Fantasy e religione, contatti e distanze

17458437_1797478006944277_6772660917770041010_nL’ultimo post riguardante il fantasy mi ha dato la possibilità di un ulteriore approfondimento, relativo questa volta alla religione e alle sue differenze con questo genere narrativo. L’occasione nasce dalla risposta di un’utente di Facebook, che come risposta all’incapacità diffusa di credere alla narrazione fantasy da me evidenziata presso il popolo medio dei lettori, proponeva una battuta dell’attore comico George Carlin, morto nel 2008, che potete leggere nell’immagine qui sopra.

La battuta di Carlin lavora per assurdo e per giustapposizione di due ambiti totalmente differenti, che è il preciso metodo della comicità: dall’assurdità conseguente all’accostamento di due piani diversi scaturisce la comicità. In questo caso, credere in un dio e credere in un fatto concreto. La battuta lavora sull’ambiguità del verbo “credere”: credere in un dio è atto di fede, che è una credenza a prescindere dalla prova concreta; credere che la vernice sia fresca è atto di affidamento che, per assurdo, ha invece bisogno della controprova: toccare la vernice fresca.

La mia reazione è stata quella di fare l’ennesimo pistolotto (che la povera utente si è dovuta sorbire, eccitando involontariamente il mio furore d’Ariete) sulla confusione molto diffusa del fantasy con la religione. E allora, se permettete, vi propongo l’ulteriore approfondimento (per non dire “chiarimento” che l’occasione ha avuto modo di sviluppare, per primo a me stesso) su tale distinzione.

Molte volte ho sentito sostenere che la Bibbia sarebbe un fantasy ante litteram, che i Vangeli sarebbero narrazioni fantastiche e che Gesù stesso sarebbe mera creazione della fantasia umana. Errore!

Il ragionamento, che a molti potrà sembrare ancora una volta del tutto logico, si basa su un enorme fraintendimento di fondo: il riferimento agli ambiti dell’esperienza umana, che ne giustificano lo sviluppo. Cerco di essere più chiaro. Partiamo dalla narrativa fantastica.

In questo, questo e quest’altro post dicevo di come caratteristica fondamentale e necessaria del linguaggio fantastico siano il mito, l’archetipo e il simbolo. Il fantasy si nutre di queste forme e un buon fantasy è capace di utilizzarle in modi sempre originali e profondi, che parlano direttamente all’animo umano.

A ben vedere, però, anche la religione utilizza miti, archetipi e simboli.

La differenza, dunque, dove sta? La differenza sta nel riferimento agli ambiti dell’esperienza umana. La religione fa riferimento alla sfera del sacro, che è uno dei fondamentali modi esistenziali di un qualunque essere umano, se ne renda conto oppure no. Il sacro è l’esperienza di ciò che sta al di sopra o al di là dell’esperienza meramente razionale, e che suscita di primo acchito spavento e sensazione di tremenda maestosità, che vanno gestite tramite riti. Per poter parlare della nostra esperienza del sacro, abbiamo bisogno di miti, archetipi e simboli.

Il fantasy fa riferimento a miti, archetipi e simboli, ma solo in quanto dimensioni concrete di una narrazione culturale, che può intercettare la sfera del sacro solo in modo secondario. Per dirla più chiaramente:

  • il fantasy parla del sacro solo per raccontare una storia; la religione racconta una storia solo per parlare del sacro.

Il fantasy e tutte le narrazioni fantastiche sono uno sviluppo secondario dell’esperienza umana. Tale sviluppo secondario si concretizza solo quando lo sviluppo primario dell’essere umano ha già avuto luogo. Un po’ quello che Aristotele diceva della filosofia, pensandola come possibile solo per un popolo che avesse già risolto i problemi primari dell’esistenza. Il sacro è proprio uno di questi problemi primari.

 

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