Per non conoscere le proprie emozioni

C’è stato un tempo in cui non mi conoscevo affatto. Spesso mi trovavo immerso in stati d’animo che non sapevo interpretare, in situazioni emotive che prendevano il sopravvento su di me e sulle mie decisioni, fino al punto da spingermi in scelte o in situazioni delle quali poi mi pentivo, o che, con l’andare avanti del tempo, avrei sentito come strette. Vicende che non consideravo per nulla adatte a me. Quando mi guardavo indietro, mi chiedevo come avessi fatto a ficcarmici, e recriminavo su me stesso, finendo per ritenermi una sorta di banderuola, che cambiava idea a ogni minima contrarietà. Mi dicevo perfino che mancavo di spina dorsale, esprimendo duri giudizi su me stesso. 

Al di là di questi giudizi – che però, sono sicuro, ciascuno di noi ha rivolto a se stesso in più di un’occasione – è indubbio che determinate evenienze ci portino a scontrarci con noi stessi, quasi mettendoci spalle al muro e obbligandoci a guardare in faccia la realtà. Una realtà che, a volte, siamo disposti a dire solo a noi stessi: mai, infatti, vorremmo mostrarci a qualcuno, nemmeno ai nostri familiari, per come ci vediamo nel silenzio della nostra solitudine o del nostro isolamento. Anzi, di solito tendiamo a costruirci delle reazioni pensate appositamente per far bella figura di fronte alle persone che, per un motivo o per l’altro, sono per noi più significative.  

Quel che non capiamo, è che è tutta una questione di percezione.

In altre occasioni, invece, capitava di essere dominato dalla sensazione di sapere cosa fosse più giusto per me, senza però avere la forza necessaria per mettere in pratica le mie decisioni. Con la conseguenza che mi lasciavo andare ad azioni che, con il famoso “senno di poi”, mi rendevo conto non appartenermi.  

Potrei raccontarvi molte di queste situazioni, come ad esempio di quando, giunto al termine del terzo anno delle Medie (quelle che oggi si chiamano Scuola Secondaria Inferiore, forse per nobilitare un grado scolastico che continua a essere un disastro pedagogico), avevo una buona percezione personale della scuola che avrei voluto frequentare in seguito, il Liceo Classico. In quel periodo iniziavo a scrivere: poesie, qualche racconto, materiale che custodivo gelosamente in un cassetto. Come ogni ragazzo di quell’età, avere un confronto con un adulto che – almeno in teoria – avrebbe dovuto saper consigliare, era fondamentale. Decisi perciò di consultarmi con la mia professoressa di Italiano sulle mie intenzioni. Non so perché scelsi proprio lei: non godeva della mia stima, e la trovavo piuttosto antipatica e insignificante. Però, mi dissi, era pur sempre la professoressa della materia che avrei voluto approfondire con un mio personalissimo percorso. Quando però le dissi del Classico, lei strabuzzò gli occhi e, agitando le mani, mi disse: “Tu il Classico? Non sei assolutamente adatto!”. Tanto fu sufficiente al Fabrizio che ero a 14 anni, per farmi retrocedere dalla mia preferenza, e portarmi a fare una scuola che non mi interessò fin dal primo momento: Perito Aziendale e Corrispondente in Lingue Estere (avete visto quante maiuscole? All’epoca, quella scuola era considerata la scuola del futuro). C’è da pensare, con il senno di poi, che abbia scelto di confrontarmi con lei proprio per ottenere un parere negativo, così da non credere nella mia personale intuizione.

Assurdo, direte voi. In effetti! Ma lasciate che vi faccia una domanda: quante volte anche voi avete effettuato delle scelte che sembrano andare in direzione opposta ai vostri desideri, e poi ve ne pentite?

Qualcun altro dirà: quanti quattordicenni sono, in fin dei conti, capaci di capire autonomamente la propria strada? Il che è vero, ma si direbbe che io, invece, l’avessi capito. Il punto è che per un qualche motivo, decisi di sabotarmi. Paura del successo? Può essere. Ma se perseverare è diabolico, forse dentro me abitava un piccolo diavolo che voleva farmi fare brutta figura ai miei occhi (un po’ come la famosa sfilata in chiesa, “modello Giuditta”, nel film di Benigni). Infatti si presentarono ben altre situazioni nelle quali sapevo bene cosa avrei o non avrei voluto fare, ma quasi puntualmente accadeva che permettessi ad altri di prendere le decisioni al posto mio: una bella liberazione dalle responsabilità, non trovate? Purtroppo, però, mi ritrovai a lavorare in banca (fu mia madre ad iscrivermi a tre concorsi, vincendone ben due, ma – detto per inciso – era un lavoro che odiavo con tutto me stesso); non iniziai il cammino di postulandato presso l’Ordine Francescano a diciannove anni (si tratta di un percorso che permette di entrare a far parte di un ordine religioso, ma anche in questo caso, i miei genitori si opposero a tal punto, che io non trovai risorse dentro di me per fare la mia scelta in piena autonomia), e via dicendo. C’erano sempre altri che decidevano per me, e io glielo permettevo, pur sapendo molto bene cosa volessi.

Era come se mi mancasse l’energia sufficiente per trasformare il mio desiderio, la mia intuizione, in un atto concreto e definitivo. 

Il punto è questo: all’epoca avevo 21 anni, e mi trovavo ormai in quella fascia d’età in cui una persona decide da sola ciò che vuole fare. 

La mia incapacità di autodeterminarmi, pur percependo molto chiaramente i miei desideri, indicava che c’era qualcosa che continuava a impedirmi di prendere delle decisioni a dispetto di tutti gli altri, come se io stessi facendo mia una volontà ostile che non mi apparteneva, capace di opporsi ai miei desideri e al sogno che nutrivo su me stesso. Che impedimento era? C’era davvero un diavoletto dentro di me, pronto a crearmi problemi?

La risposta è semplice, eppure spesso profondamente misteriosa per la maggior parte delle persone: non conoscevo le mie emozioni. E, non conoscendo le mie emozioni, non capivo nemmeno i miei sentimenti. Non sapendo chiamare per nome né le prime né i secondi, non ero in grado di rendermi conto che sceglievo sempre l’opposto rispetto alle mie intuizioni per motivi legati proprio a quelle emozioni e a quei sentimenti. 

(tratto da Il cavatappi della personalità)


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