Con questo approfondimento voglio analizzare l’archetipo del mago ermetico attraverso la lente della tradizione filosofico-religiosa mediterranea, affrontando le connessioni che possiamo trovare (o per lo meno alcune di esse) tra il simbolismo di Hermes/Mercurio, il Corpus Hermeticum, la filosofia neoplatonica e la psicologia analitica junghiana. La mia indagine è stata in realtà preliminare alla manifestazione narrativa di questo archetipo nella mia storia fantasy “Storia di Geshwa Olers” (della quale sta per uscire il settimo volume, Il sole sulle bianche torri), esaminando il modo in cui personaggi quali Nargolìan, Milar Curatis, Dišan di Bierno, Onofererne e i maghi dei Diedipreia Fran incarnino le caratteristiche del “mago della parola” e rappresentino la magia come uno strumento di trasformazione interiore.

1. Hermes/Mercurio: il dio della parola e dell’ermeneutica

1.1 Il simbolismo originario

Nella mitologia greco-romana, Hermes (Mercurio per i Latini) è il messaggero degli dèi, ma è anche molto di più. Egli incarna, infatti, il principio stesso della comunicazione, dell’eloquenza e dell’interpretazione. La tradizione classica mette in rilievo che Hermes è il dio che articola il linguaggio comune, colui che dona agli uomini la capacità di nominare le cose e di organizzare rituali sacri. È una figura che sintetizza il potere della parola come strumento di mediazione tra il divino e l’umano, tra il visibile e l’invisibile.

Dal nome di Hermes deriva il termine ermeneutica (dal greco hermeneutikè), l’arte dell’interpretazione e della comprensione dei significati nascosti, una connessione etimologica che non è casuale: proprio Hermes fungeva da interprete (ánghelos, messaggero), traducendo i messaggi degli dèi in forma comprensibile agli esseri umani. Come sottolinea Platone nel Cratilo, Hermes è “dio interprete, messaggero, ladro, ingannatore nei discorsi e pratico degli affari, in quanto esperto nell’uso della parola; suo figlio è il logos” (407e-408a).

1.2 Hermes e la magia della parola

L’aspetto ermetico di questa divinità si manifesta nella capacità di operare trasformazioni attraverso la parola. Il caduceo, simbolo di Hermes, rappresenta il potere di guidare le anime nell’aldilà (psychopompós), oltre che la facoltà di armonizzare gli opposti, di creare equilibrio attraverso la mediazione verbale. Questa caratteristica diventerà fondamentale nella tradizione ermetica successiva, dove la parola pronunciata correttamente assume potere taumaturgico. Aspetto quanto mai importante per la “magia” tutta, ivi compresa quella narrata in Storia di Geshwa Olers.

Nel contesto mediterraneo, Hermes viene sincretizzato con il dio egizio Thot, scriba divino e inventore della scrittura geroglifica. Ed è proprio questa fusione culturale quella che genera la figura leggendaria di Ermete Trismegisto (“tre volte grandissimo”), autore mitico del Corpus Hermeticum, raccolta di scritti filosofico-religiosi dell’epoca ellenistica (II-III secolo d.C.) che hanno profondamente influenzato il pensiero occidentale e del quale ho già parlato in un paio di occasioni (qui, qui, qui e qui).

2. Il Corpus Hermeticum e la tradizione ermetica occidentale

2.1 Origine e natura degli scritti ermetici

Abbiamo già avuto modo di vedere in passato come il Corpus Hermeticum costituisca una raccolta di diciotto trattati (logoi) redatti da autori diversi in un ambiente di cultura greca nutrita di spiritualità egizia (più o meno posticcia), probabilmente circolanti in ambienti neoplatonici tra il I e il III secolo d.C. L’edizione critica di A.D. Nock e A.-J. Festugière, questi testi rappresentano una sintesi sincretica di elementi platonici, neopitagorici, stoici, biblici ed egiziani.

La tradizione ermetica considera anche l’Asclepius, testo fondamentale che descrive pratiche magiche come la telestikè, cioè l’arte di richiamare o imprigionare spiriti angelici o demoniaci all’interno di statue attraverso erbe, gemme e profumi. Questa dimensione operativa della tradizione ermetica è cruciale per comprendere il legame tra teoria filosofica, pratica magica e Storia di Geshwa Olers (vedi, per esempio, nel secondo libro della saga, La faida dei Logontras, le presenze della famiglia Logontras imprigionate nei grit-lah del Maniero).

