Il bisogno di un nemico

pauraQuesto sarà un discorso impopolare. C’è chi pensa fin troppo, fino a farla diventare una reale necessità dell’uomo medio occidentale, di avere un “nemico”.

Mi guardo attorno e mi riconosco sempre meno in questo atteggiamento, in tale modo di pensare, che riguarda praticamente ogni cosa. C’è un nemico per ogni necessità, che riguardi il mondo naturale, che riguardi la società nella quale siamo nati, che abbia a che fare con le persone che incontriamo. Il nemico è sempre là fuori, pronto a minacciarci, vera e propria ossessione di questi decenni. Una sorta di panacea per ogni paura dalla quale siamo afflitti. Sono paure che deturpano il volto di ciò che mi è più caro.

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Demoni: realtà simbolica /8

imagesCome si pone l’argomento “demoni” di fronte al baluardo cristiano rappresentato dalla Madonna, la Madre di Dio? E cosa c’entra la Madonna con la donna di Apocalisse 12? Cerchiamo di capirlo.

In Apocalisse 12 si parla della Madonna? Leggiamo il testo, ai vv. 1-6:

E un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e una corona di dodici stelle sul suo capo: era incinta e gridava per le doglie e il travaglio del parto. E un altro segno apparve nel cielo: un grosso dragone, rosso vivo, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua coda trascinava un terzo degli astri del cielo e li precipitava sulla terra. Il dragone si pose di fronte alla donna che stava per partorire, per divorare il bimbo non appena fosse nato. Essa partorì un figlio, un maschio, destinato a governare tutte le nazioni con verga di ferro. Il figlio fu rapito verso Dio, verso il suo trono, mentre la donna riparò nel deserto, dove ha un luogo preparato da Dio perché ivi sia nutrita per lo spazio di milleduecentosessanta giorni.

Ah, ma qui l’Apocalisse parla della Madonna, senz’ombra di dubbio! D’altronde, non viene rappresentata in tutte le chiese proprio con la luna sotto i piedi e una corona di dodici stelle?

Sbagliato: Apocalisse 12 non parla della Madonna.

L’Apocalisse è un testo colmo di riferimenti – come tutti gli altri libri del Nuovo Testamento – al Vecchio Testamento. Per interpretare le sue numerose immagini bisogna conoscere bene ciò che fu scritto prima di Cristo, il che spiega almeno in parte la difficoltà che abbiamo nel comprendere un libro che, però, ha suscitato la fantasia di moltissimi scrittori… e cristiani. È comunque dal IV secolo dopo Cristo che si è abituati a vedere in quella “donna vestita di sole” la madre di Cristo, ma non tutti gli esegeti e i teologi sono d’accordo, anzi, al riguardo vi è grande contrasto. Ma come, chiederete ancora, il dragone non è forse Satana che insidia la Madre di Dio, perché non vuole che suo Figlio venga alla luce? Nemmeno. Anzi, forse il dragone è un oppositore, e perciò un satana, ma vi sono alcune considerazioni da fare prima di giungere a una troppo facile e semplicistica soluzione.

Per non incorrere nelle ire dei fondamentalisti cattolici (e, perché no, dei fondamentalisti cristiani tutti), preciso subito che personalmente credo nella funzione della Madre di Dio come baluardo contro il Maligno: più volte nella mia vita l’ho pregata in momenti nei quali mi sentivo minacciato da forze “demoniche” e sono stato aiutato. Ma voglio provare a mettere tra parentesi (ricordate: epoché?) le mie convinzioni, per poter liberamente presentare le mie pochissime considerazioni. Spero che possano aiutarvi ad avere maggior criticità (quella buona) nei confronti del testo biblico.

1 – Come nel Nuovo Testamento non si presenta mai una Madonna che piange in continuazione dando messaggi per salvarsi (cosa che invece avviene oggi di continuo nelle varie apparizioni mariane), così non si parla mai di un attacco del Maligno contro Maria, madre di Gesù. Anzi, si parla talmente poco della madre di Gesù, che non si capisce per quale motivo si sia avuta una tale insistenza sulla sua figura a partire da alcuni secoli dopo la morte di suo Figlio.

