La narrazione (diversa) del fallimento

unnamed-20Quello relativo al fallimento umano – lo preciso, in ambito lavorativo – è uno dei temi forse più delicati, perché è suscettibile di pregiudizi e facili conclusioni.
In realtà che cosa sia fallimento dipende, molto probabilmente, dal punto di vista che si assume, dalla situazione che si vive e, soprattutto, dagli obiettivi che ci si era dati.
Guardando alla mia esperienza personale, ho pubblicato una ventina di romanzi e svariati racconti in alcune antologie o in pubblicazioni singole. Ho effettuato conferenze e presentazioni in mezza Italia e per qualche anno sono stato conosciuto per il mio romanzo fantasy. Eppure la sensazione di aver fallito è in me sempre presente. Quando tento di analizzare tale sensazione, e mi interrogo sulle motivazioni che mi portano a questa considerazione, la prima risposta che mi do è che non ho avuto quel successo di pubblico – ma anche economico – che pensavo (e che penso tuttora) di meritare. Di qui l’altro interrogativo: posso stabilire che ho fallito solo perché non ho raggiunto questo obiettivo?
Certo, il desiderio di guadagnare con la mia scrittura e perciò di potermi rendere indipendente da qualsiasi altro lavoro tramite essa è molto forte e costantemente presente. Così presente, da divenire talvolta il senso delle mie azioni. Eppure, la mia vita mi ha sempre portato piuttosto lontano da questa agognata conclusione, puntando verso la concretizzazione di più alti ideali nei quali mi sono in fin dei conti sempre riconosciuto, ovvero quelli cristiani. La dipendenza da Dio, il legame affettivo con le persone che mi circondano, l’amore nei confronti del prossimo e, soprattutto, il riconoscere che la mia strada personale rientra nel progetto di Dio, tutto questo mi ha sempre portato distante da quel primo obiettivo di riconoscere il mio proprio valore tramite il successo determinato dalla scrittura.
E qui, credo, si entra nel vivo della questione, perché parlare di fallimento o meno ha a che fare direttamente con il valore che ci si attribuisce e che si attribuisce al proprio cammino. I miei quarant’anni di cammino sono fallimentari perché non sono riuscito a raggiungere ciò che mi aspettavo in termini di successo e riconoscimento sociale nell’ambito della scrittura, che comunque è l’ambito espressivo proprio della mia personalità?
La risposta non può che essere no, la mia vita non è fallimentare, il mio cammino non è fallimentare, soprattutto perché – sebbene faccia molta fatica – in fin dei conti riconosco il senso della mia vita soprattutto in quei valori cristiani di cui parlavo. Solo nel momento in cui anche il modo in cui vivo l’essere uno scrittore rientrerà in questa prospettiva, a pieno titolo, allora potrò percepire il successo nel mio cammino.
Infine, c’è un’ulteriore riflessione che posso fare, cioè che il successo o il fallimento non possono essere stabiliti unicamente sul breve periodo o sul risultato più o meno immediato di un’azione intrapresa, per quanto essa possa rivelarsi complessa. Il ragionamento va piuttosto fatto sul lungo periodo. A tal proposito, non posso evitare di pensare a ciò che accade al compositore Gustav Mahler: straordinario direttore d’orchestra e grandissimo compositore, il senso della sua vita, da lui stesso riconosciuto tale, stava soprattutto nella composizione. Eppure, egli non poté mai gustare un simile apprezzamento e riconoscimento da parte del pubblico mentre era in vita, tanto da dover affermare che il suo tempo sarebbe arrivato (a tal proposito si può leggere la bella raccolta di articoli: Il mio tempo verrà, edito da Il Saggiatore). Con il senno di poi, il suo tempo è arrivato, sì, ma quarant’anni dopo la sua morte.
È stato forse fallimento?

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