Demoni: simbolismo o realtà? /2

ferri_angelo-cadutoNon deve sfuggire al lettore che questa serie di post vuole arrivare a un punto: capire se l’esistenza dei dèmoni sia da intendere – secondo il Cristianesimo – in senso simbolico o in senso reale, sostanziale. Per arrivarci, bisogna prima proseguire con l’analisi.

Quali sono le differenze tra dèmoni e demonii (essendo il primo pl. di dèmone e il secondo di demonio)?

Avete presente Dante e i suoi diavoli? Ecco, nulla a che fare con. Se a livello popolare le immagini di Dante veicolano la definizione di demonio o di dèmone, e se – sempre a livello popolare – diavolo e demonio sono la stessa cosa, non è così a livello di correttezza mitica o biblica.

A partire dal greco, il dèmone è qualcosa che sta a metà tra dio e l’uomo, con il significato di divino, mentre il demonio è la forza che promana da questo, sebbene più limitata nel tempo. Ovverosia: posso anche avere il dèmone dell’arte ed esserne felice, ma venir giudicato un demonio in una data situazione (anche nella stessa arte per la quale ho il dèmone) e risentirmene profondamente. Inoltre, sapete che nel mondo greco tutto ciò che era più in alto (anche fisicamente) tendenzialmente aveva una valutazione migliore di ciò che invece era più terreno: motivo per cui i dèmoni posizionati nelle parti alte della sfera celeste erano i più buoni e quelli più bassi, quasi a contatto con gli esseri umani, i più maligni e dannosi.

Ma i demòni (come plurale di demonio) hanno invece la loro nascita concettuale in Mesopotamia, laddove i dèmoni erano gli spettri delle persone morte di morte violenta o privati della loro sepoltura, motivo per cui vagavano sulla terra. Da quella mesopotamica nacque la demonologia greca, e da questa quella cristiana, che riuscì perfino ad amplificarla. L’Antico Testamento fu più che altro immune alla demonologia greco-mesopotamica e perciò l’ebraismo ne è praticamente libero, soprattutto oggi. Il Nuovo Testamento, invece, non parla mai di dèmoni (essendo nella concezione greca intermediari tra dio e l’uomo, perciò inesistenti), bensì di demòni, parola che comprendeva tutto ciò che non rientrava nella sfera del sensibile e che però influiva sulla vita delle persone. Per esempio, le malattie! Questo è il motivo per cui San Paolo dice che sono potenze demoniache gli “elementi del mondo”: astri, stelle e costellazioni, perché si pensava avessero influenza sul destino degli uomini, pur essendo invisibili. Sono queste potenze demoniache (che chiama Troni, Principati, Potestà, ecc.) ad aver crocifisso Gesù. Perciò, potenze invisibili ma che si situano nella mitologia greco-romana di quel tempo, nei cieli, dove si credeva vivessero per l’appunto dèmoni e demòni.

Rimane da capire in che modo dèmoni e demòni sono entrati a far parte così tanto dell’immaginario collettivo, da spingere tutt’oggi molte persone – che si definiscono cristiane – a credervi come a entità realmente esistenti. Al prossimo post.

Bruciare tutto, di Walter Siti

sitiHo letto l’ultimo romanzo di Walter Siti, Bruciare tutto, che tante polemiche ha suscitato soprattutto in seguito alla “stroncatura” che ne ha fatto Michela Marzano, seguita poi dalle critiche di alcuni giornali. Mosso dalla curiosità, mi sono procurato prima Exit strategy (non avevo mai letto nulla di Siti), per poi approdare alla sua ultima fatica. Ecco quello che ne penso, sempre che vogliate saperlo.

Premessa necessaria e, secondo me, importante: sono un cattolico praticante, insegno Religione Cattolica nella Scuola dell’Infanzia, perciò ho a che fare con bambini dai 2,5 ai 6 anni. Lo dico per contrastare fin dall’inizio l’idea invalsa in alcuni che il romanzo di Siti possa suscitare la pregiudiziale opposizione di chi – eventualmente – è cristiano, cattolico ed educatore. Detto questo, procediamo.