2 – Nella Genesi si parla anche della donna che pesterà il capo del serpente tentatore con il calcagno, immagine che è stata – pure quella – legata alla Madonna: nelle statue in tutte le chiese, infatti, la Madonna viene rappresentata spesso mentre pesta il drago. Ma anche qui: quando la Genesi fu scritta, di certo non si pensava alla Madonna, che non si conosceva ancora. Piuttosto, è probabile che si parlasse di una donna come madre del Messia atteso. Il nostro ragionamento, dopo i fatti, è ovviamente che essendo Gesù Cristo il Messia da tutti atteso, la madre non può che essere Maria. Ma un conto è fare questa considerazione secoli se non millenni dopo la redazione del brano, un altro conto è affermare che quel brano parlasse della Madonna.

3 – La “donna vestita di sole”: indica una figura avvolta nella luce della vittoria. Coincidente con una rappresentazione di Latona, dea tipica dell’isola di Patmos (quella sulla quale Giovanni ebbe la rivelazione, l’Apocalisse), l’immagine potrebbe indicare il popolo di Dio, avvolto dalla vittoria per mano dello stesso Dio che l’ha condotto fuori dalla schiavitù e dalle cattività. Anche qui, che si tratti della Madonna è fatto del tutto argomentativo, successivo di parecchi secoli rispetto alle iniziali intenzioni dell’autore del testo.

Non si può perciò spacciare alcuna interpretazione dell’immagine come quella corretta e/o l’unica possibile. Quella donna vestita di sole può essere la Chiesa (nel caso in cui si voglia utilizzare un’interpretazione ecclesiologica) oppure la Madre di Cristo nel caso in cui si voglia interpretarla come il coronamento in cielo della sua vita. Sono due letture ugualmente presenti nella storia della Chiesa e, in certo senso, sono corrette entrambe, anche se alternative. Questa ambivalenza indica proprio che di tutte le immagini bibliche delle quali non è data chiara interpretazione già nel testo, è possibile una lettura incarnata nell’epoca in cui viene effettuata. In ogni caso, l’Apocalisse è caratterizzata più da una visione ecclesiologia, incentrata sulla comunità dei credenti che accede alla Salvezza per il sangue dell’agnello. Perciò, incredibile a dirsi (soprattutto per coloro che fanno della Madonna una co-salvatrice, come Cristo), la donna vestita di sole è “visione profetica del traguardo che la comunità dei credenti è chiamata a raggiungere, a partire da un’esperienza personale e concreta del dono ricevuto di una vita indistruttibile”, come dice il teologo Ricardo Pérez Márquez (la vita indistruttibile è la veste di luce, simboleggiata dalla veste data nel Battesimo).

Il simbolismo della Risurrezione: una rinascita? – Domenica di Pasqua

ulivi_10La risposta è no: la Resurrezione non è una rinascita, come invece dicono moltissimi che non sono sufficientemente disposti ad ammettere la differenza, e il collegamento con il concetto di tempo ciclico è solo tangenziale. Vediamo nello specifico, in questa ultima riflessione sul Triduo Pasquale 2017. Stavolta il mio approccio sarà ben più filosofico degli altri.

In Il mito dell’eterno ritorno, il grande antropologo Mircea Eliade si preoccupa di mettere in chiaro che, sebbene la risurrezione abbia avviato una modalità differente del tempo e della storia, il concetto di tempo ciclico e della rigenerazione periodica della storia è comunque passato anche nella cultura cristiana. Ricordiamo che per il cristianesimo il tempo è reale poiché ha un senso: la redenzione.

La croce sotto l’aspetto spaziale1 e la risurrezione sotto l’aspetto temporale costituiscono i punti necessari per ogni giudizio che si voglia emettere sulle concezioni spazio-temporali di dottrine, teorie e riflessioni di qualunque genere. Il che, come già sottolinea Eliade, non esclude che vi siano state infiltrazioni di altro genere (concezioni cicliche e di rinnovamento periodico2) derivanti dalla mitologia di popoli circostanti o da credenze del passato.

