DaD: débâcle a distanza

Orticaweb-11Ancora alcune considerazioni su questa Didattica a Distanza che non smette mai di stupirmi. Soprattutto, non smettono di stupirmi le leggerezze con cui si è concretizzata tra dirigenti scolastici e corpo docente. Ricapitolo alcuni punti:

– da tempo era necessario adeguarsi a una normativa sulla dematerializzazione degli atti burocratici. Il processo interno alla scuola è iniziato nel 2000 (in questo articolo di OrizzonteScuola si possono leggere i passaggi e l’importanza dell’obiettivo). Tuttavia, non è mai stato compiuto fino in fondo. Quando è iniziata l’epidemia, trasformatasi poi in pandemia, eravamo spesso all’inizio di un percorso digitale, al quale non si erano ancora uniformati molti Istituti.

– Con l’occasione della pandemia e delle maggiori risorse finanziarie riversate sulla scuola per supplire all’improvvisa impossibilità di fare didattica in loco, si è approfittato del fiume di denaro, sconosciuto da anni, per adeguare le segreterie e – inoltre – per spingere il pedale dell’acceleratore sulla trasformazione digitale dello stesso approccio educativo. Tale passaggio è stato effettuato senza ritenere fosse necessario riflettere sullo strumento e sull’opportunità del suo utilizzo prima di praticarlo. Si è ritenuto, invece, fosse assolutamente indispensabile continuare a far giungere ai bambini e ai ragazzi un flusso di contenuti variegati, che tuttavia con un approccio educativo compiuto ed esaustivo avevano ben poco a che spartire.

– Infine, si è venduto l’utilizzo dello strumento digitale per la didattica quale didattica tout court, senza tener conto di un lungo cammino di sviluppo delle competenze che chiamano in causa innanzitutto noi insegnanti. Per esempio, infischiandosene ampiamente dell’unica competenza cui sarebbe stato sensato dar corpo in questa situazione: “imparare a imparare”.

Per i non addetti ai lavori, cosa si intende con “imparare a imparare”? Si tratta di una delle competenze chiave europee, inserite nei Piani dell’Offerta Formativa di ogni Istituto che voglia essere all’altezza del cammino condiviso in Europa. Ne riporto il testo:

Imparare a imparare è l’abilità di organizzare il proprio apprendimento sia individualmente che in gruppo, a seconda delle proprie necessità, e alla consapevolezza relativa a metodi e opportunità. È un’opportunità che permette alla persona di perseguire obiettivi di apprendimento basato su scelte e decisioni prese consapevolmente e autonomamente, per apprendere, ma soprattutto per continuare ad apprendere, lungo tutto l’arco della vita e nella prospettiva di una conoscenza condivisa e di un apprendimento come processo socialmente connotato.

Le abilità da perseguire per questa competenza chiariscono perché questa dovesse essere la competenza da mettere al centro, soprattutto in questa situazione di disorientamento generale:

  • Acquisire, procurarsi, elaborare e assimilare nuove conoscenze e abilità;
  • Consacrare del tempo per apprendere in modo autonomo e autodisciplinandosi, ma anche per lavorare collaborando;
  • Cogliere i vantaggi che possono derivare da un gruppo eterogeneo e condividere ciò che si è appreso;
  • Organizzare il proprio apprendimento, valutare il proprio lavoro e cercare consigli, informazioni e sostegno, ove necessario.

Infine, l’attitudine positiva da sviluppare per questa competenza comprende

  • La motivazione e la fiducia per perseverare e riuscire nell’apprendimento lungo tutto l’arco della vita,
  • così da sviluppare il processo di apprendimento e per imparare a gestire gli ostacoli e il cambiamento.

Ora: la Didattica a Distanza si è invece concentrata per lo più, se non unicamente, sulla sostituzione di ciò che si faceva in classe tramite lezioncine e interventi che, per lo meno a livello di scuola dell’infanzia e di scuola primaria, rischiano di avere poco più dello spessore di una cartolina virtuale.

Ecco, perciò, la mia domanda: non si è persa un’occasione? Non era forse meglio puntare tutto sul rapporto con le famiglie?

Fornisco due motivazioni:

  • affinché si potesse comprendere che i bambini e i ragazzi si trovano a vivere una situazione eccezionale, che (si spera) mai più capiterà loro, ma che non si può fingere non vi sia;
  • perché la situazione all’interno della quale ci troviamo offre l’opportunità di imparare dalla vita a gestire la vita, occasione per porci tutti alla scuola non strutturata e fondamentale della realtà vitale (perché non dare spazio alle considerazioni, per esempio, di Colin Ward nel suo L’educazione incidentale, elèuthera editrice 2018)?.

Invece, cosa si è fatto? Si è puntato tutto sulla sostituzione:

  • la distanza su schermo ha sostituito la relazione vera, chiamandola (con una finzione linguistica che la dice lunga) “relazione a distanza”;
  • le videolezioncine e i messaggi virtuali hanno sostituito, nelle intenzioni dei più, vere lezioni in presenza, dove è invece la presenza fisica (piacevole o spiacevole) a marcare l’efficacia educativa;
  • i genitori si sono sostituiti agli insegnanti, o per lo meno, si è tacitamente preteso che così potesse accadere, vanificando gli sforzi di anni di formazione e di buona pratica scolastica, e caricando i genitori in modo per loro spesso incomprensibile e impraticabile;
  • le griglie strumentali di mezzi e piattaforme digitali hanno sostituito (o, quantomeno, limitato) la libera elaborazione della proposta didattica degli insegnanti.

Viene quasi il sospetto che vi sia stata e vi sia tuttora una motivazione precisa e non del tutto esplicitata nel perseguire con tale decisione una didattica a distanza. Il sospetto è che tale trasformazione strumentale sia in realtà preannuncio di una ormai non lontana trasformazione metodologica e strutturale dell’intero ambito scolastico-educativo. La corsa alle piattaforme digitali e agli strumenti educativi digitali, sempre forniti da aziende private (meglio ricordarlo), può giustificare il sospetto di interessi di tipo aziendale.

D’altronde, è necessario mettere in luce come la trasformazione della scuola operata a partire (non solo, ma soprattutto) dal Ministro Moratti abbia seguito una logica sempre più spiccatamente aziendale. Il vecchio preside, o perfino il direttore didattico, è divenuto Dirigente Scolastico, gli ordini scolastici sono stati unificati in un’ottica economizzante, venduta poi per orizzonte verticale di crescita scolastica dell’alunno, il corpo docenti è divenuto team, i soldi sono diminuiti sempre di più, gli interventi aziendali a sostegno della scuola aumentati, e via dicendo.

Non è, perciò, strano che la mentalità aziendale voglia ancora una volta mettere le mani sull’educazione scolastica, e forse è oggi più vicina che mai a raggiungere l’obiettivo. Più che Didattica a Distanza, l’acronimo DaD vale per “Débâcle a distanza”: una profonda débâcle dell’istituto educativo e dell’ambiente scolastico.


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