La DaD, le emozioni e il mondo post-Covid

Stiamo finalmente uscendo dal lungo-breve periodo della Didattica a Distanza. Migliori, peggiori o uguali? Qualunque sia la vostra risposta, è il caso di interrogarsi su cosa può cambiare in noi e attorno a noi.

Dopo tre mesi dedicati a una frenetica didattica tramite i mezzi digitali, che ha sostituito pressoché integralmente gli interventi didattici pre-Covid, un fatto appare molto chiaro: gli insegnanti hanno capito una volta di più che l’educazione è un processo importantissimo che si gioca tutto sul terreno della presenza fisica. Le lezioni online, i messaggi tramite i mezzi digitali che sono stati utilizzati nell’emergenza, infatti, e tutte le altre caramboliche soluzioni che gli insegnanti si sono trovati a dover approntare quasi dal nulla, non valgono nulla o quasi nulla se prima non si è costruito un rapporto reale che possa essere il punto di riferimento costante – più o meno inconscio – di tutto ciò che si fa tramite device.

Ho già raccontato e riflettuto in altra sede (qui trovate tutti gli articoli) sulle problematiche sollevate dalla cosiddetta Didattica a Distanza (che Didattica a Distanza, poi, non è stata, ma “didattica di emergenza”). Adesso vorrei soffermarmi su un paio di aspetti ai quali credo sia opportuno puntare, per poter vivere in modo diverso e migliore il post-Covid. Già, perché sbaglieremmo a pensare che dopo il coronavirus tutto possa tornare com’era prima.

La pandemia di coronavirus, infatti, al di là della tragedia che per molti ha costituito e costituirà, è stata un’occasione – raccolta, si spererebbe – per vedere le magagne della nostra società e tentare di risolverle, tempo e volontà permettendo.

Il Covid-19 ha funzionato da lente d’ingrandimento o, se volete, da occhialini a raggi-x: sapete, quelli che vendevano su alcune riviste negli anni Settanta, e che promettevano di vedere in trasparenza sotto i vestiti. Il Covid-19 ha permesso davvero di vedere sotto l’abito della nostra società, un abito fatto di illusioni e di superbia, oltre che di aspetti positivi. L’illusione, lo sapete, è quella che ormai fossimo inattaccabili da parte di virus et similia, sebbene vari romanzi avessero già ipotizzato lo scenario (e alcuni di questi romanzi sono tornati in auge). L’illusione era anche quella di poter fare qualunque cosa al mondo in cui viviamo, che tanto non avrebbe reagito. L’illusione è, infine, che tutto possa tornare come prima, dopo la ferita nelle coscienze.

Sappiamo molto bene che ci saranno altre epidemie e altri virus, in futuro, anche se non sappiamo quando. La cosa potrebbe suscitare preoccupazione, ma l’atteggiamento migliore che si possa assumere, a dispetto di ogni possibile o ipotizzabile evento, è quello di migliorare noi stessi.

Ecco, allora, un semplicissimo consiglio.

  • Puntiamo sull’educazione emotiva e sulla conoscenza dei nostri processi interiori: non solo emotivi, ma anche sentimentali. Puntiamo sul pensiero e sulla capacità di conoscere noi stessi nelle nostre manifestazioni, psichiche e corporee. Puntiamo a far dialogare la nostra interiorità con la nostra esteriorità. Aiutiamo i ragazzi e gli adulti a prendere confidenza con le emozioni, tassello fondamentale e fondante, affinché non si fugga più da esse, ma le si ritengano ciò che sono: una formidabile fonte energetica per essere sempre più noi stessi, per divenire la pianta che siamo fin da quando il nostro seme viene posto. Puntiamo a sviluppare un equilibrio sempre migliore con noi stessi, perché solo così potremo essere equilibrati anche nei confronti del mondo e dei suoi eventi.

Ora, vi spiego perché:

  1. Il dato più evidente di questa pandemia è stata la “paura” che ha suscitato nei più. Forme d’ansia si sono sviluppate e diffuse. Ora, se è certo che la paura è un’emozione importante e necessaria per attivarsi nella difesa da una situazione che si percepisce come pericolosa, è pur vero che l’informazione ha spesso viaggiato, che dico, navigato a tutta forza su di essa, per poter “informare”, sebbene in maniera eccessivamente drammatizzata.
  2. La paura, tuttavia, è un’emozione basilare, che troveremo sempre in noi, e che, in alcuni casi, è andata ben al di là del giustificabile. Si sono viste ovunque e di continuo reazioni eccessive: di fronte ai cinesi (che fa il paio con le “paure” nei confronti degli immigrati, anche quelle cavalcate in maniera funzionale), di fronte agli infetti, di fronte agli ospedali e agli operatori sanitari, di fronte allo straniero untore, di fronte al contatto, di fronte alle iniziative politiche, solo per dirne alcune tipologie.
  3. Ogni emozione, trovandosi sempre in noi e avendo sempre un’occasione nuova per mostrarsi, va conosciuta e, soprattutto, è necessario imparare a reagire in modo costruttivo, in modo ragionato. Di fronte all’emozione, non si può lasciare libertà piena alla reazione, perché si rischia di creare grandi danni. Perciò: imparare a reagire.
  4. Ci sono alcuni luoghi e alcune situazioni specifici per imparare reazioni equilibrate: la famiglia, la scuola e le situazioni educative altre (tipo le squadre sportive, per dirne una). Perché i cittadini della nostra società diventino responsabili e pienamente competenti circa le proprie emozioni e l’interiorità (della quale troppo spesso si può dire che sia “sconosciuta”), affinché non reagiscano d’impulso, ma di fronte a ciò che sentiamo come minaccioso riescano a fermarsi per pensare – PENSARE -, è necessario insegnar loro a farlo.
  5. Le scuole, soprattutto, ma anche le famiglie e le altre situazioni educative, devono diventare luoghi di apprendimento delle emozioni, di conoscenza della nostra interiorità.

Guardate, non può essere un aspetto demandato alla preoccupazione del singolo, perché è dimostrato dalla psicologia, che il mondo dell’interiorità viene scoperto dal singolo individuo nel momento in cui costui si trova a dover affrontare una situazione negativa, di grande difficoltà. Allora, sorge l’occasione di scoprire la propria personale interiorità, la propria coscienza, da cui arrivano le risposte migliori per noi.

Noi insegnanti/educatori/filosofi/pedagoghi dobbiamo farci carico della crescita e della maturazione emotiva della nostra società, senza la quale, saremo sempre in balia dell’utilizzo strumentale di chicchessia.

 


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