Che la Risurrezione concretizzi una nuova creazione è, a livello teologico, testimoniato dalla fede degli autori del Nuovo Testamento attraverso la narrazione della resurrezione di Cristo. Tuttavia, preferisco chiarire quanto riguarda la nuova creazione insita nella resurrezione partendo dal chiarimento espresso da un teologo tedesco, Hans Kessler, nel suo capolavoro teologico, La risurrezione di Gesù Cristo. Circa l’azione di Dio nel mondo, Kessler afferma come sia la risurrezione a costituirne la rivelazione definitiva, che è impossibile cogliere partendo dai dati umani o intramondani3. Compimento dei morti, che senza riconoscimento di un Dio diviene «eo ipso assurdo»4, la risurrezione rappresenta a un tempo un inizio radicale paragonabile solo alla creazione ma, al contempo, non un nuovo inizio assoluto, poiché simile azione divina non smentisce quanto accaduto precedentemente nella vita della persona, ma «si riallaccia ai morti (ai soggetti divenuti puri ‘oggetti’) e al mondo pervenuto alla sua fine, per creare qualcosa di radicalmente nuovo»5. Mi preme sottolineare come tale nuova creazione (per l’appunto radicale ma non assoluta) avvenga in modo definitivo solo nella risurrezione di Gesù Cristo e come accada sotto il segno della cessione di potere, «soprattutto nell’umiltà del Gesù terreno e nell’impotenza del Gesù crocifisso. […] Dio agisce quindi nell’umiltà e nell’impotenza di coloro che si aprono a lui e proprio così (nell’agape prodotta da Dio) cominciano ad esistere per gli altri. […] In questa impotenza dell’esistenza per gli altri Dio guadagna potere e spazio nel mondo»6.

Se la risurrezione ha senso solo a partire da un’azione totalmente libera di Dio ma iscrivendosi nella storia del morto, così l’azione di Dio come novità radicale per l’umanità è pienamente comprensibile solo cogliendo gli antecedenti e la preparazione nell’Antico Testamento: i riferimenti a una vita dopo la morte degna di tal nome si trovano solo verso un’epoca tarda. Eppure bisogna considerare che fin dall’inizio la fede di Israele in Dio fu legata a una salvezza e liberazione storiche7, al concetto di creatore in quanto Dio vivo, sorgente di vita per la polvere inanimata8, Signore della vita in quanto potente nel darla e nel riprenderla9. E se la morte è la fine irrevocabile della vita, non costituisce una fine totale: dapprima Israele condivise la fede medio-orientale in una vita nell’Ade, una vita «stentata, senza energia e senza gioia, che è solo l’ombra della loro passata esistenza»10, lontananza da Jahvé; poi alcuni testi (2 Re 4,31-37; 13,21 e 1 Re 17,1724) raccontarono di risurrezioni operate da Eliseo ed Elia, non certo un risveglio dalla morte definitivo, ma una riconduzione alla vita mortale. «Il superamento della morte ad opera della superiore potenza di Dio fa parte per Is 25,6-8 e per il Sal 22,28-30 della pienezza delle aspettative, che sono collegate con la sovranità universale definitiva di Dio»11.

Passando all’aspetto temporale coinvolto nella risurrezione, si può dire che con il Cristianesimo si ha un passaggio definitivo al tempo dell’eternità.

Per chi è deciso a vivere come Cristo, primo dei Risorti, il tempo profano viene definitivamente accantonato per partecipare al tempo del Regno, e la parousia si fa presente in ogni istante della vita dell’uomo, divenuto egli stesso celebrante-sacerdote con Cristo-sacerdote eterno. Abbiamo a che fare con un vero e proprio paradosso logico, dal momento che l’eternità fa irruzione in ogni singolo attimo di vita temporale del cristiano. È in questa dimensione “eterna” che l’essere umano diviene fino in fondo ciò che è, nella riconferma di ciò che è stato nella vita del corpo. L’elemento extra-umano costituito dalla libertà totale, che è elemento divino, è qui punto di partenza, modello e punto d’arrivo della realizzazione escatologica del significato più vero dell’uomo, nel rinnovamento radicale che non è però – come già detto – inizio assoluto. La risurrezione come novità radicale ma non inizio assoluto ci offre perciò l’occasione di approfondire proprio il côté temporale della questione, sempre in tensione tra novità e ripetizione.