2.2 La dottrina ermetica: conoscenza e trasformazione

La conoscenza esoterica (la gnosi) che i testi ermetici propongono, si basa su tre principi fondamentali:

  1. la corrispondenza universale: “Ciò che è in basso è come ciò che è in alto”, secondo la celebre massima della Tabula Smaragdina. Il che vuol dire (tra le altre cose) che il mondo fenomenico e quello spirituale sono speculari e interconnessi;
  2. la trasformazione attraverso la conoscenza: l’ermetismo insegna che la vera sapienza conduce a una metamorfosi interiore dell’adepto, che da essere materiale può elevarsi alla comprensione dei livelli superiori della realtà, principio caro a ogni spiritualità;
  3. il potere della parola sacra: la lingua, quando pronunciata secondo leggi divine, possiede efficacia operativa, capacità di modificare la realtà fisica e spirituale.

Quest’ultimo aspetto collega direttamente la tradizione ermetica alla pratica magica, intesa non come superstizione ma come scienza sacra basata sulla comprensione delle leggi occulte dell’universo.

2.3 La riscoperta rinascimentale

Un passo fondamentale nella ulteriore e recente diffusione dei contenuti del Corpus Hermeticum è costituito dal momento in cui esso fu portato a Firenze nel 1460 e tradotto in latino da Marsilio Ficino (1433-1499) per ordine di Cosimo de’ Medici. Questa traduzione, completata nel 1463, segnò l’inizio del revival ermetico rinascimentale. Ficino concepiva il platonismo come pia philosophia, una rivelazione divina che attraversava Ermete Trismegisto, Platone, Plotino fino al Cristianesimo e anche più indietro, ed era convinto che non vi fosse discrepanza tra l’insegnamento del Vangelo e tale pia philosophia.

Il neoplatonismo fiorentino integrò la tradizione ermetica con elementi pitagorici, cabalistici, alchemici e magici, creando quella che alcuni studiosi hanno definito “magia naturale” rinascimentale, ovverosia l’idea che la natura, correttamente compresa, possa essere manipolata attraverso le analogie cosmiche. Ed è proprio questo modo di concepire la “parola magica” che si trova alla radice della Lingua Onoferica di cui parla Storia di Geshwa Olers.

3. Neoplatonismo e magia: Plotino, Giamblico e la Teurgia

3.1 Plotino e il sistema delle emanazioni

Il neoplatonismo, il cui maggior rappresentante è senza dubbio Plotino (203/205-270 d.C.), rappresenta l’ultima grande sintesi filosofica del mondo antico. La dottrina plotiniana si articola attorno al concetto dell’Uno, principio primo ineffabile e trascendente da cui deriva l’intera realtà attraverso un processo di emanazione (proodos).

Secondo le Enneadi, l’Uno genera l’Intelletto (Nous), che a sua volta produce l’Anima del Mondo (Psyché), dalla quale deriva infine il mondo sensibile. L’obiettivo della filosofia plotiniana è il ritorno (epistrophé) dell’anima individuale all’Uno attraverso l’ascesi contemplativa (theoria) e l’esperienza estatica.

Plotino considerava la theoria filosofica come l’unico vero mezzo per liberarsi dai “sortilegi” o, meglio, dai lacci del mondo materiale. Come testimonia Porfirio (233/234-305 d.C.), suo discepolo, Plotino raggiunse quattro volte nella vita l’unione mistica con l’Uno.

3.2 Giamblico e la svolta teurgica

Con Giamblico di Calcide (250-330 d.C. circa), fondatore della scuola neoplatonica siriaca, il neoplatonismo subisce una trasformazione radicale. Nella sua opera De Mysteriis Aegyptiorum (I Misteri Egiziani), Giamblico sostiene che la filosofia razionale da sola non è sufficiente per raggiungere l’unione con il divino: è necessaria la teurgia, un insieme di pratiche rituali e magiche in parte dedotte dalla tradizione ermetica.

