31 – Rito

E dopo aver riflettuto sul Natale e sul concetto di sacro, non ci rimane che approfondire quello di rito. Potrebbero esserci delle sorprese, a partire dalla consuetudine giornaliera che ciascuno di noi ha con questa realtà.

Iniziamo da una definizione: dal vocabolario Treccani veniamo a scoprire che il significato del termine latino ritus è affine al greco arithmós (che vuol dire “numero”) e al sanscrito ṛtá– (che vuol dire “misurato” o, al genere neutro, “ordine stabilito dagli dei”). E già con questi due aspetti, possiamo vedere come il rito, che sarebbe quel complesso di norme e di atti che regolano una celebrazione sacrale, sia legato da un lato alla necessità di una logica interna e consequenziale fatta di rapporti che donano senso (quel che significa, stringi stringi, il concetto di numero) e dall’altro a un significato che deriva da una realtà in qualche modo considerata esterna al piano esistenziale dell’essere umano. Allora, alcune domande:

  • se il rito ha una logica interna, costituita da rapporti che donano senso, per il partecipante al rito (e non solo per l’officiante) deve essere possibile cogliere il significato di questa logica. Di più, deve essere possibile per il partecipante… partecipare alla logica interna del rito, motivo per cui deve trattarsi di un rito che interpelli direttamente la persona, ovvero che sia in grado di interrogare, di suscitare, di muovere qualcosa dentro di lei. Inoltre,
  • se il rito è un ponte di significati che ci conducono a un piano considerato esterno a quello esistenziale dell’essere umano, ciò vuol dire che con il rito l’essere umano partecipa a qualcosa che non lo riguarda, in quanto sacro, cioè totalmente altro? In che modo, perciò, il rito, comunicando qualcosa che deriva da una realtà esterna – quella divina – può riguardare l’essere umano e permettergli di partecipare realmente al rito stesso?

Abbozzo alcune risposte. Perché forse è il caso di rivedere che cosa intendiamo con il termine rito.

1 – Forse il rito è sì un ponte per il quale entriamo in contatto con il divino, ma il problema nasce se consideriamo il divino come esterno a noi. Se il divino è esterno, e cioè quello che chiamiamo Dio è in qualche modo profondamente diverso e, soprattutto, SEMPRE diverso dall’essere umano, allora il ponte va attraversato, l’essere umano diviene qualcosa di diverso da se stesso e il rito è in realtà una sorta di porta che permette di accedere a un livello che ben poco ha a che spartire con il piano esistenziale dell’uomo e della donna di ogni giorno. Se invece il divino è interno a noi, e quindi Dio è la nostra parte più originaria e intima, parte dalla quale la nostra verità deriva, l’essere umano attraversa, con il rito, un ponte che però lo conduce verso se stesso e verso il divino che è in tutti gli esseri umani. Il rito, perciò, può essere considerato come la strada per scoprire più che mai l’umano che è in noi. Un umano… divino.

2 – Forse il totalmente altro che è il divino ha come principale scopo di dire alla nostra coscienza che anche noi siamo “totalmente altro” da ciò che giornalmente e quotidianamente ci consideriamo: soprattutto l’uomo occidentale, considera se stesso in modo prevalente come immerso nelle faccende e in una serie di valori socio-economici che tendono a privarlo di ogni senso ulteriore che non sia quello della mera quotidianità. Ma il rito permette all’uomo di ritrovare la propria dimensione originaria, che è quella di un esterno divino che è però a noi interno, un di-più-infinito che è nella nostra finitezza.

3 – Il rito, allora, ha senso solo se ci aiuta a riscoprire e a rientrare in noi stessi, mostrandoci l’ulteriorità divina di cui siamo fatti. Il rito permette di ritrovare noi stessi.

Una domanda finale: se il rito non dice tutto questo a chi vi partecipa, non se ne può fare una colpa al partecipante. I riti hanno per lo più perso la loro forza comunicativa, perché ormai appaiono slegati dalla realtà della persona che cerca in essi qualcosa di più. Purtroppo, spesso – per non dire quasi sempre – si ritrova solo lezioncine moraleggianti, liturgie banalizzate da chitarre mal suonate e canti pseudo-pop mal cantati (e un giorno approfondirò il concetto di “pop”, la cui miglior definizione è “tu vali perché io valgo”: perciò, che cosa c’entra con il rito liturgico?), per non dire astruse regole relative alla purezza necessaria per potervi partecipare (sì, ancora oggi nel cristianesimo si ritrovano simili arcaiche posizioni, legate a una discutibile interpretazione di 1800 anni fa, che ha finito per banalizzare il battesimo).

Perciò, ecco la domanda: non sarebbe il caso di ripensare quasi da zero le modalità del rito, costruendolo sulla base dell’esistenza attuale dell’essere umano? Forse sarebbe in grado di parlare ancor oggi, e le liturgie non finirebbero per essere – come quasi sempre – vuote litanie di abitudini per lo più incomprensibili.


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