Ora, un affondo letterario. Se la creazione avviene secondo lo schema stabilito da Dio e la risurrezione avverrà per confermare l’essere umano e la creazione tutta secondo lo schema pre-stabilito da Dio, la nuova creazione operata invece dall’uomo non può che avvenire secondo uno schema stabilito dall’uomo stesso. Il rischio di una simile operazione è di creare una immagine parodistica della creazione divina, che si estrinseca in una finzione tendente a un mito. Esempi letterari classici sono il giardino di Armida nella Gerusalemme Liberata, imitazione di una condizione paradisiaca indicata dal mito edenico, il golem ebraico, esemplificato dal racconto omonimo di Meyrink, in cui la creatura nata per opera della magia riappare per le strade di Praga ogni 33 anni, quasi parodia di Cristo (ancora più rappresentativo è sotto questo aspetto Frankenstein di Mary Shelley, la cui creatura diviene parodia dell’Adamo della Genesi), oppure i robot positronici immaginati da Asimov (e basati sulla leggenda del golem) e capaci di guidare le sorti dell’umanità come fossero arcangeli protettori, con l’ovvia conclusione che una guida tanto “artificiale” porta l’umanità a conclusioni nulle, che determinano la perdita dell’individualità umana a favore di una fusione mentale totale estesa a tutta la Galassia.

1 Per una più approfondita disamina dell’archetipo dell’Albero della Vita e del suo rapporto con la Croce si può consultare Mircea ELIADE, Trattato di storia delle religioni, Torino: Editore Boringhieri 1976, paragrafo 109, «L’Albero e la Croce».

2 Può essere interessante notare come, a tal riguardo, si trovi compresenza di eventi unici e di ciclicità temporale già all’interno della elaborazione talmudica, come per esempio nel Talmud Babilonese, Trattato Rosh haShanà, a cura di R. S. DI SEGNI, Firenze: Giuntina 2016, XXXVII-365 pp. La modalità ciclica è ravvisabile nel ritorno, anno dopo anno, delle medesime festività e ritualità, come a p. 5: Aveva detto il Maestro della bariate: a un re che si è insediato il 29 di adir, con l’avvento del primo di nisàn gli si attribuisce un anno di regno. La bariate ci insegna che nisàn è il capodanno per i re, e anche che un solo giorno dell’anno vale come un anno intero; o a p. 23: Ma paragoniamo invece Shavuot alla festa di Sukkòt: come lì (Sukkòt) dispone di otto giorni per compiere il sacrificio, anche qui (di Shavuot) si potrebbe compiere il sacrificio in tutti gli otto giorni! L’ottavo giorno di Sukkòt è una festa di pellegrinaggio a sé stante. Ammettiamo pure che l’ottavo giorno sia una festa di pellegrinaggio a sé stante in base a sei parametri indicati negli acronimi «PaZàR» «QaShàV», ma per quanto riguarda la possibilità di offrire un sacrificio che non è stato offerto il primo giorno, tutti concordano che è possibile offrirlo nell’ottavo giorno come compensazione per il primo. Da questi due testi sembrerebbe rinvenire una mentalità di tipo temporale ciclico, ma sono ravvisabili anche fatti spirituali che non sono a ciclo continuo, ma che si caratterizzano come riti effettuabili un’unica volta, come a p. 25: E il sacrificio di pèsach può essere sacrificato in una delle altre feste di pellegrinaggio? Il sacrificio di pèsach deve essere portato in un momento preciso, il pomeriggio del 14 di nisàn. Se è sacrificato nel momento giusto, è sacrificato in maniera appropriata, ma se non è sacrificato al momento giusto è invalidato per sempre! Ovviamente a noi non interessa la validità del sacrificio, bensì il concetto temporale e, per così dire, di evento unico che vi sottostà. Inoltre, si rinviene anche il pensiero per cui una parte del tutto equivale al tutto, come a pp. 73-74: E rabbì Elazàr per quale motivo sostiene che un solo mese dell’anno è considerato come un intero anno? Perché è scritto: Nel primo mese il primo del mese (Ges. 8:13). Pertanto nonostante il mese sia iniziato soltanto da un giorno, viene comunque chiamato «mese», se ne deduce che un solo giorno del mese è considerato come un intero mese. E se un giorno del mese vale come un mese, trenta giorni dell’anno valgono come un anno.

3 Cf Hans KESSLER, La risurrezione di Gesù Cristo. Uno studio biblico teologico-fondamentale e sistematico, Brescia: Queriniana 1999, p. 262.

4 Ibid., p. 274.

5 Ibid, p. 275.

6 Ibid, p. 273.

7 Cf Ibid., p. 33.

8 Cf Ibid., p. 34.

9 Cf Ibid., p. 35.

10 Ibid, p. 37.

11 Ibid, p. 47.

Il simbolismo dell’inferno – Sabato santo

Discesa-di-Gesù-agli-Inferi-Duccio-di-Buoninsegna-740x493Gesù è morto e, secondo la tradizione, è sceso agli inferi per liberare i progenitori. Simbolo, realtà, verità?