La teurgia giamblichea si basa su alcuni principi fondamentali, tra i quali:

  1. la gerarchia divina: secondo la quale il cosmo è popolato da una moltitudine di esseri divini, semidivini, angeli e demoni che costituiscono catene di mediazione tra l’Uno e il mondo materiale, concetto che influenzerà moltissimo i filosofi successivi, anche cristiani;
  2. l’efficacia dei riti: ovverosia attraverso preghiere, invocazioni, uso di erbe, gemme e profumi consacrati, il teurgo può entrare in contatto con i livelli superiori della realtà, aspetto che condivide con una iniziale trasformazione del cristianesimo gnostico verso un suo utilizzo magico (si vedano i papiri magici con le preghiere “cristiane” trasformate, e ritrovati a Nag Hammadi);
  3. la materia come ricettacolo del divino: laddove, contrariamente al disprezzo plotiniano per la corporeità e passato in alcuni pensatori del primo cristianesimo, Giamblico rivaluta la materia come potenziale veicolo di presenza divina (concetto in realtà fatto proprio da Sant’Agostino – contrariamente a quanto troppo spesso si pensa – che considera la carne come il “mezzo” della salvezza).

Come sottolinea la tradizione neoplatonica successiva, la teurgia rappresenta una sintesi tra l’approccio razionale della filosofia e la dimensione misterica della religione. Questa tensione tra rivelazione e indagine dialettica rimarrà irrisolta fino alla sciagurata chiusura della scuola platonica di Atene nel 529 d.C. per decreto dell’imperatore Giustiniano.

3.3 Proclo e la sistematizzazione finale

Proclo di Costantinopoli (412-485 d.C.), ultimo grande esponente del neoplatonismo pagano, porta alle estreme conseguenze la teologizzazione del platonismo iniziata da Giamblico. Nella sua opera sistematizza una complessa gerarchia metafisica in cui ogni livello di realtà è presieduto da divinità del pantheon ellenico, recuperando così il politeismo tradizionale all’interno di una cornice filosofica monistica.

Per Proclo, i veri agenti della teurgia sono gli dèi stessi, non gli esseri umani: la teurgia è quindi superiore a ogni conoscenza puramente umana. Il filosofo-teurgo diventa così una figura carismatica che, attraverso la magia, può entrare in contatto diretto con le catene divine, affermando la propria superiorità spirituale sugli altri mortali.

4. L’archetipo del Mago nella psicologia analitica di Jung

4.1 Gli archetipi e l’Inconscio collettivo

Carl Gustav Jung (1875-1961) sviluppò la teoria degli archetipi come modelli universali di comportamento che emergono dall’inconscio collettivo, un patrimonio psichico ereditato dall’intera umanità. Tali archetipi si manifestano nei sogni, nei miti, nell’arte e nella religione di tutte le culture.

L’influenza della tradizione ermetica e gnostica sul pensiero junghiano è ben documentata. Jung non si identifica tout court con lo scientismo positivista, ma trae il suo pensiero, oltre che dalla psichiatria ottocentesca, dalla filosofia e dalla letteratura romantica, dalla gnosi, dall’alchimia e dalla tradizione ermetica.

Jung condivide con l’esoterismo alcune idee fondamentali come il principio di corrispondenza (“come sopra, così sotto”), la concezione della Natura come organismo vivente, il ruolo centrale dell’immaginazione creativa. Tuttavia, Jung traduce l’esperienza della trasmutazione alchemica nella più laica “individuazione”, cioè il processo di integrazione della personalità totale, riconducendo il sottofondo comune dei simboli non alle concordanze di una Tradizione primordiale, ma alla teoria dell’archetipo fondata sul metodo comparativo.

4.2 L’Archetipo del Mago: caratteristiche e funzioni

E giungiamo al Mago. Nel sistema dei dodici archetipi elaborato dalla scuola junghiana, il Mago rappresenta il potere della trasformazione e della conoscenza profonda. Le sue caratteristiche principali includono. Ha padronanza della conoscenza esoterica e delle leggi universali, capacità di operare trasformazioni nella realtà attraverso volontà e comprensione, visione penetrante oltre le apparenze, eloquenza e potere della parola, oltre che capacità di mediazione tra mondi diversi (materiale/spirituale, conscio/inconscio). Però il Mago è anche caratterizzato da alcuni aspetti negativi (che Jung categorizza con il concetto di Ombra): una certa arroganza intellettuale, la manipolazione degli altri, l’isolamento dalla comunità, l’abuso di potere e la credenza nella propria superiorità, tutti aspetti che ritroviamo in modo particolare in Storia di Geshwa Olers, nel protagonista principale della magia, ovverosia nel suo creatore, Onofererne.

Il Mago è essenzialmente ambiguo: può essere Merlino che guida con saggezza, o può trasformarsi nel mago oscuro che usa la conoscenza per fini egoistici. Questa dualità riflette la tensione intrinseca della conoscenza esoterica, che può elevare o corrompere.