Innanzitutto, una sorpresa: la scrittura di Siti è estremamente piacevole, una straordinaria scoperta. Il suo stile si inserisce nel solco di quelle scritture post-moderne che amo, un poco in stile Wallace, debitrici di Joyce e di Faulkner, e che senz’ombra di dubbio lo elevano all’altezza dei migliori scrittori esistenti. Qualcuno ha parlato di stile difficile: può darsi, ma tale difficoltà dipende molto probabilmente dall’impreparazione della maggior parte dei lettori a un tale livello. Qui e qui ho cercato di approfondire l’argomento della facilità e difficoltà nella narrazione.

L’argomento scabroso: il prete pedofilo. Allora, che la pedofilia sia ancora considerato un argomento scabroso è ovvio e necessario, sebbene Siti mostri degli aspetti da un lato scontati (e, vorrei dire, da “sparo sulla Croce Rossa”) e dall’altro meno ovvi, forse quelli maggiormente capaci di suscitare una discussione. Cioè: il prete pedofilo è forse una facilitazione nella quale lo stesso Siti è caduto. Si sarebbe potuto leggere di un insegnante pedofilo, di un padre di famiglia importante, di un famoso psicologo, e l’effetto sarebbe stato lo stesso. Certo, il sacerdote presenta tutta una serie di ulteriori côté d’approfondimento, cioè il suo rapporto con la verità, il suo rapporto con la sincerità della propria vocazione, il suo rapporto con la religione, il suo rapporto con i più deboli, argomenti che spiccano in modo particolare proprio perché lui è un sacerdote. Ma non sono del tutto convinto che il medesimo effetto non lo si sarebbe ottenuto con altre figure. L’aspetto, invece, meno ovvio è dovuto ai desideri sessuali del bambino di 10 anni e al suo suicidio: improbabile il secondo, da intendere bene il primo. I bambini hanno la loro sessualità, fuor di dubbio, e possono anche avanzare delle richieste. Ma tali richieste, sia ben chiaro, non sono “sessuali”, sono richieste d’affetto, di solito esplicitate in forma fisica attraverso il contatto, che però veicola il significato di vicinanza. Nel romanzo, il bambino parla come un adulto – anche se non sempre – e come un adulto chiede al protagonista Leo, il sacerdote, di potergli toccare il pisello. Insomma: certezze e dubbi sui due protagonisti del romanzo.

Però: l’argomento scabroso non è, secondo me, il vero centro della storia. La pedofilia non è argomento nuovo e, forse, solo in Italia può far parlare così tanto, spostando l’attenzione dal vero nucleo argomentativo del romanzo: la società italiana, che ne esce a pezzi. La Milano in cui tutto funziona è un tessuto talmente disgregato, che si fa davvero fatica a rintracciare una linea continua di normalità, o di quella che un tempo avremmo considerato normalità. La parte triste della faccenda è che, a leggere la narrazione avvincente di Siti, sembra di leggere la realtà, ma si termina il romanzo domandandosi: è davvero questa l’Italia? Per una sua parte (considerevole? minoritaria?), sì. Per ciò che riguarda me, invece, no, e se il no vale per me, sono portato a credere senza presunzione che valga anche per buona parte della popolazione rimanente.

Sono casi estremi, quelli di cui parla Siti, sono situazioni del tutto particolari, messe assieme per raccontare una storia nella quale, per “bruciare tutto” al rogo di convinzioni personali incancrenite, alla fine si distrugge tutto. E questo è l’aspetto più significativo della sua storia.

Un ulteriore aspetto: il prete. Leo non è un sacerdote ordinario, nel senso che è uno che ha una coscienza molto accesa, un coraggio di parola e una consapevolezza del proprio ruolo fuori dall’ordinario, purtroppo assente in molti preti. Tuttavia, a stento ho riconosciuto nel suo personaggio un vero prete. Forse ci sarà qualche prete che pensa come pensa lui, ma sembra che, in fin dei conti, Leo sia un prete “per sbaglio”, mentre Fermo, il parroco anziano, appare come un prete vero e proprio, molto più simile alla realtà (realtà che rimane quasi sempre ai margini di questo romanzo).

