutamente ininfluente sul procedere della realtà cosmica, è anche vero che dai suoi scritti si coglie quasi sempre un’ombra di qualcosa di più. Difficile definire cosa sia questo di più, se non utilizzando le stesse parole di Houellebecq, quando dice che anche Lovecraft “descrive cieli azzurri”.
È un po’ la stessa impressione che ho avuto leggendo Paul Auster, che tutti i critici dicono essere il cantore del caso. Eppure attraverso i romanzi di Auster, si coglie sempre come attraverso il caso si indichi anche qualcos’altro. Attraverso gli eventi che descrive con grande abilità e che sembrano portare sempre la firma della casualità, emerge poco alla volta un disegno che spinge il lettore a vedere una prospettiva. Non dico che anche gli scritti di Lovecraft consegnino al lettore una prospettiva che non sia quella della quasi totale insignificanza dell’essere umano, eppure “cieli azzurri” esistono anche nell’opera di Lovecraft.
Houellebecq ha forse esagerato nel descrivere la figura di Lovecraft quasi come un essere umano votato al nulla e alla “nientificazione”, un anti-apostolo (si legga a tal proposito il paragone che fa tra Lovecraft e San Paolo, volgendolo però in negativo), perché così facendo gli toglie quel briciolo di speranza in una vita migliore di quella che lo scrittore di Providence si è ritrovato a vivere, esemplificata – tale speranza – dal suo matrimonio che, benché fallimentare, ha costituito per lui un momento in cui poteva aprirsi a una dimensione ulteriore, per quanto minima.
È proprio questa dimensione ulteriore che Houellebecq ha deciso di eliminare del tutto, quando ha scelto di scrivere un romanzo su Lovecraft, contro il mondo e contro la vita.