4.3 Il Mago è signore del Logos

Nel pensiero junghiano, il Mago incarna il principio del Logos, che è la parola creatrice, il pensiero che ordina il caos in cosmo. Ed è proprio questa caratteristica a collegarlo direttamente a Hermes del quale abbiamo parlato all’inizio, dio dell’eloquenza e padre del logos secondo la tradizione platonica.

Il Mago comprende, infatti, che la realtà può essere modificata attraverso il linguaggio simbolico, attraverso formule, incantesimi, invocazioni. Se vogliamo, come ho avuto modo di argomentare in un articolo pubblicato sulla Rivista di Ascetica e Mistica, non si tratta di superstizione: il linguaggio magico agisce sulla psiche profonda, riorganizza le strutture archetipiche, crea nuove possibilità di essere. Qui puoi trovare quell’articolo. Ma ne parlo anche qui e qui.

Come osserva Jung nel suo studio sull’alchimia, il processo di trasformazione magica è essenzialmente un processo di trasformazione interiore: “La trasmutazione dei metalli è una proiezione della trasmutazione dell’anima”. Il vero potere del Mago non risiede nel dominio sulla natura esterna, ma nella comprensione e padronanza delle leggi che governano il mondo interiore.

5. Il Mago Ermetico nella “Storia di Geshwa Olers”

5.1 Nargolìan Asergnac: il Mago della parola

Torneremo a parlare di Onofererne, ma prima di tutto soffermiamoci su Nargolìan, amico di Geshwa Olers e rappresentante perfetto dell’archetipo del mago ermetico nella sua forma più pura: il potere attraverso la conoscenza della Lingua Onoferica, linguaggio magico che permette di modificare la realtà. La sua progressione da Iniziato ad Apprendista rispecchia il percorso iniziatico tipico delle tradizioni ermetiche, dove la vera magia si acquisisce gradualmente attraverso l’apprendimento, la disciplina e la trasformazione interiore.

La natura della Lingua Onoferica: nel Mondo di Stedon, dove è ambientato Storia di Geshwa Olers, la magia si manifesta attraverso una lingua artificiale creata da Onofererne (Rolalion/Eu-Ahalan), figura che fonde elementi del mito di Ermete Trismegisto con motivi prometeici. Questa lingua nasce dall’unione dell’Antico Grodestiano con elementi della lingua elfica (che nella Storia sono angeli), il che rappresenta un modo per ripresentare la struttura del Corpus Hermeticum quale sintesi di sapienza greca ed egizia.

La creazione della Lingua Onoferica rappresenta metaforicamente il potere dell’ermeneutica: attraverso la corretta interpretazione e pronuncia delle parole divine, l’uomo può accedere a poteri che normalmente appartengono solo agli dèi. E come nel Corpus Hermeticum, la conoscenza del linguaggio sacro conferisce potere operativo sulla realtà.

L’apprendistato magico: il rapporto maestro-allievo tra Asshar e Nargolìan rispecchia la struttura iniziatica della tradizione ermetica e neoplatonica. Asshar, come i maghi della scuola giamblichea, non mira solo a trasmettere una conoscenza teorica, ma guida l’allievo attraverso prove e trasformazioni che forgiano il carattere e potenziano le capacità innate.

Le prove che Nargolìan affronta – inclusa la missione nella Palude di Sobis per recuperare la Carta Maika, della quale si parla nel sesto volume, La guerra dei Gelehor – rappresentano il descensus ad inferos tipico delle iniziazioni misteriche mediterranee. Come Hermes psychopompós che guida le anime nell’Ade, Nargolìan deve confrontarsi con le forze oscure per emergere trasformato (sebbene l’esito in Storia di Geshwa Olers sia disastroso per tutto il mondo conosciuto).

La parola come potere: gli incantesimi pronunciati da Nargolìan (per fare due esempi, “Orfen Dišdonen” per evocare il fuoco, “Esz-ker” per respingere i nemici) dimostrano il principio ermetico della parola come forza operativa. La corretta pronuncia (uno dei principi fondamentali della magia secondo la tradizione) è essenziale: “Il primo principio fondamentale è la PRONUNCIA PERFETTA”, come viene insegnato nel mondo di Stedon.

Un aspetto, questo, che riflette la dottrina del Corpus Hermeticum secondo cui il linguaggio, quando articolato secondo leggi divine, possiede efficacia causale. Il mago non descrive la realtà, ma la crea attraverso la parola performativa, in un atto che ricorda il fiat lux della Genesi.

