Il bisogno di un nemico

pauraQuesto sarà un discorso impopolare. C’è chi pensa fin troppo, fino a farla diventare una reale necessità dell’uomo medio occidentale, di avere un “nemico”.

Mi guardo attorno e mi riconosco sempre meno in questo atteggiamento, in tale modo di pensare, che riguarda praticamente ogni cosa. C’è un nemico per ogni necessità, che riguardi il mondo naturale, che riguardi la società nella quale siamo nati, che abbia a che fare con le persone che incontriamo. Il nemico è sempre là fuori, pronto a minacciarci, vera e propria ossessione di questi decenni. Una sorta di panacea per ogni paura dalla quale siamo afflitti. Sono paure che deturpano il volto di ciò che mi è più caro.

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I gioielli del museo

Ieri ho fatto visita al museo del monastero benedettino di Santa Giulia, ed è stata ancora una volta una grande sorpresa.

Avevo già visitato Brescia una volta, di sera, per assistere a un balletto di danza contemporanea (che non mi era per nulla piaciuto: utilizzavano musica di Mahler per cose spaventose). Il centro città illuminato nella maniera giusta e quell’architettura sempre in salita per via dei colli sui quali è edificata avevano già colpito la mia immaginazione. Il museo di Santa Giulia ancora di più.

Due aspetti in modo particolare hanno acceso la mia fantasia:

1)  il percorso museale, che si snoda tra alti e bassi, tra antichità e modernità, tra arte medievale e domus romane, capace di richiamare il percorso di una vera e propria quest;

2)  I gioielli straordinari conservati nel museo.

Eccovene alcune fotografie.

Teatro Scientifico Bibiena – Mantova

Leopold Mozart vi si recò nel 1770, un mese dopo l’inaugurazione, per uno dei concerti della tournée del figlio Wolfgang. Anche Nannerl, la sorella di Wolfgang, faceva parte della comitiva, e il padre ebbe ad apprezzarne la struttura e la bellezza. In effetti, il Teatro Scientifico Bibiena di Mantova (così chiamato perché vi si contempla anche una destinazione per confronti scientifici) è un vero e proprio gioiello. Progettato e costruito nell’arco di due anni, fu il primo nel suo genere. Eccovi una serie di fotografie. Perdonate la scarsa qualità.

Montecastello – Garda Lake

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Il Monte Baldo, vulcano spento, chiamato Monte Shangil in “Storia di Geshwa Olers”.

Da Montecastello, sulla sponda bresciana del Lago di Garda, si gode di una veduta spettacolare del lago e del Monte Baldo. Il Lago di Garda e il Monte Baldo hanno una particolare importanza nel mio romanzo fantasy Storia di Geshwa Olers: il primo è chiamato Karnaset, il secondo Monte Shängil. Del Karnaset si parla in modo particolare – collegato al Midilonge – in Il viaggio nel Masso Verde, e del secondo se ne parla in modo speciale in La battaglia di Passo Keleb.

Eccovi alcune foto.

Il ricorso dell’empietà

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Mentre leggevo La religione del mio tempo, versi scritti da Pasolini tra il 1957 e il 1959, mi sono capitate alcune strofe che mi pare descrivano una situazione italiana sempre uguale nei decenni. Ve le ripropongo.

Così la mia nazione è ritornata al punto
di partenza, nel ricorso dell’empietà.
E, chi non crede in nulla, ne ha coscienza,

e la governa. Non ha certo rimorso,
chi non crede in nulla, ed è cattolico,
a saper d’essere spietatamente in torto.

Usando nei ricatti e i disonori
quotidiani sicari provinciali,
volgari fin nel più profondo del cuore,

vuole uccidere ogni forma di religione,
nell’irreligioso pretesto di difenderla:
vuole, in nome d’un Dio morto, essere padrone.

Che altro dire, se non che mi sembra di leggere la fotografia dell’Italia politica di oggi? Proprio per questa sua capacità di vedere attraverso il tempo, credo che Pasolini sia l’ultimo grande artista che il nostro Paese ci ha donato.

