L’arte non è questione di fama

Oggi voglio parlarvi di alcune personcine, che hanno passato la loro vita nell’anonimato o quasi, pur essendo votate all’arte, talvolta senza nemmeno saperlo, in alcuni casi sapendolo fin troppo: si tratta di Vivian Maier, di Emily Dickinson e di Gustav Mahler.

vivian-maier-autoritratto-1Vivian Maier: Nata a New York nel 1926 e morta a Chicago nel 2009, ricevette la passione per la fotografia da un’amica francese (come la madre), Jeanne Bertrand, ma tale passione rimase sempre un fatto privato. Passò alcuni anni dell’infanzia in Francia, poi tornò nel Bronx, quindi viaggiò facendo fotografie con una Rolleiflex professionale, inventando (o per lo meno anticipando) la “street photo”: riprendere soggetti in condizioni reali nell’ambiente in cui si trovano normalmente. Soprattutto, fece la bambinaia, per quarant’anni, lavoro che, pur non piacendole, sapeva fare bene. Ebbe sempre maggiori difficoltà economiche, fino a quando le sue casse di negativi fotografici, mai sviluppati, finirono in un garage, che fu messo all’asta. Lì le trovò nel 2007 un ragazzo di nome John Maloof, a due anni dalla morte della grande (e inconsapevole) artista. Da quel momento divenne famosa. Continua a leggere “L’arte non è questione di fama”

10 canzoni per la scrittura

Tumblr_mfhvrjroCB1r2n2w2o5_500Ebbene sì, parecchie volte sono stato ispirato da canzoni di musica leggera, di vario genere. Solitamente hanno fatto da leit motiv per interi romanzi o anche per singole scene.

Ecco una serie di dieci canzoni e i brani che esse mi hanno condotto a scrivere.

  1. A Heart Full of Love (da Les Miserables, di Claude-Michel Schönberg). Lo vidi a Londra nel 2008 cantato da Jon Robyns nella parte di Marius e Leanne Dobinson in quella di Cosette. Mi colpì così tanto, che divenne il cuore pulsante del mio romance La ragazza della tempesta. (Qui un video… anche se si vede maluccio)
  2. Wichita Lineman (di Glen Campbell). Bellissima canzone country degli anni Sessanta, ha ispirato il capitolo 9 del mio horror Commento d’autore, originariamente pubblicato da Linee Infinite. Descrive perfettamente una certa solitudine “da deserto” del protagonista.
  3. PS I love you (dei Beatles). Titolo e leit motiv del romanzo horror omonimo (secondo volume della serie Le sette case, originariamente pubblicata da GDS Edizioni): you you you. Una fissazione, sia per gli scarafaggi di Liverpool che per il protagonista del romanzo.
  4. To Afraid to Love You (dei Black Keys). Accompagna un piano sequenza del romanzo Il diavolo di Tourette, quinto volume delle Sette case. Vi segnalo la bellissima versione live.
  5. Goodnight Moon (di Shivaree). Segna un passaggio importante del romanzo Intervista, sesto volume della serie Le sette case. Nel romanzo sbagliai, attribuendola a Shania Twain.
  6. A Saucerful of Secrets (dei Pink Floyd). Punto di riferimento e chiave musicale del racconto Il gioco del diavolo (contenuto in Un assaggio di Dunwich 3), preambolo del romanzo Codice infranto (pubblicato da Dunwich Edizioni).
  7. Ring of Fire (di Johnny Cash), una delle canzoni che mi hanno accompagnato nella stesura del romanzo apocalittico (mai pubblicato) Tu sarai l’inizio.
  8. The Happy Wanderer (di Luis Prima), il vero leit motiv di Tu sarai l’inizio e del suo protagonista. Ah ah ah.
  9. At Last (cantata da Etta James), direttamente dalla colonna sonora di Sogno, romanzo drammatico mai pubblicato (ma la speranza è l’ultima a morire). La sua spensierata primavera contrasta con la depressione del protagonista.
  10. Hieroglyphics (di Franco Piersanti), dalla colonna sonora del Commissario Montalbano, accompagna con la sua malinconia la pensierosa giornata di Lidia Panfili, direttamente dal romanzo Veniva dal mare, romance che costituisce il seguito della Ragazza della tempesta.

Anche voi avete canzoni che vi suggeriscono parole?

10 colonne sonore per la scrittura

welcome-to-twin-peaks-1200x628-facebookLe colonne sonore soffrono spesso di un carattere ancillare nei confronti dei film che sono costrette – talvolta loro malgrado – a sorreggere.

