Se la ricerca è tutta personale

Formule-da-155-a-161-002Scrivere è fatica, non possiamo mentire. A tutti quelli che dicono che scrivere è un modo per sfogarsi, io dico: “sì, ma suggerisco di andare a correre. Ci si sfoga molto di più”. Scrivere è fatica, già di per sé, ma se la scrittura è anche ricerca, la fatica triplica.

Fino ad alcuni anni fa ero convinto che buona parte della fatica consistesse nel riuscire a esprimere nel modo appropriato le idee o i sentimenti che nascono in mente o nel cuore, ma ora che sono un po’ più vecchietto, posso dire che quella era solo una fase. La fase successiva ha riguardato – sempre in termini di fatica – la ricerca di una casa editrice appropriata. C’è il rischio di lasciarsi scoraggiare non dico dai dinieghi o dai silenzi, che sono molteplici e ripetuti, ma dalle energie che bisogna mettere in campo per riuscire a costruire il proprio cammino. Soprattutto, aggiungo, quando questo cammino è del tutto peculiare e si è già passati per la pubblicazione, con una decina di piccole case editrici, di quindici romanzi.

Ogni cammino è peculiare, mi direte voi. Non è così, rispondo io.

Continua a leggere “Se la ricerca è tutta personale”

Il fantasy dalla coda: chi è l’autore?

simbolo-ouroboros-oroboroLe domande sono fondamentali per crescere e di crescere non si deve smettere mai. Questo anche quando l’editoria sembra remare contro la buona volontà – e, perché no, le buone capacità e doti – dell’autore.

Continuiamo a farci domande, lo dico in quanto scrittore che parla e si confronta senza sosta con altri scrittori. Nella fattispecie, in questi ultimi giorni, con due scrittori in particolare, Antonia Romagnoli e Marco Davide. La situazione per la quale gli editori sembrano cavalcare l’onda di ciò che ha successo (e che quasi sempre giunge dall’estero), in questo avvallati dalla apparente sudditanza di una comunità di lettori che soggiace alle indicazioni che arrivano dagli editori stessi (i quali, però, rimandano spesso la responsabilità ai lettori, che chiederebbero “le solite cose di successo”), abbatte il più delle volte perfino gli autori dotati non solo di buona volontà, ma anche di capacità, spinti in questo modo a interrogarsi su cose che, in una situazione normale, non dovrebbe divenire motivo di dubbio su se stessi.

E allora io dico: continuiamo a farcele, le domande, ma alcune risposte fondamentali diamocele comunque. Una su tutte: le categorie di emergente e di affermato sono strettamente connesse alla pubblicazione, motivo per cui è assurdo che divengano afflizione degli scrittori stessi. Il diffuso pregiudizio relativo agli autori che vendono moltissimo – come King e la Rowling – e che impedisce ai più di cogliere la qualità intrinseca a quei testi, è rivelativo di una realtà che comunque esiste, quella in cui migliaia di libri di scarsa qualità vendono moltissimo, più di quanto si meriterebbero. Un simile meccanismo è inevitabile, ma induce a scrivere per raggiungere i medesimi risultati. E questo sì che è evitabile, perché lo scrittore può scegliere cosa mettere in un testo e come metterlo. Addirittura, uno scrittore può decidere di lasciar perdere… se si rende conto di essere non uno scrittore, bensì uno scribacchino.

Tuttavia, una simile dinamica che definisco “malata” è colpevole di sferzare senza fine gli scrittori che – se stessimo alla pura logica – dovrebbero meritare pubblicazioni con editori capaci di spingerli per bene, e altro. Facciamo un esperimento: proviamo a guardare un libro dalla coda della sua catena idea-stesura-pubblicazione-distribuzione-lettura e chiediamoci se sia davvero meritevole di pubblicazione.

Me ne capitano ovviamente tanti tra le mani, ma solo una piccola percentuale rimane nei miei ricordi. Non che il mio giudizio sia oro colato, però credo di avere una discreta capacità di riconoscere se un libro è davvero meritevole di pubblicazione oppure no. Il fatto triste è che, a tutt’oggi, molto pochi lo sono davvero e ancora meno di questi pochi sono meritevoli di essere considerati originali. La gran parte poteva essere risparmiata, oppure lasciare il posto a tutti quei meritevoli che invece non vengono degnati della giusta considerazione.

 

Fantasy: i contenuti, tra autore ed editore?

unnamed-9
Usciremo mai dal tunnel dell’editoria malata?

Il post sulla questione “contenuti” nel fantasy ha suscitato un bel dibattito, che mi piace riprendere e sviluppare, facendo pure cenno agli autori che ne hanno preso parte.

