Stabat mater – Il figlio di Maria

Il secondo racconto-meditazione che vorrei proporvi è incentrato su Giovanni (Yahochanan), unico discepolo maschio a rimanere ai piedi della croce, assieme alla madre di Gesù e a sua sorella, oltre a Maria di Clèofa e Maria di Magdala.

La testa è vuota, lo stomaco è vuoto. Ho vomitato quel poco che ero riuscito a mangiare. Quando l’hanno preso… io dormivo. Non solo io, a dire il vero, ma eravamo in molti. Oh mio Yeshua, come riuscirò a ripagarti della mia mancanza? Tu mi chiedevi di pregare con te, ma io… Un altro giramento di capo, mi appoggio al legno. Il tocco della superficie ruvida mi scuote, come se mi risvegliassi da un sogno per accorgermi che sono caduto in un incubo. Alzo gli occhi al cielo: le nuvole colme di pioggia, un tuono lontano che si espande nel silenzio irreale del mondo, poco distanti le mura di Yerushalaim, ma sopra di me il mio Signore.

Quant’è brutto, quant’è rovinato, quanto è sporco, di terra e sangue, quanto è un nulla, divenuto tutto il contrario di ciò che era stato. Stacco la mia mano dal legno e me la guardo. Non capisco, com’è possibile che mi trovi in questa posizione, inginocchiato di fronte al legno su cui è appeso il mio Signore? Alzo di nuovo gli occhi al cielo, e lo vedo ancora per poco, dal basso, perché una goccia mi cade nell’occhio. Ma non sta piovendo. È una goccia dagli occhi del mio Signore? Una sua lacrima che diventa la mia lacrima… oh, fosse così, piangerei delle sue lacrime.

Sento un lamento, guardo alla mia destra, dove Maryàm non riesce a stare nemmeno inginocchiata. È addossata a sua sorella, che la sorregge riempiendola di baci. Piange come se fosse già morto. Tremo, me ne rendo conto perché anche alzare di nuovo la testa verso l’alto diventa faticoso. Mi si tira il collo, però mi sforzo e punto gli occhi al suo corpo trafitto.

Eccolo. Il mio Signore non riesce a tenere la testa dritta, ma è caduta su un fianco e i suoi occhi ora puntano su di me. Guardami ancora, penso, guardami senza fine, tieni il tuo sguardo, irremovibile, non mi perdere, tieni gli occhi ben aperti, perché se tu non mi osservi più, io non esisto. Sento il dolore di tua madre come il mio, e il mio dolore… è senza parole. Non riesco a dir nulla. Dovrei essere di conforto a qualcuno, Signore? Ma io ho bisogno di conforto!

Non staccare gli occhi da me. Yeshua, però – lo vedo – li stacca per guardare Maryàm. Muove le labbra, ma non esce alcuna parola. Io riesco a mettere una mano sulla spalla della madre, lei mi guarda, poi alzo gli occhi sul figlio, e torno a guardarla subito dopo. Lei alza gli occhi su di lui, trova il coraggio di farlo. Non so cosa veda, perché li ha colmi di pianto. Poi, quando torno anch’io a osservare lassù, arrivano delle parole quasi bisbigliate, ma nel profondo silenzio di quel momento, riusciamo a sentirle.

“Donna, ecco tuo figlio!”

A chi si riferisce? Le si sta presentando, come per dire: guarda che cosa sono diventato? Ma poi volge gli occhi su di me, e allora capisco…

“Ecco tua madre!” aggiunge, dopo aver rivolto lo sguardo su di me.

Io? Suo figlio? Abbasso lo sguardo e mi fisso su Maryàm. Anche lei è sorpresa, però subito dopo mi guarda e tra i nostri sguardi scorre una complicità mai vissuta. Di colpo mi sento amato, di colpo mi sento abbracciato, perché gli occhi di Maryàm sono pieni di dolcezza nei miei confronti. Di colpo, sono divenuto figlio di Maryàm. Fratello di Yeshua.

“Ho sete…” La sua richiesta interrompe il nostro idillio momentaneo. Torniamo entrambi a guardare verso l’alto, ma adesso Maryàm non è più gettata su sua sorella, tutti siamo inginocchiati dritti, capaci di aspettare ciò che inevitabilmente accadrà.

“Movere!” sbraita un soldato nella sua lingua barbara.

Io mi faccio da parte, Maryàm viene gettata tra le braccia delle altre donne perché l’uomo non si cura del nostro dolore. Si affretta a prendere la canna per la spugna. L’hanno fissata a un rametto di issopo per prenderci in giro. Purifica con issopo… penso dentro di me, ma quel romano ha trasformato in uno scherno la più pura richiesta di purezza. Intinge la spugna in un contenitore con dell’aceto e poi la issa fino alla bocca del mio Signore, che trova la forza di spostare la testa per non berlo.

Il soldato abbassa la canna e la getta per terra e si allontana ridendo. “Rex Iudaeorum“, lo schernisce.

Sospiri. Vengono dall’alto. Mi alzo in piedi e prendo Maryàm con me. La abbraccio, lei mi si aggrappa. Entrambi guardiamo verso il nostro Signore. Sta farfugliando, dice qualcosa. Cerchiamo di ascoltarlo.

È solo un flebile fiato di voce. “Tutto è…” dice. Poi, solo un soffiar di vento conduce alle nostre orecchie l’ultima parola. “…compiuto”.

I suoi occhi erano chiusi. Un gelo mi pervase. Osservai il suo petto. Non si muoveva più. Strinsi ancora di più Maryàm. Lei continuava a guardare verso l’alto. Aveva capito? La fissai, iniziai ad accarezzarle la spalla. “Maryàm…”, dissi. Lei abbassò gli occhi su di me. Poi li rialzò, non capendo. Quindi di nuovo su di me, interrogativi. Pieno di lamento interiore, di grida sorde, le feci un cenno affermativo, e la sentii crollare su di me. Sua sorella la resse, la reggemmo in due. Portammo mia madre lontano da lì.


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