Bambini, gli ultimi del mondo

Si dice normalmente che gli elementi più deboli della società siano bambini, anziani e donne. Sono piuttosto scettico (e forse politicamente scorretto) che le donne siano elementi deboli; piuttosto, talvolta ancora discriminate. Gli anziani sono deboli per via delle forze che vengono meno, non certo per il peso sociale che hanno nella società italiana attuale, forse eccessivo, ma anche questa idea potrà suonare un tantino politicamente scorretta. E va bene comunque. Ciò di cui sono convinto, è che i veri deboli della società siano i bambini.

I bambini sono non soltanto discriminati (sulla base del colore della pelle, della provenienza dei genitori, sulla bellezza fisica, sul censo della famiglia, sulla maggiore o minore furbizia del bambino, sulla sua maggiore o minore intelligenza, ecc, come ho modo di constatare giorno dopo giorno, lavorando nella Scuola dell’Infanzia), anche vessati da ogni forma di imposizione che gli adulti vogliano calare su di loro.

Se non lo sapete, ve lo dico io. È pur vero che ogni persona ha la sua indole e che, questa indole, la si vede fin da quando la persona è un bambino, ma ogni bambino tende ad accontentare l’adulto, in tutto e per tutto. Se gli si chiede di volare, tenterà di volare anche essendo una tartaruga. Guardate, non sto scherzando, ma mi rendo sempre più conto di come la nostra società sia basata su un’istruzione e un’educazione (sia essa scolastica, famigliare o ambientale) che non sono altro che il principio del: piega il legno finché è verde, perché dopo si spezzerà. Detto così appare più brutale di quanto possa sembrare. La verità è che l’educazione di per sé è un’azione “brutale”, anche se di una brutalità socialmente accettata, condivisa, ritenuta minima per il bene del bambino, che così crescerà, imparerà a vivere nel mondo e a confrontarsi con gli altri.

Ci può stare, senza però sottovalutare lo sforzo continuo che viene richiesto ai bambini. Ogni bambino fa davvero del suo meglio per innalzarsi al livello che gli viene richiesto. Provate a pensarci: dal nulla deve imparare cos’è una regola, deve imparare a riconoscere lettere e suoni, associarli per poterli scrivere e farlo nel modo giusto, deve imparare a quantificare e a raggruppare, deve imparare a giocare assieme agli altri, a non litigare, a non fare a botte, ad andare a fare i suoi bisogni davanti a perfetti sconosciuti, a cambiare classe in continuazione, ad abituarsi in continuazione a nuove persone. Non vi sto parlando delle Primarie (le vecchie Elementari), ma della Scuola dell’Infanzia (il vecchio Asilo). Tutto questo dev’essere raggiunto entro fine Infanzia, anche se non nella forma completa ed esaustiva che  già può contemplare un corso di primo anno delle Primarie. Insomma, già l’educazione è una forma di obbligo, costrizione, che chiede di andare talvolta contro le volontà del bambino.

Ma non è di questo che voglio parlarvi. L’argomento importante, per me e per questo post, è il modo in cui la nostra società approfitta dei bambini al di là del concetto di educazione, senza il concetto di educazione, sformando e sfigurando il concetto di educazione.

I bambini sono il target preferito dal mondo del commercio (veicolato nelle vendite da quel codice a barre che una leggenda metropolitana raccontava essere incorniciato dai numeri 666, erroneamente considerati il Numero della Bestia apocalittica). Ogni festa e ogni occasione è buona per vendere ai bambini o per i bambini: Santa Lucia, Natale, Befana, Pasqua, Carnevale, ora si aggiunge Halloween, ogni genere di film è pensato per sfruttare il desiderio dei bambini, escono musichette costruite apposta per sollecitare i neuroni dei bambini (no, non intendo le tagliatelle di nonna Pina, ma il Pulcino Pio, per esempio…). Ci sono mille occasioni per fregarsene altamente del significato delle singole feste e, anzi, storcerne il significato in modo tale che esse esistano per la vendita. Babbo Natale non è altro che questo, Santa Lucia forse sopravvive un poco, ma anche in questo caso, ormai, si vede una degenerazione consumistica, la Befana, poi, non parliamone. Tralascio le altre feste, soffermandomi solo su Halloween, una festa importata dagli USA di recente solo e unicamente con lo scopo di vendere di più, sfruttando la fascinazione nei confronti dei piccoli e dei giovanissimi (perché nessun Italiano adulto – e nemmeno giovane – può essere talmente idiota da divertirsi con Halloween, se non grazie all’aspetto più horror che arriva dai film). I genitori non si preoccupano minimamente delle conseguenze che possono avere le festività veicolate unicamente da un aspetto commerciale, non riflessivo, non educativo, non pensato. Non ne parlano, non sono nemmeno capaci di capirne da soli il significato, anzi, parte del problema sono gli stessi genitori. Se prima di far fare qualcosa ai figli riflettessero sulle conseguenze (non quelle immediate, ma quelle un po’ più lontane), forse qualcosa migliorerebbe, in questo Paese. Al riguardo, ho scritto un racconto, Famiglia fuori norma, pubblicato sullo Speciale Halloween 2012 della rivista online Horror drEaMagazine.