In definitiva, Bruciare tutto è una bella lettura, perciò, ma anche problematica, dove l’aspetto che tanto è stato contrastato da certi media è probabilmente uno dei meno importanti del romanzo.

L’elfo e il delitto di Fabio Larcher

Oggi ospito uno scrittore (e ottimo ex-editore), Fabio Larcher, con una breve introduzione al suo ultimo romanzo, Un delitto al rosmarino, pubblicato per i tipi di A.Car Edizioni.

Inoltre, gli ho chiesto di presentarmi una sua lista di letture imprescindibili per la scrittura. A lui la parola.

17619218_1502011919833762_551862594_nNessuno sa davvero come (o da dove, o perché) nascano le storie, in special modo quelle che scrive. Per questo un autore non dovrebbe mai parlare delle proprie opere. Un autore è come un naufrago nel cuore di quell’oceano che è la mente: dal punto di vista in cui si trova non può avere parametri di riferimento per calcolare la propria latitudine e longitudine; non riesce a vedere se si trova più vicino a un atollo, a un’isola, a un continente, oppure al nulla equoreo. Nel presentarvi il personaggio che ho creato (Wylo Helig) e la sua prima avventura (“Un delitto al rosmarino”), dunque, vi prego di tener presente tale limitazione.
Wylo Helig è un elfo. Un elfo altolocato. Vive nella Londra vittoriana, perché è stato esiliato nel nostro mondo da un rivale (Gwyn Gwisgo). E’ un personaggio sopra le righe, incastrato a forza in un contesto ingessato, iper moralista e, allo stesso tempo, pieno di luoghi comuni positivisti. Questa circostanza fa risaltare ancor più la sua villania, il suo cinismo, la sua libidine, la sua crudeltà, la sua “alterità” rispetto all’“umano”.
Per passare il tempo, questo elfo, oltre a procurare scherzi infausti a tutto il suo prossimo, a sedurre tutte le donne, ad angustiare con la propria esistenza ogni persona che abbia la sventura di incrociare i suoi passi fatati, si dedica alla risoluzione di casi d’omicidio.
Non è un caso, in realtà (se mi consentite il bisticcio).
Ma, per spiegarvi il “perché” non sia un caso, devo tornare al punto di partenza: come nascono le storie, dove e perché, nella mente di uno scrittore?
La risposta potrebbe essere facile: nascono da altre letture.
Certo. Questo è verissimo. Le storie nascono sempre da altre storie (non dalla “vita”, se per vita intendiamo la quotidianità fisica nella quale siamo immersi ed entro cui facciamo esperienza). Esse gemmano da un ramo precedente, come succede nel mondo vegetale…
Ma anche tale affermazione e tale accostamento “ecologista” non sono esaustivi, come potrebbe sembrare. Il paragone con l’albero ci rimanda, infatti, immancabilmente, al mondo ctonio, primordiale e impersonale che, come la struttura di un condominio, ci accomuna tutti, in quanto appartamenti di quello stesso ideale edificio.

Le menti sono come cattedrali,
strutturalmente uguali,
ma ognuna decorata a modo proprio…

Perciò è vero: Wylo Helig nasce dalle mie passioni letterarie:
1) Arthur Conan Doyle e le sue storie di Sherlock Holmes o sul dottor Challenger;
2) Susanna Clarke e il suo “Jonathan Strange & il signor Norrell”;
3) Robert Louis Stevenson e i suoi “Dottor Jekyll & Mr. Hyde”, “L’isola del tesoro”, “Il ragazzo rapito” e “Il master di Ballantrae”;
4) Le fiabe del folklore inglese e irlandese; Robert Kirk e il suo “Il cappellano delle fate”;
5) I miti celtici (ovvero quel che ne è rimasto);
6) L’antropologia di James Frazer;
7) Il formalismo di Propp;
8) JRR Tolkien e il suo “Lo hobbit”;
9) Vari volumi di esoterismo;
10) Oscar Wilde, William Morris, Wilkie Collins, Rudyard Kipling, Lewis Carroll, e tanti tanti altri, che ora non mi vengono in mente.