Ciò che mi colpisce sempre nei casi in cui si presenta un argomento simile è che sottolineare la necessità dei contenuti nelle storie – di buoni contenuti, ovviamente – suscita un certo tipo di reazione, soprattutto in chi ha vissuto vicende positive (poche) e negative (di più) nel mondo dell’editoria, in modo particolare con riferimento alle proprie esperienze con gli editori. Si ripropone troppo spesso una diatriba che appare irrisolvibile, ovvero se sia meglio scrivere con un occhio alla pubblicazione, “sporcandosi”, per così dire, con il marketing già durante la stesura o se sia meglio scrivere prestando attenzione soltanto a ciò che rappresenta pienamente la visione dell’autore, rischiando di assumere un atteggiamento a metà strada tra lo snobismo e l’idealismo.

In realtà, non ho alcuna intenzione di porre in essere un simile contrasto, e ciò che sostenevo nel post precedente non era l’interrogativo se sia meglio scrivere per il mercato o per la qualità. Una tale contrapposizione non fa nemmeno parte del mio modo di pensare: infatti sono convinto che, prima o poi, ciò che è di qualità si creerà la sua strada, sempre ammesso che – però – l’autore sia tanto resistente da persistere nel suo intento.

Molto più semplicemente, io ponevo l’attenzione sull’atto dello scrivere in sé, isolandolo da tutto il resto. Se facciamo una simile operazione a ritroso, ovvero applicandola a un romanzo pubblicato, abbiamo buone probabilità di riconoscere se quel romanzo sia stato scritto nel tentativo di allinearsi o se abbia “semplicemente” trovato la sua buona strada perché buono era il suo contenuto (e, ovviamente, la sua forma). Facciamo astrazione, per favore, pensiamo solo allo scrivere in sé. Se ci proviamo, ci rendiamo conto di quanti romanzi si scrivano solo per ottemperare a un proprio desiderio di sfondare (sulla scia dei successi di mercato) o per voglia di mostrarsi. Non accade solo con il fantasy, però nel fantasy è particolarmente evidente.

Ma è questo ciò che noi chiamiamo scrittura, e magari con la S maiuscola?

Al termine di questa breve ulteriore riflessione, vorrei sottolineare alcuni pensieri che ho molto apprezzato da parte di un paio di scrittori che stimo. Marco Davide (qui la sua pagina FB) sottolinea come gli editori “sempre più spesso (in alcuni casi quasi esclusivamente) cercano con affanno di supportate chi replica (nei casi peggiori scimmiotta) formule che hanno dimostrato di poter riscuotere successo” e che, “senza un editore che decida seriamente di puntarci su, le medesime storie hanno ben poche possibilità di raggiungere i lettori all’altro capo del filo”.

Sono totalmente d’accordo, ma questo è, come dicevo, un altro problema. E mi domando quanto esso debba ricadere sulle nostre spalle d’autori che cercano di fare del loro meglio. Penso che in futuro dedicherò a questo interrogativo un’altra serie di post. Un’autrice che di recente si è data anche al regency, Antonia Romagnoli (qui la sua pagina FB) dice, giustamente, che si tratta del “solito gatto che si morde la coda: gli autori propongono ciò che pensano piacere a pubblico (e agli editori, alla fine tutti cerchiamo di arrivare lì). L’originalità paga? Qui in Italia, a quanto pare, lo fa in modo relativo”. Circa il fantasy, inoltre: “È un genere che si cerca più negli scaffali delle librerie e lì a quanto vedo ormai ci sono quasi più locandine di film che copertine vecchio stile. Uno, due autori (inglesi, americani) riescono a sfondare con un libro originale, magari con contenuti validi. Il resto è come la coda della cometa”.

Chiarissima, come sempre, ed efficace. Pare che siamo del tutto condannati alla ripetizione di questo stilema.

Non sto demonizzando la pubblicazione; mi sto chiedendo perché l’opzione di fondo sia quella di scrivere per la pubblicazione anziché quella di scrivere contenuti. Se la risposta – se, ripeto, e non è certo che sia così – è che i contenuti scarseggiano, non sarebbe forse meglio fare dell’altro? La mia è una provocazione, ma penso abbia il suo senso.