I bambini sono il target preferito dalla violenza. Sono malleabili, si fidano, in molti casi sono furbi, è vero, ma la loro furbizia è sincera ed è fin troppo facile piegarla. Ci vuole solo convinzione. È una cosa tremenda che, quando la loro fiducia sia al punto massimo (una fiducia pulita, bella, colma di speranza), gli adulti siano capaci di approfittarne per ottenere qualcosa che interessa solo al mondo degli adulti. Che stiano zitti, che stiano tranquilli, che facciano la nostra volontà, che non ci diano troppo disturbo, che non ci attirino la vergogna, che credano a ciò in cui crediamo noi, che non esprimano ciò che sono, che esprimano ciò che la società si aspetta da loro, che esprimano ciò che noi ci aspettiamo da loro ma che non è minimamente nelle loro corde… ce ne sarebbero di casi, ma non si finisce più. Credo che le degenerazioni più frequenti verso i deboli siano nei confronti dei bambini.

La verità è che, spesso, gli adulti sono degli orchi.

Mi rendo sempre più conto che tra le tematiche in cui sguazzo di più, c’è proprio quella dell’infanzia violata, abusata, spezzata. Ricorre praticamente in ogni cosa che ho scritto, a parte un paio di testi. Non vi preoccupate, non ho subito alcuno shock, quand’ero piccolo. Anzi, la mia infanzia è stata decisamente felice. Forse, la motivazione che mi spinge a puntare gli occhi così spesso su questi abusi è proprio la forte presenza in me di un mondo dell’infanzia ancora intatto, capace di conservare i connotati magici e unici che la caratterizzano (o dovrebbero caratterizzarla, stando agli studi di psicologia). Non si deve correre il rischio di pensare che chi scrive horror, lo fa perché ha vissuto chissà quali sciagure o traumi nell’infanzia (come talvolta chiedevano a Stephen King, cf. On Writing, cosa che lui ovviamente respingeva, non essendo assolutamente vera).

Già in Storia di Geshwa Olers si nota quest’attenzione. Il protagonista, Geshwa, è un ragazzo di sedici anni, è vero, quindi tra l’infanzia e la giovinezza, ma il suo cuore è ancora quello di un bambino; anzi, è stato tenuto come se fosse un bambino. Un sopruso bello e buono, come – in buona sostanza – tutto ciò cui andrà incontro. Molto significativa, secondo me (ma anche per la mia psicologa :-D), la scena in cui il ragazzino si perde nel bosco, incontra un orco che imita suo padre, fugge e viene soccorso da una donna che non è una vera donna, ma una fada, un essere che vuole ucciderlo. Freud avrebbe indubbiamente qualcosa da dire.

In Commento d’autore c’è la presenza di Laura, la bambina del protagonista Cesare Ombroso, che si rivela essere vittima (e non solo) di una famiglia non proprio ben riuscita. Il finale, a mio modo di vedere (e con il supporto di un bravo esorcista), lascia interdetti.

In Notte senza uscita, il protagonista Gianluca si trova costretto a riesumare Il Terrore dell’infanzia nel corso di un esperimento… particolare.

In Strega si assiste alle tremende conseguenze che pensieri e decisioni prese con eccessiva leggerezza da una madre fragile hanno su una figlia, diciamo così, innocente. Cosa mai potrebbe recriminare, in fin dei conti, la madre alla figlia?

Nella raccolta di racconti L’alieno nella mente vi sono diverse storie che focalizzano sui bambini. La Tana del Nero racconta, in fin dei conti, di bambini lasciati a se stessi. Chiamati a raccolta parla del peso che una ragazzina si ritrova a reggere sulle spalle dopo il disastro dello Tsunami giapponese. Lassù è meglio mostra in che modo un governo terrestre in forte decadenza possa manipolare la mente dei giovani.

Per finire, la storia horror che sto scrivendo in questo periodo è, forse, la cima raggiunta in questo tema, per quel che mi riguarda. La storia più dura, più abietta e difficile da scrivere. Qui i bambini si fanno cattivi, decidono di rispondere per le rime… a loro modo.

L’infanzia distrutta. L’infanzia derubata e sfruttata. L’infanzia mietuta, come a Newtown. Sembra sia sempre più difficile rendersi conto che nascere – in realtà – sia l’unica cosa capace di cambiare radicalmente il mondo, come mi è capitato di scrivere in questo post pubblicato sul blog de Il libro ritrovato.


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