La necessità di Umberto Eco

fa1d44c1-97d0-4a01-9b5b-654c7c3f63aeQuesto non è un necrologio. Sapete bene come non mi piacciano. Si tratta solo di una breve considerazione, molto breve.

Ci sono autori che per la storia letteraria di un Paese sono imprescindibili. Umberto Eco è uno di questi. Chi si dice scrittore, in Italia, non può non aver letto (o tentato di leggere) i suoi libri. Se c’è uno scrittore punto di riferimento per la significatività residua della narrativa italiana, questi è senz’altro Umberto Eco. Perché dico residua? Perché dopo le varie discussioni sulla vita e la morte del romanzo, i suoi libri (a partire da quel Nome della rosa che tante critiche gli procurò dai colleghi dell’intellighenzia di sinistra per la sua presunta commercialità) rappresentano sempre il margine forse estremo in termini di contenuti e di modalità espositiva del filone narrativo del Belpaese. Perché, inoltre, dico che chi si dice scrittore dovrebbe aver tentato di leggerli, i suoi libri? Perché sono quasi sempre una sfida (mi riferisco ai romanzi), alla leggibilità, alla comprensione, alla lettura dei fatti e della realtà in cui viviamo.

Umberto Eco è molte altre cose, ma per l’appunto, non voglio fare un necrologio. Queste sono solo alcune considerazioni da parte di chi si è appena svegliato, scoprendo che dopo la grande Harper Lee (non sapete chi è Harper Lee? E vi dite scrittori?), se n’è andato anche un altro grande. Ma Eco è necessario.

Semplicemente, leggete Eco, leggetelo.

Il Natale e il buon senso

Natale a Hogwarts
Sì, ho inserito volutamente una scena del Natale a Hogwarts.

Ancora sul buon senso, sì, perché mi rendo conto che è sempre più necessario. Lo stiamo perdendo forse del tutto, e da direzioni e provenienze diverse.

Prendiamo il fatto della festa di Natale della scuola di Rozzano (qui un interessante articolo su come le scuole decidono di affrontare il “problema” del Natale). Ora, al di là di ciò che è realmente accaduto – vai a capire perché, non c’è mai una versione unica in questi fatti, così come ci sono sempre molte strumentalizzazioni politiche – una semplice applicazione di buon senso sarebbe stata sufficiente, esattamente come mi ritrovo a confermare ogni volta che la questione viene sollevata nelle scuole in cui insegno.

Solitamente, la scusa per non fare il Natale o la Pasqua o qualunque altra festività natalizia è “ci sono studenti di religioni diverse”. E io guardo sempre con volto perplesso e tento di non sgranare gli occhi. Ovviamente i primi sui quali viene (metaforicamente parlando) puntato il dito sono i musulmani.

Applichiamo il buon senso, perciò. Un esperimento, dato che si fa così poco, un esperimento sociale: buon senso per tutti. Allora, nel Corano si parla della nascita di Gesù, grosso modo con gli stessi elementi (tranne ovviamente quello della sua divinità) utilizzati nei Vangeli. Il presepe si svela elemento che unisce cristiani e musulmani, non che li divide, aspetto che viene spesso sottolineato proprio dagli stessi musulmani, che talvolta sentiamo affermare che vogliono festeggiare le stesse feste degli altri. Perciò, non raccontiamo bugie: il problema non sono i musulmani. Non lo sono nemmeno i buddisti, che sono molto aperti alle usanze altrui (dove sono i buddisti, vi chiederete voi? Molti cinesi lo sono). Non lo sono ovviamente gli evangelici o i protestanti di altre confessioni, che sebbene non amino le “rappresentazioni” come noi cattolici, non li ho mai trovati contrapposti a simili manifestazioni. Infine, gli ortodossi non hanno alcun tipo di problema al riguardo. Ci sono i Testimoni di Geova, mi dirà qualcuno. Io ho una collega Testimone e accanto alla sua classe sto preparando un grande presepe con tutti i bambini piccoli: mi pare molto allegra. Al limite, i Testimoni si tengono a casa i loro bambini proprio nei giorni in cui c’è qualche festa particolare che non condividono. Poi ci sono gli atei: lo ammetto, spesso e volentieri sono proprio i genitori atei che decidono di non iscrivere i loro bambini a religione (ma alla quinta volta che vedono i loro compagni andarsene in un laboratorio con un maestro diverso, i bimbi iniziano la loro opera di convincimento per partecipare), ma anche questo non è un problema, non gliene ho mai visto sollevare.

