screenshot_20160513-120058-738981Non di solo forme vive il fantasy. Eppure così sembra, troppo spesso.

Quando si scrive, l’autore ha due possibilità, che sono opzione di fondo, scelta per il proprio cammino di scrittore, indirizzo per la costruzione del proprio pubblico: può, infatti, tirar fuori la propria originalità oppure riproporre forme e formule già collaudate. Vi sono, ovviamente, pro e contro per ciascuna delle due possibilità: la prima garantisce la costruzione di un gruppo di lettori che ti seguirà fedelmente nell’evoluzione dello stile e dei contenuti, perché ama la tua particolarità; di contro, però, farà fatica a imporre al grande pubblico (cosa già difficile di per sé) le tue opere. La seconda, invece, garantisce l’interesse per lo meno iniziale del pubblico, anche di quello che non ti conosce, con il rischio – anzi, il pericolo – di contribuire tuttavia al pregiudizio nei confronti del genere: il vuoto incombe, la noia è la promessa.

Il problema con i generi è proprio questo, in modo particolare con il fantasy: se non parla al cuore con immagini e simboli tratti direttamente dall’anima dello scrittore, capaci di comunicare qualcosa di vero al cuore e all’anima del lettore, il fantasy in modo particolare corre il rischio di divenire come una di quelle noci belle all’esterno, ma che, una volta rotto il guscio, nascondono un frutto marcio.

Perché, diciamolo una volta per tutte, se per la narrativa mainstream o per quella di altri generi (penso al rosa, all’horror o al giallo-poliziesco) il lettore è tutto sommato disposto a chiudere un occhio circa la ripetitività, che anzi è talvolta attesa, per quanto riguarda il fantasy (ma anche la fantascienza), la noia è sempre pronta a seppellire il lettore che cade nel vuoto di contenuti.

Il fantasy senza contenuti diviene la gogna del lettore.

Qualcuno mi sa spiegare, allora, perché si perseveri su questa strada?

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Una replica a “Il fantasy, questione di contenuti”

  1. Avatar Fantasy: i contenuti, tra autore ed editore? | Fabrizio Valenza - il sito

    […] realtà, non ho alcuna intenzione di porre in essere un simile contrasto, e ciò che sostenevo nel post precedente non era l’interrogativo se sia meglio scrivere per il mercato o per la qualità. Una tale […]

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