Sono colpevole, lo ammetto!
Ma, riguardando meglio l’elenco che ho scritto, sono costretto a rilevare (e a farlo notare anche a voi), che si tratta, per lo più di testi che hanno a che fare, in qualche modo, con la sfera “religiosa”. In misura diversa, con finalità diverse, ovvio, e con mascheramenti più o meno evidenti.

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Il punto, però, è proprio questo: Wylo Helig è un elfo.
Oggi si è persa la nozione di cosa sia un elfo (o, meglio, un “essere fatato”, giacché “elfo” è un prestito della mitologia germanica e io lo uso per definire una fata di genere maschile, in mancanza di termini più pertinenti). Fino almeno al XVIII secolo (e al citato Robert Kirk, autore de “Il cappellano delle fate”), anche se io credo, ben oltre quel periodo e a dispetto delle stratificazioni culturali e letterarie, le fate erano avvertite come creature pericolose, verso le quali si operavano scongiuri e gesti apotropaici (gli irlandesi e gli scozzesi le definivano “il buon popolo”, a mo’ di captatio benevolentiae, proprio per non incorrere nel loro rancore mortale). Alcune teorie le mettevano in connessione diretta con gli spiriti dei defunti; oppure riconoscevano loro una natura “intermedia”, tra l’uomo e l’angelo, una natura “demonica”.
Giratela come vi pare, ma la tradizione pone le fate in relazione diretta con la morte. Il loro regno è un mondo simile all’aldilà.
Io non sono un antropologo, ma un semplice scrittore di storie fantastiche. Mi sento perciò scusato, se ho osato trarre deduzioni e conclusioni arbitrarie. Wylo Helig si occupa di casi di omicidio perché questa è la ripetizione, in terra, del suo ufficio nel Regno Fatato: occuparsi dei morti; trarre dalla morte la propria vitalità.
Wylo Helig è, dunque, una sorta di divinità minore dai tratti pagani. Ciò spiega anche la sua “alterità”, la sua disumanità. Egli appare malvagio, crudele, folle, triviale… ma solo all’interno di un sistema di valori e di giudizio “umani”. In realtà egli è un essere sacro. E, si sa, uno degli aspetti più evidenti del sacro è proprio la “violenza”. E “violento”, all’uomo, appare tutto quello che eccede i propri vincoli, divieti e tabù tribali (la morale).
Vi ho spiegato (dal mio punto di vista autoriale che, ripeto, potrebbe essere del tutto sbagliato: l’autore non sa davvero quello che sta facendo; è solo un veicolo delle Muse) come è nato il mio personaggio.
Non vi dirò nulla sulla sua prima avventura, “Un delitto al rosmarino” (a cui faranno seguito almeno altre tre storie, forse quattro). E’ una narrazione d’indagine, mescolata al fantasy, al weird e all’umorismo. I palati più fini non hanno apprezzato certe “grossolanità” da barzelletta triviale. Non posso farne loro una colpa; ma nemmeno potevo evitarle: il mondo di Wylo è così: eccedente la norma e la buona creanza che tutti ci rende civili. Ma starà a voi scoprire, se vorrete, la trama del breve romanzo.