A differenza della musica classica, una colonna sonora non può non rievocare le immagini del film che sono costrette a rendere sostanziose. Una soundtrack può essere più o meno corposa, più o meno indipendente, ma tale sembra essere il suo destino. Eppure, ci sono alcune musiche da film (o da sceneggiato) che sono state capaci di ispirarmi forse più del film (o dello sceneggiato) che erano destinate ad accompagnare. In alcuni casi si tratta di veri e propri capolavori: forse tra cent’anni non si vedranno più i film che ne hanno occasionato la scrittura, ma le si celebrerà per ciò che sono, ovvero musica “classica” di fine Novecento o inizio Duemila.

La lista che segue non è per importanza, ma è frutto di una memoria scombinata. La mia.

  1. Il Commissario Montalbano (specialmente Nenia mediterranea), di Franco Piersanti. Unica la capacità di evocare una Sicilia sospesa nel tempo.
  2. Il segreto del Sahara (specialmente Saharan Dream), di Ennio Morricone. La mirabile avventura nella quale ognuno vorrebbe trovarsi.
  3. Hook (specialmente PrologueNapped), di John Williams. L’avventura è arrivata.
  4. The Third Man (specialmente il tema principale), di Anton Karas. Una situazione intrigante, a prescindere.
  5. Blade Runner (soprattutto End Titles), di Vangelis. La filosofia della fantascienza.
  6. La piovra (specialmente Main Theme), di Ennio Morricone. L’Italia non è mai stata semplice.
  7. The Mission (specialmente Gabriel’s Oboe), di Ennio Morricone. Mai Paradiso fu più complicato.
  8. La finestra di fronte (soprattutto Il pensiero di te), di Andrea Guerra. Struggente memoria.
  9. The Two Towers (soprattutto Evenstar), di Howard Shore. L’eterna fonte del sogno.
  10. Twin Peaks (soprattutto Main Theme), di Angelo Badalamenti. L’effimero dell’evocazione si fa eterno sogno (oppure incubo?).

10 musiche per la scrittura

10 Classical Masterworks for Writing.

910af06bbb8940fbb7343294daf05a75Quando si scrive, si può ascoltare musica per accompagnare la propria fantasia e nutrirla, oppure solo per isolarsi dal resto del mondo ed entrare meglio nel testo che si sta affrontando. Personalmente, ascolto musica leggera per entrare nell’atmosfera, ma musica classica quale nutrimento vero e proprio della scrittura.

Più di una volta mi sono ritrovato a scrivere interi brani, addirittura capitoli (se non romanzi) basati sulla traccia musicale di una composizione. Uno di questi casi è Il gioco del diavolo, edito da Dunwich Edizioni e contenuto in Un assaggio di Dunwich 3, basato sull’album A Soucerful of Secrets dei Pink Floyd. Ma per rimanere alla musica classica, ecco la mia lista delle 10 composizioni che più mi hanno influenzato:

  1. L’isola dei morti, di Sergej Rachmaninov, 1908.
  2. Sinfonia n. 4, di Gustav Mahler, 1900.
  3. Don Carlo, di Giuseppe Verdi, 1867.
  4. Parsifal, di Richard Wagner, 1882.
  5. Sinfonia n. 6, di Pëtr Il’ič Čajkovskij, 1893.
  6. Sinfonia n. 3, di Johannes Brahms, 1883.
  7. Requiem, di Gaetano Donizetti, incompiuta.
  8. Aroldo in Italia, di Hector Berlioz, 1834.
  9. Sinfonia n. 9, di Ludwig van Beethoven, 1824.
  10. Il flauto magico, di Wolfgang Amadeus Mozart, 1791.

Ci tengo a precisare che ho distinto la musica classica dalle colonne sonore, di cui parlerò in un prossimo post, così come – ovviamente – dalla musica leggera, della quale parlerò in un ulteriore post.

E voi, avete la vostra lista di musiche classiche? E per quali motivi?

Tra le fonti musicali di Geshwa Olers

TchaikovskyNon ho mai nascosto che Storia di Geshwa Olers abbia trovato ispirazione in una quantità di fonti che spaziano dalla letteratura (di vario genere) alla pittura, dalla vita quotidiana e dai fatti di cronaca alla filosofia, dall’arte in generale alla musica. In modo particolare, la musica ha davvero avuto moltissima parte nella nascita di tanti capitoli dei sette volumi della saga.

Tra tutti, i compositori che più hanno influenzato la mia scrittura sono stati Mahler, Verdi, Wagner e John Williams. Ma uno, Tchaikovsky, è stato capace di infondere qualcosa di specifico del suo stile nella mia ricerca stilistica.

