Sentieri verso L’isola dei morti – 4 – Gabriele D’Annunzio

Gabriele Rapagnetta d’Annunzio, che tutti conosciamo semplicemente come Gabriele D’Annunzio, il Vate d’inizio Novecento, si lasciò affascinare dall’Isola dei morti di Böcklin al pari di altri grandi artisti.

Dopo averne vista una versione, ne volle egli stesso una riproduzione. Non si fermò qui, perché si dice abbia voluto che la fisionomia della sua grande villa a Gardone Riviera ne fosse in qualche modo testimonianza. Gabriele D’Annunzio conobbe Böcklin alla Versiliana di Viareggio, e fu talmente colpito nelle sue fantasie sempre vivide da quei sottili e lugubri cipressi che si innalzano nel dipinto del pittore svizzero tra le possenti rocce marine, da volerne per l’appunto una riproduzione nella propria camera da letto al Vittoriale.

C’è innanzitutto da dire che nel 1921 D’Annunzio affittò la villa di Cargnacco (nella contrada di Gardone Riviera) appartenuta a Henry Thode, studioso d’arte che aveva sposato in prime nozze Daniela Senta von Bülow, figlia di Cosima Liszt (figli illegittima di Franz Liszt). E nella villa vi era, tra gli altri cimeli, un pianoforte appartenuto a Liszt stesso, oltre a manoscritti di Wagner (Wagner e Cosima Liszt erano sposati). Dopo aver speso 7200 lire per l’affitto d’un anno, D’Annunzio la acquistò con tutto ciò che c’era dentro a 260.000 lire (che sono circa 250.000 euro).

Quanto si afferma sulla fisionomia del parco della Villa e dell’utilizzo dei cipressi da parte di D’Annunzio, e che essi siano ispirati al dipinto di Böcklin è, tuttavia, solo una voce che gira in internet: non vi è prova che egli abbia voluto conferire tale fisionomia al parco a motivo della sua ammirazione per quel dipinto. È invece certo che egli volle ispirarsi alla fisionomia delle tombe etrusco-romane, alla monumentalità di un paganesimo che fu per lui di facciata, come ogni altra manifestazione religiosa. Si tratta, perciò, di una fonte paesaggistica e storica comune, che influenzò sia l’uno che l’altro.

Vi è, invece, un’altra isola dei morti, in Italia, che è legata a una poesia-preghiera di D’Annunzio: si tratta dell’isola dei morti di Moriago, “una piccola superficie in mezzo al fiume compresa tra il versante settentrionale del Montello e il paese di Moriago della Battaglia. Il nome richiama al macabro ritrovamento, nei giorni successivi alla Battaglia Finale, di migliaia di corpi senza vita di Arditi italiani, trascinati qui dalla corrente oppure colpiti dai proiettili austro-ungarici mentre cercavano di raggiungere l’altra sponda. Da subito questa isola divenne un luogo in cui si celebrò il grande sacrificio di questi soldati negli ultimi giorni di guerra” (potete visitarne il sito qui).

Sulle quattro pareti di una piramide ivi collocata, quattro lapidi con la poesia di D’Annunzio, la Preghiera di Sernaglia. Ve ne riporto alcuni versi.

7. Chi s’alza oggi arbitro di tutta la vita futura, sopra la terra ululante e fumante?

8. Donde è venuto? dalle profondità della pena o dalle sommità della luce, come l’esule Dante?

9. O solo è un savio seduto nella sua catedra immota, ignaro di gironi e di bolge?

10. O solo è un interprete assiso dinanzi al polito suo libro, che nessun vento ignoto sconvolge?

11. Non so, né m’inclino al responso lontano, né indago i legami tra sillaba e sillaba accorti.

12. Serro l’animo spietato nel cuore, l’arma provata nel pugno; e ascolto il silenzio di Dio e dei morti.


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