5.2 Onofererne: l’Archetipo del Primo Mago

Onofererne/Rolalion/Eu-Ahalan rappresenta l’archetipo del mago primordiale, colui che sfida gli dèi per donare il potere agli umani e per usarlo a proprio piacimento. La sua storia rispecchia sia il mito di Prometeo (che rubò il fuoco agli dèi) sia quello di Ermete Trismegisto (che trasmise la sapienza divina agli uomini), sebbene vi sia in Storia di Geshwa Olers un concetto fondamentalmente negativo di questo tipo di azione.

Onofererne, il creatore della Lingua Magica in Storia di Geshwa Olers, di Fabrizio Valenza.

Il tradimento divino: il rifiuto di Eu-Miron (primo re degli Umani, tra il mitico e lo storico) di fronte all’invenzione della magia da parte di Rolalion, e la conseguente trasformazione del suo nome in “Onofererne” (il Primo Vile, da on-ofer, “senza coraggio”), rispecchia la tensione tra un ordine divino che si considera stabilito una volta per tutte e l’innovazione umana che caratterizza molti miti di fondazione culturale, ma che in Storia di Geshwa Olers assume il senso sinistro di un desiderio sovrumano.

Questa ambiguità morale del primo mago – eroe civilizzatore per molti Umani, traditore pericoloso per i rappresentanti di Eus, il dio di Stedon – incarna perfettamente la natura liminale di Hermes, dio dei confini, degli incroci, delle zone di passaggio tra regni diversi.

L’immortalità attraverso la magia: la sopravvivenza di Onofererne per oltre cinquemila anni, inoltre, assumendo diverse identità (tra le quali Mantoc, Ordàkon, Mantorio III, Licòdeo, fino ad Asshar stesso, mentore di Nargolìan), rappresenta il tema ermetico della trasmutazione: il mago che ha compreso le leggi supreme dell’essere può trascendere i limiti della mortalità biologica, pur divenendo progressivamente sempre meno umano.

Qualcosa di assimilabile alla tradizione alchemica, dove la ricerca della pietra filosofale è anche ricerca dell’elisir di lunga vita.

5.3 I Diedipreia Fran: il Consiglio Magico come istituzione ermetica

Diedipreia Fran (Consiglio Magico del Regno di Grodestà, e prima ancora dell’Impero Grodestiano) rappresentano l’istituzionalizzazione della conoscenza ermetica, parallela alle antiche scuole filosofiche neoplatoniche (Alessandria, Siria, Atene). E proprio come queste scuole, i Franil custodiscono la tradizione, mantenendo viva la conoscenza della Lingua Onoferica e regolandone il corretto utilizzo; stabiliscono l’ortodossia, distinguendo tra Camminamenti Legali (della Piuma e della Luce) e Illegali (in modo particolare l’Oxata Odevaruran, Buio dell’Intelligenza), una riproposizione della tensione neoplatonica tra filosofia razionale e pratiche teurgiche. Ma loro compito è anche quello di formare gli adepti, attraverso il sistema Iniziato-Aiutante-Apprendista-Mago, garantendo così la trasmissione graduale della conoscenza magica. Infine, mediano tra potere temporale e spirituale: come i filosofi neoplatonici che tentarono di influenzare alcuni imperatori (Plotino nei confronti di Gallieno, e poi il caso di Giuliano l’Apostata), i Franil operano all’interno delle strutture politiche del mondo di Stedon per dirigerle.

La questione del Controllato Utilizzo della Magia: il Controllato Utilizzo della Magia, stabilito nel 5510 p.I., richiama i dibattiti storici sulla legittimità delle pratiche magiche. Giustiniano chiuse l’Accademia platonica di Atene nel 529 d.C. proprio per fermare la diffusione del neoplatonismo pagano e delle sue componenti teurgiche. Analogamente, l’Impero Grodestiano tenta di regolamentare la magia, riconoscendone il potere ma temendone l’abuso.

La figura di Hando I, che ridusse la lingua onoferica in conformità ai principi del Controllato Utilizzo, rappresenta il tentativo di subordinare il potere magico all’autorità politica, un tema ricorrente, questo, nella storia delle relazioni tra sacerdozio e impero, tra sapere esoterico (rivolto agli iniziati) e potere essoterico (aperto a tutti).