La narrazione (diversa) del fallimento

unnamed-20Quello relativo al fallimento umano – lo preciso, in ambito lavorativo – è uno dei temi forse più delicati, perché è suscettibile di pregiudizi e facili conclusioni.
In realtà che cosa sia fallimento dipende, molto probabilmente, dal punto di vista che si assume, dalla situazione che si vive e, soprattutto, dagli obiettivi che ci si era dati.
Guardando alla mia esperienza personale, ho pubblicato una ventina di romanzi e svariati racconti in alcune antologie o in pubblicazioni singole. Ho effettuato conferenze e presentazioni in mezza Italia e per qualche anno sono stato conosciuto per il mio romanzo fantasy. Eppure la sensazione di aver fallito è in me sempre presente. Quando tento di analizzare tale sensazione, e mi interrogo sulle motivazioni che mi portano a questa considerazione, la prima risposta che mi do è che non ho avuto quel successo di pubblico – ma anche economico – che pensavo (e che penso tuttora) di meritare. Di qui l’altro interrogativo: posso stabilire che ho fallito solo perché non ho raggiunto questo obiettivo?
Certo, il desiderio di guadagnare con la mia scrittura e perciò di potermi rendere indipendente da qualsiasi altro lavoro tramite essa è molto forte e costantemente presente. Così presente, da divenire talvolta il senso delle mie azioni. Eppure, la mia vita mi ha sempre portato piuttosto lontano da questa agognata conclusione, puntando verso la concretizzazione di più alti ideali nei quali mi sono in fin dei conti sempre riconosciuto, ovvero quelli cristiani. La dipendenza da Dio, il legame affettivo con le persone che mi circondano, l’amore nei confronti del prossimo e, soprattutto, il riconoscere che la mia strada personale rientra nel progetto di Dio, tutto questo mi ha sempre portato distante da quel primo obiettivo di riconoscere il mio proprio valore tramite il successo determinato dalla scrittura.
E qui, credo, si entra nel vivo della questione, perché parlare di fallimento o meno ha a che fare direttamente con il valore che ci si attribuisce e che si attribuisce al proprio cammino. I miei quarant’anni di cammino sono fallimentari perché non sono riuscito a raggiungere ciò che mi aspettavo in termini di successo e riconoscimento sociale nell’ambito della scrittura, che comunque è l’ambito espressivo proprio della mia personalità?
La risposta non può che essere no, la mia vita non è fallimentare, il mio cammino non è fallimentare, soprattutto perché – sebbene faccia molta fatica – in fin dei conti riconosco il senso della mia vita soprattutto in quei valori cristiani di cui parlavo. Solo nel momento in cui anche il modo in cui vivo l’essere uno scrittore rientrerà in questa prospettiva, a pieno titolo, allora potrò percepire il successo nel mio cammino.
Infine, c’è un’ulteriore riflessione che posso fare, cioè che il successo o il fallimento non possono essere stabiliti unicamente sul breve periodo o sul risultato più o meno immediato di un’azione intrapresa, per quanto essa possa rivelarsi complessa. Il ragionamento va piuttosto fatto sul lungo periodo. A tal proposito, non posso evitare di pensare a ciò che accade al compositore Gustav Mahler: straordinario direttore d’orchestra e grandissimo compositore, il senso della sua vita, da lui stesso riconosciuto tale, stava soprattutto nella composizione. Eppure, egli non poté mai gustare un simile apprezzamento e riconoscimento da parte del pubblico mentre era in vita, tanto da dover affermare che il suo tempo sarebbe arrivato (a tal proposito si può leggere la bella raccolta di articoli: Il mio tempo verrà, edito da Il Saggiatore). Con il senno di poi, il suo tempo è arrivato, sì, ma quarant’anni dopo la sua morte.
È stato forse fallimento?

Sempre buoni propositi

copertina-auguri-felice-2016Nel post di fine anno del 2014 dicevo che la speranza fosse l’unico obiettivo da perseguire. In effetti, ha ancora senso farlo, malgrado i tempi che stiamo vivendo. Anzi, forse proprio per questo motivo, continuo a rimanere convinto che si debbano cercare le cose che il senso comune diffuso (che non è più “buon senso” già da un po’) ritiene folli.

Si chiamano integrazione, dialogo e amore. Sono tutti e tre target da raggiungere agendo in senso pratico la speranza: la speranza è solo un ideale, ma lo si può rendere concreto cercando una via di buon senso all’integrazione, una via di buon senso al dialogo e una via di buon senso all’amore. Il buon senso esclude gli idealismi, esclude gli integralismi ed esclude… le esclusioni. Perciò, cerchiamo di tornare a viverlo.