Io ho molti bambini di altre religioni, tra i miei studenti: buddisti, induisti, musulmani e cristiani di varie confessioni. E sì, anche figli di atei. I quali, nel momento in cui ho spiegato che cosa faccio con i bambini, hanno deciso di mandarli comunque.

Perché la questione sta proprio qui: cosa faccio? Cultura. L’insegnamento della religione Cattolica non è altro che cultura. Perfino i musulmani, che hanno un approccio alla religione particolarmente diverso dal nostro, più improntato alla fede che alla concezione culturale della stessa, perfino loro l’hanno capito. Alcuni italiani, invece, continuano a fare fatica. Ho idea che il problema, allora, sia una questione pregiudiziale, non altro. Chi vuole negare che la religione sia innanzitutto cultura, nega la realtà delle cose. Il buon senso, dicevo. Cosa mi suggerisce il buon senso?

Di porre la questione sempre sul piano culturale, mai della religione in sé. Perché se ci fissiamo sulla religione da difendere, non se ne esce. Non c’è alcuna religione da difendere: il cristianesimo ci riuscirà ottimamente se i cristiani saranno capaci di utilizzare il buon senso, esattamente come tutti gli altri. C’è, piuttosto, la questione integrazione. Ci sono sempre più musulmani, buddisti, ecc., tra i miei bambini perché i loro genitori li vogliono integrare nella nostra cultura, il che non vuol dire diventare come noi (esattamente come dialogare con le altre religioni non vuol dire incontrarsi e accettarsi sul piano dottrinale – ma questo è un altro argomento e lo affronterò prossimamente), ma capirci, conoscerci.

A meno che non si voglia creare uno iato profondo con la cultura del passato. Se vogliamo tagliare i ponti con il passato, allora d’accordo, iniziamo dal cristianesimo, che affonda le sue radici in una cultura millenaria. Posso dire, però, che questo pensiero mi evoca un altro periodo storico? Si chiamava Sessantotto. Anche questo, però, è un altro argomento.

Pragmatismo è necessario

Il primo italiano in imbarazzo sono io, in questo caso. Vorrei condividere con voi alcuni brevi ragionamenti, semplici input derivanti da due film visti l’anno passato. Si tratta del musical cinematografico Les Misérables e del bel Lincoln, di Spielberg.

les-miserables-image03Mentre guardavo Les Misérables venivano a galla soprattutto pensieri riguardanti questa nostra povera Italia, povera soprattutto sotto l’aspetto dei valori. Desiderio di ripartire, rifacendosi un’identità, ricostruendo il proprio cammino vitale come per Jean Valjean sono certamente elementi molto presenti nell’italiano di questi anni. L’idiozia politica che abbiamo vissuto in questi ultimi vent’anni è tale da aver minato alle fondamenta, come sappiamo tutti, le reali possibilità che l’italiano medio ha di costruire la propria vita. Lo vedo in mille modi diversi, soprattutto dai cento tentativi che devo fare per riuscire ad arrotondare lo stipendio, e che solo ultimamente sta dando i suoi primi frutti tramite la autoproduzione di ebook (parallela alla produzione ufficiale tramite editori). Anche se hai idee, è difficile riuscire a farle diventare guadagno. In Italia ci si deve battere e sbattere molto più che in qualunque altro Paese.

