Sentieri verso L’isola dei morti – 1 – Nietzsche e Strindberg

Ai primi di gennaio del 1889, il grande filosofo Nietzsche diede i primi segni di quella follia che segnò l’ultima parte della sua vita. Abitava a Torino, in quel tempo, e scrisse una serie di lettere e biglietti, denominati biglietti della follia.

La questione sulla follia di Nietzsche è tuttora aperta, perché sebbene sia chiaro che il filosofo ne abbia sofferto, non si può dire quando sia iniziata e in che modo (e se) abbia influito sulla sua filosofia, che è di certo una delle più importanti per profondità di visione sulla condizione umana e di sincerità nei confronti della civiltà costituita.

Tra i vari biglietti che scrisse, nei quali si firmava di volta in volta come Caesar, il Crocifisso, Dioniso, Anticristo e via dicendo, credendosi il principe dei principi e sparando a zero in modo particolare sulle massime rappresentanze nobiliari delle storiche gerarchie germaniche, vi fu anche una cartolina indirizzata al poeta e drammaturgo August Strindberg, con il quale intratteneva un’importante corrispondenza. In essa scriveva:

Herr Strindberg: Eheu! Non più! Divorçons!

Il Crocifisso

Era il segno che la follia aveva ormai il sopravvento, eppure, anche nella sua follia, è possibile vedere i segni di uno sguardo profondo, perché se ogni follia viene colta nel suo aspetto a-spaziale e a-temporale, si ha la possibilità di cogliere segreti legami sottostanti la realtà tutta, sempre una e unificata, al di là della divisione nella quale l’esistenza del mondo intero è gettato. Nel 1883, August Strindberg si trova a Parigi, dove, da parte sua, fa la fame e s’intestardisce nel tentativo di fabbricare alchemicamente l’oro in una stanza d’albergo, attaccato a un crogiolo e preda di un’alterazione mentale che per alcuni fu pazzia.

August Strindberg si trovava in un periodo artistico molto difficile, a motivo delle accuse di antifemminismo, misoginia e blasfemia provocategli dalle sue ultime opere. Nel 1886 aveva scritto Camerati (il primo titolo era Predatori), che fu molto criticato a motivo dell’esagerato antifemminismo, seguito nel 1887 da Il Padre, nel quale un padre di famiglia viene sempre più messo in discussione dalla moglie circa l’educazione della figlia, fino a farlo sembrare – e a farlo diventare – un pazzo. Il tema della follia, eccolo di nuovo. Nel 1888 vi fu La signorina Julie, che lo portò alla fama mondiale.

Eccone la trama che sconvolse la società svedese: “Julie, venticinquenne figlia di un conte, passa la serata di San Giovanni alla festa della servitù, mentre il padre è assente. Cerca di sedurre il giovane cameriere Jean, il quale si dichiara innamorato di lei. Visti dai servitori, decidono di scappare per l’imminente caduta della reputazione della ragazza, ma vengono scoperti dalla cuoca Kristin e non riescono nell’intento. Tornato il conte, Jean si sente colpevole e, dichiarando che il rispetto e la soggezione che prova nei confronti di lui gli impediscono di contrariarlo, suggerisce alla ragazza il suicidio porgendole un rasoio affilato col quale raggiungere lo scopo.”

Nel 1877, Strindberg aveva sposato l’attrice finnosvedese Siri von Essen, dalla quale ebbe tre figli, ma i loro rapporti si deteriorarono sempre più, fino a quando non divennero simili a quelli che Strindberg descriveva in questi suoi drammi e nei romanzi. Questi ultimi suoi drammi si ispiravano in modo particolare al naturalismo di Emile Zola, che riproponeva letterariamente le ambizioni del positivismo: l’essere umano andava osservato come un qualunque altro fenomeno di natura, e perciò considerato un animale alla stregua degli altri, e tutte le sue manifestazioni venivano lette secondo leggi prevedibili scientificamente. Il medesimo positivismo cui si ispira il protagonista de L’isola dei morti, Andrea Nascimbeni.

Ecco quanto scriveva Strindberg nella prefazione al suo La signorina Julie:

Verrà, comunque, forse un giorno in cui saremo tanto avanzati, così illuminati, da poter osservare con indifferenza lo spettacolo brutale, cinico, crudele, che ci propone l’esistenza. Allora avremo disinnescato gli strumenti inferiori ed inattendibili di pensiero detti sentimenti, divenuti superflui e nocivi per la maturazione dello strumento di giudizio.

E proprio all’Isola dei morti lo stesso Strindberg fece rotta, attraverso un’esperienza binaria che non fu l’unico a provare di fronte a uno dei dipinti di Arnold Böcklin. Se da un lato quest’esperienza sfociò in un dramma da camera incompiuto del 1907, per l’appunto “L’isola dei morti”, che prevedeva come fondale di scena il dipinto di Böcklin, d’altro canto, di fronte a quel dipinto aveva vissuto lui stesso un ulteriore momento di estraniazione, affetto dalla famosa sindrome di Stendhal. Per ciò che riguarda il dramma, lo spettacolo fu presentato per la prima volta il 21 gennaio 1908 al teatro Intima di Stoccolma, il teatro di Strindberg. Tuttavia fu recitato per ragioni sconosciute solo dodici volte. La struttura modernista e astratta dell’opera ha probabilmente contribuito nel non immediato successo. Purtroppo non ci sono foto, schede del programma o simili conservate dal set originale della messa in scena.

Interessante, però, è l’argomento del dramma. Racconta di uno studente che è in grado di vedere i morti.


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