Innanzitutto, un approccio metodologico: la morte richiederebbe silenzio, sia della voce che della logica, perché la morte è il “buco” della logica umana e dell’esperienza vitale. Lo stesso andrebbe fatto per la morte di Cristo, perché Cristo è morto davvero. Non è morto per finta, o per modo di dire.

La tradizione ha posto nel sabato santo tutta una serie di attività di Cristo che, nell’arco del periodo della sua morte, sarebbe disceso all’Inferno per liberare i progenitori che ancora non lo avevano conosciuto. O, addirittura, avrebbe predicato alle anime in carcere (1 Pt 4,6). In che modo va intesa, allora, questa attività?

Quando mai un morto è attivo? La morte è la massima passività concepibile. Tutto può essere fatto al cadavere, perché il cadavere non fa più nulla. E il corpo di Cristo, è stato cadavere anch’esso? Bisogna rispondere senz’ombra di dubbio di sì.

In che modo Cristo sarebbe stato solidale nella morte degli uomini, se egli stesso non fosse morto realmente? Ciò implica che, durante la sua morte, Gesù sia stato morto e del tutto passivo, come chiunque altro. Perciò, durante la morte egli era in quell’abisso nel quale finiscono tutti. Un abisso di passività, nel quale non è possibile alcuna azione e nel quale non esiste più identità.

Però, è forse possibile comprendere l’attività dello scendere agli inferi e del liberare i progenitori e del predicare alle anime in carcere in un altro modo: la totale passività, la vera morte di Cristo permette che la sua vita precedente continui a produrre i suoi effetti, nell’attesa e nel compimento della sua Resurrezione. La predicazione alle anime in carcere sarebbe perciò quella di quando era in vita, che adesso, durante la sua morte, produce i suoi effetti, e la sua discesa agli inferi – altro modo per dire: la sua morte – sarebbe stata anticipata dalla sua totale partecipazione alla pochezza e alla disperazione umana, e che adesso trova l’effettivo compimento con la sua morte, che è la sua discesa agli inferi.

Le porte degli inferi non prevarranno sulla Chiesa: proprio grazie alla morte di Cristo, morte dalla quale egli viene tratto dall’unica Persona attiva di tutta questa faccenda, ovvero Dio Padre, l’inferno non può prevalere sulla Chiesa, laddove la Chiesa è il corpo di Cristo. Si potrebbe dedicare un intero lungo articolo a come il corpo-di-Cristo-che-è-la-Chiesa sia da considerare nel vero senso del termine e non solo in un senso figurato, ma non è questa l’occasione. Il corpo di Cristo, ovvero Cristo stesso, sarà reso di nuovo vivo da Dio Padre. Implicitamente, è la Chiesa stessa a essere resa viva da Dio Padre per il tramite del suo Spirito vivificatore in Cristo, Figlio.

L’inferno è perciò il silenzio totale, la mancanza di presenza, la mancanza di attività propria, l’impossibilità del dire, l’assenza del legame che tiene in vita. E Gesù Cristo ha vissuto tutto questo, da quando è morto a poco prima di risorgere. È talmente importante credere fino in fondo che Cristo sia morto davvero, e non per modo di dire, che è necessario affermare che, in questo modo, Egli ha vissuto la vera morte, come tutte le persone perdute nella dimenticanza dello Sheol.

Il simbolismo della consegna – Venerdì santo

img.2Come la mettiamo con ciò che accadde a Gesù a partire dall’orto degli ulivi? Egli stesso si consegnò nelle mani del Padre, quando disse che fosse compiuta la Sua volontà e non quella propria di Gesù. Ed è proprio a partire da questa sua ferma volontà di Figlio che si compie la consegna.

Non c’è un Gesù battagliero, qui, e come per tutta la Passione – e perfino per la Resurrezione – Gesù è un Dio passivo, che si lascia fare. La lavanda dei piedi evidenziata da Giovanni ha questo risultato: il porsi al servizio completo dell’essere umano. Che frustrazione, per noi uomini e donne occidentali abituati e cresciuti alla luce della decisione, della trasformazione di ciò che ci circonda e delle persone con cui abbiamo a che fare, che frustrazione, dico, dover accettare che Dio si sia lasciato fare in questo modo!