Per quel che mi riguarda, grandi delusioni dalla pubblicazione, se così permettete che io dica. Ma ne riparlerò nei prossimi giorni. A tutt’oggi, perfino l’autopubblicazione del settimo volume di Ges Olers, prima parte, Il sole sulle bianche torri, è un flop: 38 copie dopo due settimane. Gli altri volumi avevano già fatto centinaia di download, a quest’ora. La causa è difficile da comprendere, ma tra le varie (sì, ce n’è forse più di una) è da annoverare l’onnivoracità dei social, Facebook su tutti. Anche il lavoro non va come dovrebbe: diminuiscono le ore di insegnamento, diminuiscono le entrate, urge ripensare la propria posizione, per evitare l’effetto povertà nella vecchiaia. Ho 43 anni, 44 tra pochi mesi, e la questione non è più eludibile.

Ma su tutto vige la speranza, comunque. E la speranza mi ha già portato l’amore, come non credevo fosse possibile, perciò… Il 2015 si chiude sotto questo segno, talvolta un poco crepuscolare, ma il 2016 si apre sotto la convinzione che le cose miglioreranno e che ci saranno novità. Ecco, perciò, i miei propositi per il 2016:

  • cambiare casa e avviarmi verso l’acquisto della stessa
  • pubblicare la seconda parte di Il sole sulle bianche torri
  • laurearmi (terza laurea, yes!)
  • iniziare la stesura di almeno due progetti letterari totalmente nuovi (uno dei quali… a quattro mani, ebbene sì, signori).

Credo che questo sia tutto. Non mi resta che farvi i miei migliori auguri per una buona fine (sinistro, vero?) e un ottimo nuovo inizio.

Buon 2016 a tutti voi!

Parlando di autopubblicazione su Medeaonline

È una nuova collaborazione, quella con Medeaonline. Fondata e diretta dai bravi Andrea Cattaneo e Paolo Magri, Medeaonline è una rivista culturale ad ampio raggio, capace di proporre punti di vista differenti su argomenti sempre interessanti. Per quel che mi riguarda, inizio con questo articolo in cui parlo di autopubblicazione. Il tono è ironico, cercate di coglierlo e di non lasciarvi infastidire, se potete. Sapete bene che io stesso sono partito autopubblicandomi.

Buona lettura.

Conclusioni a partire dalle considerazioni

Dopo le 5 piccole considerazioni dei giorni passati, eccomi alle conclusioni.

Storia di Geshwa OlersAnzi, alla conclusione: è solo una, semplice, lineare. Non vale la pena scrivere con la convinzione che si verrà pubblicati da editori (anche se finora sono stato pubblicato da editori), ma l’unico motivo per cui vale la pena scrivere è perché piace. Il che determina anche ciò che “conviene” scrivere: quel che piace.

Ovvio, direte voi. Non sempre. Soprattutto, non è pratica così diffusa. C’è una marea di gente che scrive per essere pubblicata (cioè quasi tutti gli scrittori che conosco). Per quel che mi riguarda, continuo a scrivere quel che mi piace, il che è forse uno dei motivi per cui ho trovato quasi sempre editori di piccola o microscopica entità, abbastanza coraggiosi (o incoscienti) da pubblicare storie non ordinarie.

Qual è la traduzione concreta di questa conclusione? Eccola: sto per completare il settimo volume di Storia di Geshwa Olers, Il sole sulle bianche torri. Il primo capitolo si intitolerà “I testimoni del Diluvio” e il secondo “Le ossa morte si ricomporranno”. Questi titoli vi rimandano a qualcosa di preciso? Vediamo se indovinate! Al di là di questo, ora che sta terminando la Storia, va prendendo forma dentro di me un’altra serie di romanzi fantasy ambientati… agli albori dell’Impero di Grodestà.

Siete pronti per un balzo nel passato di oltre 5000 anni? Maggiori informazioni seguiranno. Dimenticavo, anche quei libri saranno disponibili gratuitamente su Feedbooks nei primi mesi della loro pubblicazione. Come si dice in questi casi, stay tuned!

Considerazione n. 4

Spesso uno scrittore crede di poter cogliere il momento favorevole se lavora alacremente, e spesso finisce per crucciarsi a causa del proprio alacre lavoro. Tuttavia, la verità non sempre lampante è che… il momento favorevole non è frutto dei nostri sforzi.

Considerazione n. 3

Storia di Geshwa Olers ha superato quietamente i 30.000 download, ovvero 100 volte tanto i numeri dei romanzi a pagamento. Sfido io, direte voi, era gratuito. Vero, ma messo a confronto con gli altri romanzi gratuiti di Feedbooks (il sito sul quale era disponibile) ha battuto tutti i record, surclassando qualche altro centinaio di romanzi gratuiti.