Tchaikovsky è di certo autore che appartiene alla cupola più alta della creazione musicale di tutti i tempi e bastino per comprovare questa affermazione la fama indiscussa – anche tra chi di musica non ne capisce granché – delle sue musiche per balletto, Il lago dei cigni e Lo schiaccianoci. A queste aggiungo in modo speciale le sue ultime tre sinfonie, delle quali in modo particolare la sesta non cessa mai di provocarmi sensazioni indescrivibili. Sono sempre alla ricerca del momento giusto in cui poter scrivere uno dei miei romanzi musicali, che raccontano alcune sinfonie. Le quattro che vorrei narrare sono la Nona di Beethoven, la Quarta e la Nona di Mahler e la Sesta di Tchaikovsky. Ancora, però, non è arrivato il tempo.

Quel che questo compositore russo costituisce al mio sguardo è soprattutto la pienezza dell’emozione e della passione, che sempre traspare dalla sua musica con una portata che, spesso, venne criticata dai suoi contemporanei e che ancora oggi trova dei detrattori, che tendono a spiegarla come una sorta di “compensazione” per l’impossibilità di Tchaikovsky di vivere la sua omosessualità. Sciocchezza psicanalitica tra le più banali e impoverenti. La musica non è mai compensazione, ma – sempre ammesso che si stia parlando di arte – è creazione, modulazione della realtà per la narrazione di una nuova realtà.

Il carattere così pieno e soddisfacente della sua musica è quello che mi ha spinto a tentare di “tradurre” in scrittura una simile potenza. In Storia di Geshwa Olers, e non solo (penso anche a Codice infranto e a un paio di libri delle Sette case), il mio tentativo è stato quello di riprodurre in parole l’inarrestabile forza musicale che innerva tutta la sua musica. Ovvio che questo si traduca spesso in potenza delle scene rappresentate (pensate al cataclisma finale del sesto volume, La guerra dei Gelehor, oppure alla fuga incessante di Nargolìan dai mostri in Il cammino di un mago). In altri casi, invece, questo carattere è stato tradotto come ostinazione, del destino, della volontà altrui, della propria caparbietà, e ne sono nate in questo modo scene numerose e differenti (pensate alla lettera di Selbenco Nimotrion al padre e alla reazione di Geshwa alla sua morte, oppure all’ostinazione di Geshwa nel perseguire i suoi scopi e trovare una risposta alle sue domande).

Musica e scrittura, un binomio per me inscindibile.

L’amore tra un padre e un figlio

LoveNeverDies_233Tema sempre controverso, negli ultimi decenni, quello della presenza della figura paterna per i figli. In passato del tutto immerso in una crisi alla quale sono stati dedicati centinaia di film, oggi il rapporto padre/figli (spesso figlio maschio) è al centro di altrettante centinaia di film, che si ripropongono di riscoprirlo e rivalutarlo, dal momento che sta effettivamente accadendo un rovesciamento di quella assenza che ha (forse) segnato milioni di ragazzi.

Per la breve riflessione di oggi, però, non vorrei affidarmi a un film ma a uno dei momenti topici di uno degli ultimi musical di Andrew Lloyd Webber, uno dei più importanti compositori degli ultimi decenni. Sto parlando di Love never dies, seguito (piuttosto fallimentare) del celeberrimo Fantasma dell’Opera, tratto dal testo di Gaston Leroux. Il musical non ha avuto molto successo, e dopo un paio d’anni di serate e matinée è stato soppresso da Londra. Peccato, dico io, perché a fronte di una sceneggiatura che con ogni probabilità non era all’altezza del più famoso antecedente, la musica era straordinaria, come non succedeva da molto tempo al nostro compositore inglese.

In modo particolare, vorrei riferirmi a questa scena del musical, durante la quale il Fantasma scopre che Cristine ha tenuto nascosta per ben dieci anni la vera paternità di suo figlio al Fantasma stesso. Nei brani Beautiful e The Beauty Underneath (che potete vedere e ascoltare nel video qui sotto a partire dal minuto 23:12) la musica riesce a trasmettere l’emozionante stupore, colmo di splendore e di rivitalizzante verità, che il Fantasma vive quando ritrova in quel bambino la propria genialità, il proprio germe vitale, e in qualche modo si sente rinascere. Davvero una scena spettacolare nella sua grandiosità e nella sua dolcezza, ma che presto si trasforma in un ritmo serrato, caratterizzato da una frenesia e da un’ossessione tipica del Fantasma (che, ricordiamolo, nel primo musical aveva ucciso un bel po’ di gente per le sue proprie motivazioni e follie…) che lentamente si trasferisce al figlioletto. Ed è qui che sta il punto che vorrei sottolineare.