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Mi preme concludere, invece, con una considerazione più generale. E’ mia convinzione che non solo “Un delitto al rosmarino”, ma tutta la letteratura, fantastica o verista sia una diretta discendente della religione. Le prime forme di letteratura sono sempre “religiose” e hanno un unico tema: la morte, l’aldilà.
Ebbene, vorrei che rifletteste: secondo voi la letteratura si è mai mossa da questo punto iniziale?
Penso di no. Penso che essa abbia continuato a rimanere proprio lì, mascherandosi per poter parlare a generazioni diverse, a culture diverse, continuando a dire ciò che aveva da dire: la morte è ciò che più ci spaventa, che più condiziona la nostra vita, che più ci costringe a porci domande su eventuali “continuazioni”, sul “dopo”. Ogni libro è un viaggio sciamanico a cavallo del lupo grigio, e descrive l’odissea cognitiva di tutti gli esseri umani. La letteratura ci dice che, togliendo il fatto religioso dalla nostra vita, eviriamo la nostra mente, rendiamo noi stessi esseri dimidiati, in balia di forze che non siamo più capaci di comprendere.
Se un libro (per quanto breve) non contiene l’universo e anche l’anti-universo (l’aldilà) e se non parla di Dio (la vita) e della morte, non ha alcuna ragion d’essere.

Alchimia, crogiolo dell’anima

imagesSi è sempre parlato di alchimia come dell’arte che precorse la chimica, o per lo meno così ne ho sempre sentito parlare io. Di recente, invece, mi sono imbattuto in un’altra lettura, dovuta alle mie ricerche per la scrittura, che propone una chiave interpretativa più utile e profonda, relativa all’anima. Non è una scoperta recente: è da poco meno di un centinaio d’anni che si va in questa direzione e il tutto ha a che fare con la psicanalisi.

L’alchimia è la proiezione concreta del processo interiore di individuazione del Sè. Detto in parole povere, la Grande Opera non fa altro che evidenziare i passaggi cui sottosta la psiche umana nella sua evoluzione verso il compimento del proprio cammino.

 

Una controprova di questa posizione sta nell’alchimia orientale, che attraversa gli stessi passaggi e ha caratteristiche molto simili a quelle dell’alchimia occidentale. La prima opera che mi ha aperto gli occhi su questa modalità di approccio è Psicologia e alchimia, di Carl Gustav Jung, che fortunatamente posseggo in una copia del 1950, tradotta da Roberto Bazlen. In esso Jung afferma che “il concetto di processo di individuazione da un lato, e l’alchimia dall’altro lato, sembrano molto distanti l’uno dall’altra, tanto che al primo momento può sembrare impossibile immaginare un ponte che li congiunga” (pag. 15). Inoltre, “fino a poco fa la scienza si è occupata principalmente dell’aspetto chimico-storico dell’alchimia, e poco soltanto del suo lato filosofico e storico-religioso” (pag. 34). Infine: “Il lettore rimarrà particolarmente colpito dai numerosi rapporti esistenti tra il simbolismo onirico individuale e l’alchimia individuale. Ciò però, non si creda, non è una prerogativa del caso trattato, bensì un fatto generale del quale mi sono accorto soltanto dieci anni fa, perché soltanto allora cominciavo a occuparmi seriamente del pensiero e del simbolismo dell’alchimia.” (pag. 44)

Insomma, i sogni portano a galla una struttura alchemica dello sviluppo verso il Sè, il tutto attraverso gli archetipi. Infatti, “simboli onirici del processo di individuazione sono immagini di natura archetipica che si presentano in sogno, e che descrivono il processo di contrazione, e la formazione di un nuovo centro della personalità.” (pag. 55)

Nel prossimo post, un ulteriore approfondimento per capire il rapporto tra alchimia, cristianesimo e sogni.

Il fantasy, questione di contenuti

screenshot_20160513-120058-738981Non di solo forme vive il fantasy. Eppure così sembra, troppo spesso.

Quando si scrive, l’autore ha due possibilità, che sono opzione di fondo, scelta per il proprio cammino di scrittore, indirizzo per la costruzione del proprio pubblico: può, infatti, tirar fuori la propria originalità oppure riproporre forme e formule già collaudate. Vi sono, ovviamente, pro e contro per ciascuna delle due possibilità: la prima garantisce la costruzione di un gruppo di lettori che ti seguirà fedelmente nell’evoluzione dello stile e dei contenuti, perché ama la tua particolarità; di contro, però, farà fatica a imporre al grande pubblico (cosa già difficile di per sé) le tue opere. La seconda, invece, garantisce l’interesse per lo meno iniziale del pubblico, anche di quello che non ti conosce, con il rischio – anzi, il pericolo – di contribuire tuttavia al pregiudizio nei confronti del genere: il vuoto incombe, la noia è la promessa.