Tutto parte dal tradimento di Giuda: tradimento, dal latino tradere, consegnare. Il Figlio dell’Uomo sta per essere “consegnato” nelle mani dei peccatori, ovverosia degli esseri umani, non più di Dio. Non è più Dio, che agisce qui, ma la volontà delle persone, in toto, che deviano dal disegno d’amore divino. E questa prima “consegna” fa partire tutte le altre:

  • Giuda consegna Gesù ai giudei;
  • i giudei consegnano Gesù a Pilato;
  • Pilato invia Gesù a Erode, ma poi lo consegna ai giudei;
  • i giudei consegnano Gesù alla morte.

In fin dei conti, però, è il Padre che consegna il Figlio, compimento di ciò che in Abramo e Isacco era solo preannunciato. Se la mano di Abramo era stata fermata dall’angelo, la mano di Dio non può essere fermata da nessuno, perché l’angelo è Dio stesso, e la sua consegna non può che giungere a compimento, una consegna cui Gesù stesso ha dato la possibilità tramite la sua volontaria consegna (o, per meglio dire, tramite la volontà della propria consegna).

Rimane un interrogativo, simboleggiato dalla croce di Cristo, innalzata in mezzo a quelle dei ladroni: perché Dio consegna anche un giusto e innocente come Gesù? Si tratta di quell’interrogativo che, volgarmente, viene di solito posto nei termini che seguono: “perché Dio permette che anche gli innocenti soffrano?”

È un interrogativo ineludibile, segno dell’esperienza umana più profonda, quella che riguarda l’oscurità e che ha a che fare direttamente con la zona in ombra della vita, quella che nessun tipo di logica può illuminare. Infatti, la risposta solita a tale interrogativo, cioè che anche il male sia una strada attraverso la quale Dio può farci capire qualcosa, rimane una pallida e non-consolante spiegazione di come vanno le cose, in maniera evidente di fronte agli occhi di tutti. Il male esiste e, spesso, dobbiamo passarci attraverso, non ne veniamo risparmiati. Così è stato anche per Gesù, nemmeno per lui è esistito un modo logico di comprendere la cosa. Sulla croce ha gridato, sulla croce si è sentito definitivamente abbandonato, maledetto, polvere come tutti noi.

Sulla croce, Gesù si è sentito totalmente diviso da Dio, diavolo, unito – forse – solo dalla fiducia che il Padre, di cui un tempo ebbe fatto esperienza, lo avrebbe riunito a Lui, l’origine di tutto. Lo scandalo della croce sta proprio in questo: che ci è tuttora impossibile pensare in maniera logica, esaustiva, la possibilità per il Figlio di Dio, di morire abbandonato. E per quanto proviamo – e siamo effettivamente riusciti nell’arco dei secoli – a trovare ulteriori significati simbolici (ci stanno tutti, dal primo all’ultimo!), lo scandalo permane fino a oggi.

È più che mai necessario mantenere aperto questo scandalo, e ricordarsi ogni momento che passa nella nostra vita, che la preghiera che Gesù ci ha consegnato, il Padre Nostro, dice (sia in greco che in latino): “non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male”. Il male viene da Dio, esattamente come il bene. Riusciremo mai ad accettare questo infinito scandalo? Il Venerdì Santo è questo, e molto altro.

Il simbolismo della Coena Domini – Giovedì Santo

 

Papa-Francesco-in-Coena-Domini-Gesu-si-fa-schiavo-degli-uomini_articleimageVorrei dedicarmi in questi quattro giorni a un breve approfondimento del Triduo Pasquale, anticipato da quella Coena Domini che tutto racchiude e preannuncia, dell’azione di Cristo, mettendola già in pratica in modo definitivo.

La premessa necessaria è tratta direttamente da un testo del grande teologo Hans Urs von Balthasar, Teologia dei tre giorni (pag. 76, Queriniana):

Una ininterrotta reinterpretazione carismatica attraversa i secoli della chiesa, come riflesso neotestamentario dell’esperienza veterotestamentaria dell’abbandono di Dio e di ciò che Giovanni della Croce ha sperimentato e descritto come ‘notte oscura’ e che prima e dopo di lui abbastanza di frequente è stata considerata un’esperienza della dannazione e dell’inferno.