5.4 Milar Curatis e Dišan di Bierno: l’ambiguità del Mago

Questi due personaggi – protagonisti del secondo volume di Storia di Geshwa Olers, La faida dei Logontras – incarnano una volta di più l’ombra dell’archetipo del Mago, cioè il suo aspetto oscuro, manipolatore e pericoloso che emerge quando la conoscenza magica viene utilizzata per fini personali o viene corrotta dall’orgoglio.

Milar Curatis. Mago dei Logontras, Milar rappresenta il tema dell’amore familiare che spinge il mago oltre i confini etici. La sua specialità, cioè “forzare le porte del Regno di Eus”, indica il suo tentativo prometeico di violare i limiti tra umano e divino, tema centrale nella tradizione ermetica.

Milar Curatis, mago protagonista di La faida dei Logontras, secondo volume di Storia di Geshwa Olers, romanzo fantasy di Fabrizio Valenza.

L’evocazione delle Presenze degli antenati nella Casa dei Grit-lah richiama le pratiche necromantiche condannate ma segretamente praticate anche nel mondo antico. Come Giamblico sosteneva che la teurgia permettesse di entrare in contatto con i livelli superiori della realtà, Milar usa la magia per comunicare con i morti, cercando verità nascoste sul passato della sua famiglia.

La sua caratterizzazione ambigua (per alcuni è un traditore, mentre per altri è un protettore della famiglia) rispecchia la complessità morale del mago ermetico: possessore di conoscenze proibite, opera ai margini delle convenzioni sociali, guidato da codici etici personali che possono apparire incomprensibili o minacciosi agli outsider.

Dišan di Bierno. Il giovane mago degli Ailone, creatore dello “zoo” di chimere, rappresenta il tema faustiano della conoscenza che corrompe. La sua specializzazione nella creazione di esseri artificiali attraverso la magia richiama il mito del Golem, che in Storia di Geshwa Olers sono i Gelehor (Uomini di Fango) creati da Onofererne stesso, violando il divieto divino contro la creazione di vita artificiale. Vi è ovviamente un riferimento implicito alla tradizione golem della Cabala ebraica, dove il potere di animare l’argilla rappresenta il massimo livello di sapienza mistica, e ai dibattiti rinascimentali sulla magia artificialis, laddove filosofi come Agrippa di Nettesheim e Della Porta teorizzavano la possibilità di creare “automi viventi”.

L’evoluzione di Dišan da vittima impaurita a pericoloso antagonista dimostra come il possesso della conoscenza magica non garantisca saggezza morale. Come avvertiva la tradizione neoplatonica, il potere spirituale senza etica conduce alla corruzione e alla caduta.

La “Corruzione della Nebbia”. Il concetto delle tre corruzioni conseguenti fisicamente all’uso della magia (nebbia bianca, rossa, nera) che segnano la progressiva perdita di umanità del mago che opera magie illegali, rappresenta il tema alchemico della nigredo, la putrefazione che precede la rinascita, ma che può anche condurre alla dissoluzione definitiva se il processo non è controllato.

Asshar/Onofererne stesso, trasformato dalla corruzione della nebbia nera in “qualcosa di totalmente inumano”, incarna il destino ultimo del mago che persegue il potere assoluto: la trascendenza dell’umano può significare tanto divinizzazione quanto mostrificazione, a seconda del percorso scelto.

6. Conclusioni: l’archetipo perenne del mago mediterraneo

L’analisi condotta fin qui dimostra come l’archetipo del mago ermetico costituisca un continuum culturale che attraversa la tradizione mediterranea dal mito greco-egizio di Hermes-Thot, attraverso il Corpus Hermeticum, la filosofia neoplatonica, l’alchimia medievale e rinascimentale, fino alla psicologia del profondo junghiana e alla narrativa fantasy contemporanea di Storia di Geshwa Olers.

“Storia di Geshwa Olers” si inserisce in questa lunga tradizione non tanto come semplice ripetizione di motivi classici (talvolta si è fatta una simile affermazione, del tutto erronea a causa di una insufficiente conoscenza della materia…), ma come rielaborazione originale che mantiene viva la ricchezza simbolica dell’archetipo adattandola alla sensibilità contemporanea.

La creazione della Lingua Onoferica come sistema magico basato sulla parola richiama oltretutto la consapevolezza contemporanea del potere performativo del linguaggio, tema centrale nella filosofia del Novecento da Austin a Derrida. La magia non è superstizione prescientifica, ma metafora potente della capacità umana di modificare la realtà attraverso l’atto linguistico.


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