Il problema con i generi è proprio questo, in modo particolare con il fantasy: se non parla al cuore con immagini e simboli tratti direttamente dall’anima dello scrittore, capaci di comunicare qualcosa di vero al cuore e all’anima del lettore, il fantasy in modo particolare corre il rischio di divenire come una di quelle noci belle all’esterno, ma che, una volta rotto il guscio, nascondono un frutto marcio.

Perché, diciamolo una volta per tutte, se per la narrativa mainstream o per quella di altri generi (penso al rosa, all’horror o al giallo-poliziesco) il lettore è tutto sommato disposto a chiudere un occhio circa la ripetitività, che anzi è talvolta attesa, per quanto riguarda il fantasy (ma anche la fantascienza), la noia è sempre pronta a seppellire il lettore che cade nel vuoto di contenuti.

Il fantasy senza contenuti diviene la gogna del lettore.

Qualcuno mi sa spiegare, allora, perché si perseveri su questa strada?

Un Medioevo di ritorno

sebastian_munster_illustrations_of_monstrous_humans_from_cosmographia_1544-1In quale altro modo definire ciò che sta accadendo da un po’ di tempo in Italia?

Il ritorno delle Signorie. I Berlusconi, i fiorentini, gli industriali (alcuni, pochi).

La medicina alternativa, pre-industriale e pre-scientifica: ho perfino colleghe (io sono insegnante) che sostengono che le medicine fanno male e che è molto meglio utilizzare nuove strane cose tipo la zeolite. Prima si battevano perfino contro le scie chimiche. E ora vecchie malattie tornano (si vedano i casi di meningite).

L’analfabetismo che torna, l’incapacità di parlare e scrivere, nonché leggere, l’italiano. Forse gli stranieri ci salveranno anche da questo.

Devozionismi che poco hanno a che fare con la religione, quella vera, con il rapporto con Dio, quello vero. Madonne appaiono ovunque e statue piangono sangue a litri. Perfino il Papa viene contestato da quella parte di cattolici che si dicono più realisti del Re.

Ve lo dico io: è un Medioevo di ritorno. Ma non quello bello e luminoso, che ha fatto camminare l’Europa. Piuttosto, quello oscuro che ci rendeva il luogo più retrogrado del mondo conosciuto.