È il caso, per esempio, dell’esperienza di Abramo cui viene chiesto di sacrificare il figlio Isacco, di Giobbe provato da satana attraverso la morte dei congiunti, la privazione dei beni e le malattie fisiche, e di molti altri, tra i quali la condizione del servo sofferente descritta profeticamente da Isaia.

Ora: Cristo non si è incarnato in Gesù per far finta di soffrire della peggior sofferenza, ovvero quella dell’abbandono, ma ha davvero vissuto l’abbandono totale, a partire (o, forse, per culminare in) quello di Dio. Gesù vive l’assenza del padre, che è la definizione classica dell’Inferno. Cristo si è fatto maledetto per noi, si è fatto inferno per noi, dannato per noi. E tutto è partito – per ciò che riguarda il periodo della Passione – dalla cosiddetta Ultima Cena.

La Cena è condivisione. La vita di Gesù è inconcepibile senza la dimensione della condivisione con altri, scelti nella piena libertà. Per questo Giuda, il traditore, siede al suo tavolo. Non è un errore e nemmeno una necessità: è una libera scelta di Gesù. Così come siedono, assieme a lui, tutti gli altri che lo abbandoneranno nel punto peggiore della sua vita: subito prima della morte. Gesù morirà solo.

La condivisione arriva a tal punto, da farsi donazione totale senza attendersi alcunché in cambio: il pane che è il suo corpo e il vino che è il suo sangue sono i simboli, ma anche la sostanza concreta, di questa sua realtà donata senza nulla ricevere in cambio. E non è che i suoi discepoli avrebbero potuto contraccambiare questo gesto, no. Cristo parla chiaramente, e dice loro che in quella autodonazione loro non possono seguirlo. Lo faranno solo dopo che Egli sarà risorto. Anche in questo caso, la donazione del proprio corpo e del proprio sangue per loro è del tutto gratuita, libera fin dall’inizio, senza alcuna aspettativa.

L’ora di Gesù, che è venuta, è un’ora definitiva, è il momento della definitiva dipartita di Gesù da questo mondo, e lui lo sa bene. Quando perciò si accinge a lavare i piedi dei suoi discepoli, sta confermando con un gesto di purificazione e di servizio che la sua morte – di cui è già a conoscenza, avendo intrapreso un cammino senza ritorno – è passaggio affinché tutti coloro che hanno deciso di seguirlo in questa sua via di donazione totale, possano farlo veramente. Non adesso, ma dopo la sua Resurrezione: infatti, la forza per farlo non è umana, bensì divina.

Il Capodanno e il tempo ciclico

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Giuseppe Vermiglio – Natività e adorazione dei pastori, 1622.

Lo sapevate che ci sono due modalità di pensare il tempo che confliggono tra di loro, ovvero il tempo ciclico e il tempo lineare?

Il tempo ciclico è tipico delle civiltà antiche, per esempio di quella greco-romana, tanto per indicarne una vicina a noi, ma anche di alcune di quelle contemporanee. Gli eventi disseminati tra due momenti principali della natura, la rinascita e la morte, si ripetono in una eterna riproposizione dell’uguale, e non sono solo memoria di qualcosa di mitico accaduto fuori del tempo (c’è sempre un riferimento al mito, nelle civiltà, anche nella nostra!), ma vero e proprio accadimento del medesimo modello.

Il tempo lineare, invece, è tipico dell’evento biblico-cristiano, in modo particolare legato a Cristo e al Nuovo Inizio definitivo segnato dalla Resurrezione. Con la Resurrezione, infatti, si pone un evento unico, faro per ogni altro evento umano e cosmico, spartiacque definitivo per ciò che vi era prima e ciò che vi sarà dopo, verso il compimento ultimo della risurrezione di tutti. Il tempo lineare è dovuto alla posizione della nostra esistenza di singole persone sulla retta (o, se volete, sulla strada colma di curve) della nostra vita rispetto a quella Resurrezione, primizia tra tutte le altre.

Il Capodanno si pone senz’ombra di dubbio all’interno di una concezione ciclica del tempo,  riprendendo così una modalità antica di millenni, ma in riferimento alla visione cristiana, può diventare il segno del nuovo inizio, totalmente differente. Non a caso, il I gennaio si festeggia Maria Santissima Madre di Dio, colei che ha dato luce al Nuovo Inizio per eccellenza.

