Il simbolismo della consegna – Venerdì santo

img.2Come la mettiamo con ciò che accadde a Gesù a partire dall’orto degli ulivi? Egli stesso si consegnò nelle mani del Padre, quando disse che fosse compiuta la Sua volontà e non quella propria di Gesù. Ed è proprio a partire da questa sua ferma volontà di Figlio che si compie la consegna.

Non c’è un Gesù battagliero, qui, e come per tutta la Passione – e perfino per la Resurrezione – Gesù è un Dio passivo, che si lascia fare. La lavanda dei piedi evidenziata da Giovanni ha questo risultato: il porsi al servizio completo dell’essere umano. Che frustrazione, per noi uomini e donne occidentali abituati e cresciuti alla luce della decisione, della trasformazione di ciò che ci circonda e delle persone con cui abbiamo a che fare, che frustrazione, dico, dover accettare che Dio si sia lasciato fare in questo modo!

Tutto parte dal tradimento di Giuda: tradimento, dal latino tradere, consegnare. Il Figlio dell’Uomo sta per essere “consegnato” nelle mani dei peccatori, ovverosia degli esseri umani, non più di Dio. Non è più Dio, che agisce qui, ma la volontà delle persone, in toto, che deviano dal disegno d’amore divino. E questa prima “consegna” fa partire tutte le altre:

  • Giuda consegna Gesù ai giudei;
  • i giudei consegnano Gesù a Pilato;
  • Pilato invia Gesù a Erode, ma poi lo consegna ai giudei;
  • i giudei consegnano Gesù alla morte.

In fin dei conti, però, è il Padre che consegna il Figlio, compimento di ciò che in Abramo e Isacco era solo preannunciato. Se la mano di Abramo era stata fermata dall’angelo, la mano di Dio non può essere fermata da nessuno, perché l’angelo è Dio stesso, e la sua consegna non può che giungere a compimento, una consegna cui Gesù stesso ha dato la possibilità tramite la sua volontaria consegna (o, per meglio dire, tramite la volontà della propria consegna).

Rimane un interrogativo, simboleggiato dalla croce di Cristo, innalzata in mezzo a quelle dei ladroni: perché Dio consegna anche un giusto e innocente come Gesù? Si tratta di quell’interrogativo che, volgarmente, viene di solito posto nei termini che seguono: “perché Dio permette che anche gli innocenti soffrano?”

È un interrogativo ineludibile, segno dell’esperienza umana più profonda, quella che riguarda l’oscurità e che ha a che fare direttamente con la zona in ombra della vita, quella che nessun tipo di logica può illuminare. Infatti, la risposta solita a tale interrogativo, cioè che anche il male sia una strada attraverso la quale Dio può farci capire qualcosa, rimane una pallida e non-consolante spiegazione di come vanno le cose, in maniera evidente di fronte agli occhi di tutti. Il male esiste e, spesso, dobbiamo passarci attraverso, non ne veniamo risparmiati. Così è stato anche per Gesù, nemmeno per lui è esistito un modo logico di comprendere la cosa. Sulla croce ha gridato, sulla croce si è sentito definitivamente abbandonato, maledetto, polvere come tutti noi.

Sulla croce, Gesù si è sentito totalmente diviso da Dio, diavolo, unito – forse – solo dalla fiducia che il Padre, di cui un tempo ebbe fatto esperienza, lo avrebbe riunito a Lui, l’origine di tutto. Lo scandalo della croce sta proprio in questo: che ci è tuttora impossibile pensare in maniera logica, esaustiva, la possibilità per il Figlio di Dio, di morire abbandonato. E per quanto proviamo – e siamo effettivamente riusciti nell’arco dei secoli – a trovare ulteriori significati simbolici (ci stanno tutti, dal primo all’ultimo!), lo scandalo permane fino a oggi.

È più che mai necessario mantenere aperto questo scandalo, e ricordarsi ogni momento che passa nella nostra vita, che la preghiera che Gesù ci ha consegnato, il Padre Nostro, dice (sia in greco che in latino): “non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male”. Il male viene da Dio, esattamente come il bene. Riusciremo mai ad accettare questo infinito scandalo? Il Venerdì Santo è questo, e molto altro.

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