La narrazione (diversa) del fallimento

unnamed-20Quello relativo al fallimento umano – lo preciso, in ambito lavorativo – è uno dei temi forse più delicati, perché è suscettibile di pregiudizi e facili conclusioni.
In realtà che cosa sia fallimento dipende, molto probabilmente, dal punto di vista che si assume, dalla situazione che si vive e, soprattutto, dagli obiettivi che ci si era dati.
Guardando alla mia esperienza personale, ho pubblicato una ventina di romanzi e svariati racconti in alcune antologie o in pubblicazioni singole. Ho effettuato conferenze e presentazioni in mezza Italia e per qualche anno sono stato conosciuto per il mio romanzo fantasy. Eppure la sensazione di aver fallito è in me sempre presente. Quando tento di analizzare tale sensazione, e mi interrogo sulle motivazioni che mi portano a questa considerazione, la prima risposta che mi do è che non ho avuto quel successo di pubblico – ma anche economico – che pensavo (e che penso tuttora) di meritare. Di qui l’altro interrogativo: posso stabilire che ho fallito solo perché non ho raggiunto questo obiettivo?
Certo, il desiderio di guadagnare con la mia scrittura e perciò di potermi rendere indipendente da qualsiasi altro lavoro tramite essa è molto forte e costantemente presente. Così presente, da divenire talvolta il senso delle mie azioni. Eppure, la mia vita mi ha sempre portato piuttosto lontano da questa agognata conclusione, puntando verso la concretizzazione di più alti ideali nei quali mi sono in fin dei conti sempre riconosciuto, ovvero quelli cristiani. La dipendenza da Dio, il legame affettivo con le persone che mi circondano, l’amore nei confronti del prossimo e, soprattutto, il riconoscere che la mia strada personale rientra nel progetto di Dio, tutto questo mi ha sempre portato distante da quel primo obiettivo di riconoscere il mio proprio valore tramite il successo determinato dalla scrittura.
E qui, credo, si entra nel vivo della questione, perché parlare di fallimento o meno ha a che fare direttamente con il valore che ci si attribuisce e che si attribuisce al proprio cammino. I miei quarant’anni di cammino sono fallimentari perché non sono riuscito a raggiungere ciò che mi aspettavo in termini di successo e riconoscimento sociale nell’ambito della scrittura, che comunque è l’ambito espressivo proprio della mia personalità?
La risposta non può che essere no, la mia vita non è fallimentare, il mio cammino non è fallimentare, soprattutto perché – sebbene faccia molta fatica – in fin dei conti riconosco il senso della mia vita soprattutto in quei valori cristiani di cui parlavo. Solo nel momento in cui anche il modo in cui vivo l’essere uno scrittore rientrerà in questa prospettiva, a pieno titolo, allora potrò percepire il successo nel mio cammino.
Infine, c’è un’ulteriore riflessione che posso fare, cioè che il successo o il fallimento non possono essere stabiliti unicamente sul breve periodo o sul risultato più o meno immediato di un’azione intrapresa, per quanto essa possa rivelarsi complessa. Il ragionamento va piuttosto fatto sul lungo periodo. A tal proposito, non posso evitare di pensare a ciò che accade al compositore Gustav Mahler: straordinario direttore d’orchestra e grandissimo compositore, il senso della sua vita, da lui stesso riconosciuto tale, stava soprattutto nella composizione. Eppure, egli non poté mai gustare un simile apprezzamento e riconoscimento da parte del pubblico mentre era in vita, tanto da dover affermare che il suo tempo sarebbe arrivato (a tal proposito si può leggere la bella raccolta di articoli: Il mio tempo verrà, edito da Il Saggiatore). Con il senno di poi, il suo tempo è arrivato, sì, ma quarant’anni dopo la sua morte.
È stato forse fallimento?

Mondo svelato

Qui e qui parlavo dell’idea generale di questa nuova saga fantastica. L’idea si delinea sempre di più ed è iniziata la stesura del primo racconto di Mondo svelato.

Mondo svelato sarà, infatti, una serie di racconti o, per meglio dire, più serie di racconti. Città: Venezia. Epoca: oggi. Protagonista: uno scettico patentato.

Titolo del racconto: Il cellulare infinito.

A presto, con altre news.

Il ricorso dell’empietà

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Mentre leggevo La religione del mio tempo, versi scritti da Pasolini tra il 1957 e il 1959, mi sono capitate alcune strofe che mi pare descrivano una situazione italiana sempre uguale nei decenni. Ve le ripropongo.

Così la mia nazione è ritornata al punto
di partenza, nel ricorso dell’empietà.
E, chi non crede in nulla, ne ha coscienza,

e la governa. Non ha certo rimorso,
chi non crede in nulla, ed è cattolico,
a saper d’essere spietatamente in torto.

Usando nei ricatti e i disonori
quotidiani sicari provinciali,
volgari fin nel più profondo del cuore,

vuole uccidere ogni forma di religione,
nell’irreligioso pretesto di difenderla:
vuole, in nome d’un Dio morto, essere padrone.

Che altro dire, se non che mi sembra di leggere la fotografia dell’Italia politica di oggi? Proprio per questa sua capacità di vedere attraverso il tempo, credo che Pasolini sia l’ultimo grande artista che il nostro Paese ci ha donato.