Il Corpus Hermeticum: la storia

inserto-marmoreo-nel453c34La storia del Corpus Hermeticum inizia nell’epoca tardo-antica, in Egitto. L’Egitto, tuttavia, appare quasi unicamente come cornice esterna di un sistema dottrinario a sfondo etico, nel quale si mescolano elementi platonici, aristotelici e stoici e dal quale non si possono escludere influssi giudaici. Rispondendo a esigenze spirituali di epoca tardo-antica, non è possibile escludere nemmeno profonde analogie con i sistemi gnostici né con la speculazione neoplatonica di quel periodo.

Il Corpus non comprende tutta la letteratura ermetica, fiorita a partire dal II secolo dopo Cristo.

In modo particolare, si chiude con l’Asclepio, di cui parlerò in seguito, e che tradizionalmente viene posto a chiusura del Corpus stesso. A Stobeo1, nel cui Florilegium (III e IV volume del suo Anthologion) si trova la più grande messe di frammenti ermetici (quarantadue brevi capitoli in tutto), si deve la conservazione di uno dei testi più suggestivi e affascinanti della letteratura ermetica, la Kore kosmou (la figlia del mondo, ma c’è anche chi intende, forse correttamente, kore come “pupilla”), che va aggiunto alla lista dei testi importanti, assieme ad altri testi tratti da Lattanzio2, Zosimo, Tertulliano e altri. Dopo Stobeo, le tracce della letteratura ermetica si perdono fino a Michele Psello, pensatore ed erudito bizantino del secolo XI. A partire da questo momento si può ritenere costituito il Corpus Hermeticum nella forma approdata in Occidente nel 1460.

Recentemente è stato possibile aggiungere una nuova tessera al complesso mosaico offerto dalla tradizione ermetica.

Alla fine del 1945 è stata scoperta nell’Alto Egitto, a Nag Hammadi, una grande biblioteca in lingua copta, appartenente quasi sicuramente a una comunità gnostica: tra i cinquantadue testi, tre lacerti sono stati riconosciuti sicuramente come ermetici, ovvero alcuni brani già conosciuti nel Corpus Hermeticum3, il Discorso sull’Ogdoade e l’Enneade4, del tutto nuovo, e un Asclepio5. Questi testi, considerati rappresentativi dell’ermetismo filosofico, vanno poi associati all’altro filone ermetico, quello magico-astrologico-alchemico, il cui testo più famoso è la cosiddetta Tavola smeraldina (Tabula Smaragdina), di cui possediamo le redazioni araba e latina e che venne considerata rivelazione di Trismegisto e in quanto tale studiata a fondo da alchimisti medievali e moderni. Il mondo arabo, direttamente o indirettamente, conobbe la tradizione ermetica e se ne trovano tracce perfino nella letteratura sanscrita a partire dal secolo IV, ma bisogna comunque aggiungere altri testi in latino, come il Liber XXIV philosophorum6 (della fine del XIII secolo) e il Liber Hermetis Trismegisti7. L’ermetismo influì in qualche maniera anche sulla cabala ebraica. Il Poimandrés, trattato con cui si apre il Corpus Hermeticum e che conferisce il nome all’intero gruppo dei primi quattordici trattati in seguito a un errore di traduzione del suo primo traslatore in latino, Marsilio Ficino, rimane a ragione il testo più famoso e più organico di tutta la tradizione ermetica.

L’edizione di A. D. Nock, per i trattati del Corpus Hermeticum, e quella di A. J. Festugière, per una parte dei frammenti, costituiscono l’indispensabile termine di riferimento. La prima traduzione italiana fu quella di Tommaso Benci, pubblicata nel 1548, sulla base tuttavia della traduzione latina di Marsilio Ficino. La raccolta del corpus si rivela unitaria: composta da 17 trattati o logoi, numerati dagli editori moderni da I a XVIII, sebbene il XV sia poi stato eliminato, mantenendo la numerazione, si chiude con l’Asclepius, o Discorso perfetto8, uno dei più importanti trattati dell’intero ermetismo.

1 Scrittore bizantino del V secolo, forse pagano, conosciuto per l’opera intitolata Anthologion, raccolta di autori greci suddivisa in due parti: due libri di Ecloghe e due libri di Florilegium.

2 Lattanzio citò più volte il Corpus Hermeticum e altri testi ermetici, e nelle Istituzioni divine II 8,68 ebbe a dire che: “le opere di Dio si vedono con gli occhi, ma come le abbia fatte, non lo si può vedere nemmeno con la mente, perché, come dice Ermete, quello che è mortale non si può accostare a quello che è immortale, il temporaneo all’eterno, il corruttibile all’incorrotto, cioè non può avvicinarsi a lui e raggiungerlo con la comprensione”. Sempre in Istituzioni divine I 6 sostiene che “Egli [Trismegisto] scrisse libri – molti, in effetti, che si riferiscono alla conoscenza delle cose divine – nei quali sostiene la maestà del Dio Supremo e Unico, e lo chiama con gli stessi nomi che anche noi usiamo: Signore e Padre. Affinché nessuno chieda quale sia il suo nome, egli dice che è «senza nome», dato che non ha bisogno di essere designato in modo particolare, poiché egli è soltanto Uno, per così dire. Queste sono le sue parole: «Dio è Uno; ma l’Uno non ha bisogno di alcun nome; egli è l’Ente senza nome». Per questo Dio non ha alcun nome, perché è l’Unico e perché non sussiste bisogno alcuno di una particolare designazione, eccetto che debba essere operata una distinzione nel caso di una molteplicità, per indicare ciascun individuo con la sua specifica caratteristica e denominazione. Per Dio, però, poiché egli è sempre l’Uno, il nome appropriato è Dio”.

3 Si tratta della Preghiera di Ringraziamento e del Discorso Perfetto, già presenti nella versione latina dell’Asclepius.

4 Nel quale viene descritto il bacio sacramentale che il mistagogo porge al discepolo, atto dalle profonde connotazioni ermetiche che allude al viatico iniziatico e alla conseguente trasmissione del Sapere.

5 Dal numero 21 al numero 29.

6 Di un anonimo, il Liber XXIV philosophorum (il cui titolo compare anche in altre versioni, quali Liber de causa prima, Liber de maximis, Liber definitiorum de Deo) “contiene ventiquattro definizioni di Dio e nel Medioevo fu attribuito a Ermete Trismegisto o addirittura a Empedocle. Offre un succinto compendio della dottrina neoplatonica cristianizzata di Dio […]. Ventiquattro filosofi riuniti rispondono alla domanda su che cosa si aDio e offrono altrettante definizioni della sua essenza. Le prime sette definiscono Dio in sé e per sé, quelle dall’ottava alla ventesima lo delimitano in rapporto al mondo e quelle dalla ventunesima alla ventiquattresima in relazione all’anima. I concetti utilizzati provengono dalla tradizione della teologia razionale di stampo neoplatonico e neopitagorico (Boezio, Asclepio, Macrobio, Dionigi Pseudo-Aeropagita). Non è da escludere neppure un influsso della filosofia araba” (Franco VOLPI, Dizionario delle opere filosofiche, Milano: Bruno Mondadori Editore 2000, pag. 40).

7 Si tratta di un trattato astrologico che si è conservato a noi solo nella traduzione latina dell’originale greco.

8 Dal titolo del testo greco, perduto, Λόγος τέλειος.

 

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