Ma nei Misérables c’erano anche atti di eroismo, decisioni assunte dalla popolazione per riscattarsi da un pantano nel quale si è finiti dopo la speranza. Lì era la Rivoluzione Francese e la successiva Restaurazione. Qui è Mani Pulite e la successiva decadenza italiana, nella quale siamo immersi. Lì c’erano persone pronte a sacrificarsi pur di affermare la vita e la vitalità di una democrazia soffocata. Qui ci sono persone tutte chiuse su se stesse, nemmeno più in grado di votare chi non faccia parte del solito establishment. L’Italia di oggi non produce più uomini che sappiano distinguere e che vogliano distinguere. Le nuove proposte elettorali ci sono. Sono molto deboli, molto limitate, è vero, ma ci sono. Talvolta assumono toni duri e aspri che nell’Italia della mediocrità vengono subito tacciati di neofascismo, giusto per mettere tutto a tacere per l’ennesima volta. Forse varrebbe la pena tentare una nuova strada, anziché quel che già si conosce?

Poi ho visto Lincoln. Non uno dei film migliori di Spielberg, a mio giudizio, anzi, piuttosto lento e troppo “americano” nella prima parte, mette però in luce la bravura di Daniel Day Lewis e, soprattutto, la capacità di un uomo nel modellare la storia, del proprio Paese, del mondo. L’abolizione della schiavitù non è stata una strada semplice, è passata attraverso la peggior guerra vissuta dagli Stati Uniti (la Guerra di Secessione); inoltre, non è stata raggiunta del tutto in maniera limpida. Nel film passa il concetto che Lincoln si sia mosso anche con mezzi che noi oggi chiameremmo corruzione, voto di scambio o chissà in quale altro modo (e, aggiungo io, legittimamente).

Una prima riflessione suscitata da questo film riguarda la statura dei nostri uomini, di quelli dell’Italia unita, intendo. Abbiamo certamente eroi che oggi non ricordiamo e non celebriamo più: Garibaldi, Mazzini e altri del Risorgimento. Ne potrei citare alcuni più recenti: Einaudi, per esempio. Poi ce ne sono di più menzionati perché più “freschi” alla corta memoria degli italiani: Falcone e Borsellino. Veri eroi, mai troppo citati!

Però la mia riflessione, poi, devia verso un aspetto più insidioso suggeritomi da questo film: non è che per agire, noi Italiani aspettiamo che una situazione sia ideale? Intendo dire, troppo ideale, eccessivamente (e fittiziamente) ideale. Che corrisponda a un principio perfetto e a una condizione perfetta nella quale applicare ciò che vogliamo ottenere. Gli Americani sono pragmatici. Io amo sempre più il pragmatismo, il vero aspetto glorioso degli Stati Uniti. Il Parlamento italiano si impantana sempre sulle logiche delle varie fazioni, ma si impantana anche sullo scoglio dell’ideale assoluto.

Perché non siamo più pragmatici? Se dobbiamo modificare, cambiare qualcosa, agiamo, senza aspettare che la situazione sia la migliore possibile, senza attendere che il principio da affermare con l’azione sia il più puro di tutti. Perché in questa attesa di purezza e di perfezione (mai raggiunta) si nasconde la presunzione di essere sempre nel giusto (mi viene in mente uno slogan, quello di Bersani e del PD, – L’Italia giusta…).

Non c’è un’Italia Giusta. Secondo me può esserci solo un’Italia Migliore. Se non capiamo questo, non ci muoveremo mai. Pragmatismo, signori. Pragmatismo.

L’Italia è morta?

zombie-politiciA proposito di zombie…

Mi rendo conto che si tratta di uno dei pensieri forse più ricorrenti nella mente degli Italiani in questi ultimi anni. Tutto dà l’idea che in effetti le dirigenze d’Italia non sappiano più riconoscere il valore e i progetti significativi, in questo nostro Paese che non sembra più in grado di farsi valere.

Giovani che progettano software in grado di far risparmiare la Pubblica Amministrazione vengono tranquillamente respinti (ma poi trovano fortuna all’estero, ovviamente); scrittori che propongono romanzi molto validi e spesso originali devono affidarsi all’autopubblicazione o alle risorse gratuite della rete, salvo trovare in alcuni rari casi fortuna all’estero; artisti eccellenti riescono a pubblicare la loro musica o a vendere le loro immagini oniriche o a sfruttare il loro potenziale tecnico al servizio delle grandi major holliwoodiane perché il cinema, qui da noi, è solo frutto di ideologie Continua a leggere “L’Italia è morta?”