Auguri da parte mia. Che il 2017 sia un anno in cui accada almeno un poco di ciò che desiderate.

Secondo la Parola

Natale-GiorgioneÈ un hashtag e riguarda il Vangelo del giorno. #SecondolaParola

Mi è venuta l’idea di proporvi un tweet ispirato al Vangelo del giorno. Finora ne ho pubblicati quattro, che potete leggere al mio indirizzo @FabrizioVal1972. A proposito, perché non iscriversi?

La logica di questi tweet è il fantasy. Ovvero: è possibile coniugare il fantasy con il Vangelo? Certo che sì, anzi! Il fantasy è forse una delle espressioni letterarie più adatte per comunicare il contenuto del Vangelo. Ora, non voglio certo fare il predicatore, ma mi piace l’idea di poter contribuire nel mio piccolo alla diffusione del Regno, che – come dice Gesù – è già tra di noi.

E allora, avanti con Twitter, il fantasy e il Vangelo. Nella colonna di destra ho inserito un gadget con gli ultimi tweet segnati da questo hashtag.

 

Tu sarai l’inizio – stesura /3, ovvero To much love will kill you

TOO-MUCH-LOVE.jpegFino a che punto è giusto amare? Senza limite, direte voi. Ma… sempre? E in ogni modo?

Questa è la tematica fondamentale di Tu sarai l’inizio. Trattandosi di un romanzo sull’amore – come dicevo, in modo specifico sul modo in cui gli uomini amano (ma forse anche le donne) – la questione è importantissima. Ogni stesura di romanzo ha, però, un momento in cui le cose devono apparire del tutto chiare al suo autore. Ammetto che per me molto a lungo non sono state tali.

Fino al momento della svolta. Che è arrivata, come già altre volte, sotto forma di sogno, in cui ero io che amavo e preferivo morire di amore, assieme a tutta l’umanità. Una situazione limite, ovviamente, che mi ha permesso però di comprendere come questa fosse la tematica fondamentale di tutta la storia e di come, inoltre, non potesse avere altra impronta che quella horror.

Perché chi mette a morte l’intero genere umano per vivere il proprio amore, in fin dei conti, non è il più grande carnefice della storia? O forse è solo un inguaribile romantico? Si sa, l’amore romantico (quello pieno e travolgente) è possibile solo nelle narrazioni, non nella vita reale. E, aggiungo io, grazie a Dio! Già Freddie Mercury cantava, d’altronde, che To much love will kill you (qui nella versione di Brian May del 1991).

Quando un uomo ama eccessivamente, senza limiti, perciò, la sua storia rischia di divenire un horror con i fiocchi. Tale, spero, sarà anche Tu sarai l’inizio.

Nel frattempo, se vi va, date un’occhiata a un altro paio di romanzi: uno si intitola Codice infranto (altri uomini che “amano”, ma in modo totalmente sbagliato) e l’altro Trasmissione inversa (l’amore come percorso privilegiato dell’insensatezza). Sono entrambi pubblicati dall’ottima Dunwich Edizioni.

Sui luoghi dei romanzi – Zoagli, ovvero La ragazza della tempesta e Veniva dal mare

I luoghi dei miei romanzi sono (quasi sempre) esistenti, anche quando si tratta di paesi totalmente inventati (come nel caso di Verulengo).

Esprimono caratteristiche proprie della mia gente, dei Veneti o dei Veronesi. La maggior parte delle volte, degli Italiani. In due casi particolari, però, ovvero La ragazza della tempestaVeniva dal mare, il paese è realmente esistente e l’ho descritto prima di esservi stato concretamente, per poi scoprire di averlo descritto piuttosto bene. Si tratta di Zoagli, bellissima località tra Rapallo e Santa Margherita Ligure, dove mi sono recato in vacanza in quest’ultima settimana. Località meravigliosa!

In questa cittadina avvengono gli accadimenti che portano Lidia Panfili a bussare alla porta di Riccardo Gaglioffi, a innamorarsene fino al punto di non poterlo più lasciare, nonché alle disavventure che la riguardano, soprattutto nel secondo volume e, poi, nel terzo (che deve ancora essere pubblicato).

Perciò, perché non dare un’occhiata non solo alle fotografie che pubblico in questo post, ma anche ai due romanzi pubblicati tramite Amazon? La ragazza della tempesta e Veniva dal mare vi aspettano!