A volte ci sono ottime motivazioni per cui le madri mettono in campo una saggezza in certi casi antica, che è quella di sottrarre i figli ai propri padri, e il più delle volte la motivazione è proprio perché c’è l’enorme rischio che i figli maschi possano diventare troppo come i propri padri. Lo so, è di certo un argomento impopolare, ma credetemi, lo vedo giornalmente al lavoro. Il padre gli dice: “Benvenuto nel mio mondo” ed è realmente orgoglioso di poter mostrare il proprio mondo interiore al figlio e spera che egli possa rispecchiarvisi e possa diventarne parte (“my world is beautiful” gli dice, mostrando gli orrori che ha accumulato), perché è l’unico modo per il “maschio” di prolungare se stesso verso l’eternità. Quando si tratta di ottenere questo, spesso l’uomo non bada a mezze misure e – eventualmente – al carico di aggressività e “violenza” insita (e camuffata da “siamo padre e figlio”) in tale rapporto. E quando questo accade, tutto può crollare e declinare verso la tragedia senza che ci si renda conto che le cose stanno andando così, almeno non prima che la tragedia inizi a manifestare i suoi dati. Proprio come accade nel musical e nel suo tragico (e forse troppo melodrammatico e improvviso) finale.

10 modi di essere scrittori (come i compositori)

BeethovenQualcuno di voi forse saprà quanto io sia appassionato di musica, in modo particolare di musica classica, in riferimento alla quale mi sono spesso trovato a scrivere, lasciandomi ispirare da vari brani o perfino dalle vite dei compositori. Mi è venuta l’idea, allora, di provare a cercare dei parallelismi (semiseri) tra i modi in cui uno scrittore può avere a che fare con la scrittura e il modo in cui noti compositori impazzivano o gioivano con il tempo a loro disposizione per comporre. Vediamo che ne è venuto fuori.

1 – Il modo Beethoven. Il grande genio della musica occidentale è stato spesso considerato misantropo, ostile a chi gli desse fastidio durante la creazione, alieno da ogni gentilezza, capace di prendere a uova la domestica e di grandi dimostrazioni d’orgoglio personale. Lo scrittore à la Beethoven sarà in lotta continua con il mondo, convinto che solo la sua arte sia in grado di interpretarlo e, perciò stesso, l’unica degna di essere letta (mi viene in mente un certo signor Busi… fatte le dovute proporzioni).

2 – Il modo Pergolesi. Che a dire il vero non auguro a nessuno, perché Pergolesi, il grande compositore di Jesi, fece sulla terra solo una fugace apparizione. Iniziò a comporre a 21 anni e morì a 26, lasciando però un capolavoro della musica di tutti i tempi, lo Stabat Mater (poi riutilizzato perfino da Bach). Lo scrittore à la Pergolesi decide tardi e non sa sfruttare bene il proprio tempo. Rischia però di lasciare ai posteri qualcosa di significativo.

3 – Il modo Bach. Altro grande genio della musica occidentale, Bach scrisse innumerevoli brani musicali. Diventa a pieno il titolo il prototipo dello scrittore che scrive in ogni minuto utile. Lo scrittore à la Bach ha sempre un foglio bianco accanto al computer o alla macchina da scrivere e un quaderno a portata di mano. Non appena ha terminato un romanzo, se gli rimane mezz’ora libera decide il titolo o scrive l’incipit di qualcosa di nuovo.

4 – Il modo Rossini. Il geniaccio italiano aveva una capacità musicale che tutto il mondo gli invidia (ritenendola, non a torto, frutto evidente dell’estro italiano) e poteva permettersi di inserire tre stupendi e famosissimi temi musicali nell’ouverture del Guglielmo Tell per poi non riprenderli più nel corso di tutta l’opera, o anche di smettere di comporre musica per dedicarsi… alla cucina (anche se è in buona parte una leggenda, ma utile per il nostro scopo). Prima di morire avrebbe dato un ultimo tocco alla musica mondiale con la sua Piccola messa solenne, anticipatrice del Novecento, giusto per far capire una volta ancora chi fosse. Lo scrittore à la Rossini decide di concedere la propria arte ai lettori solo per uno-due o tre decenni, salvo poi ritirarsi (in stile Roth).

5 – Il modo Verdi. Si sa, Verdi è il maggior rappresentante del genere operistico al mondo, e sappiamo anche come le sue opere divennero simbolo della nuova Italia nascente nel Risorgimento, che fu incrociato in modo esplicito in alcune delle sue composizioni. La sua musica ha un’eleganza che manca, per esempio, alla musica operistica di Wagner, e che è divenuta simbolo del Belpaese. Lo scrittore à la Verdi scrive a partire dall’attualità, i suoi romanzi non parlano mai di cose situate in un altro mondo, ma devono sempre far pensare a quel che il suo contesto lo obbliga a vedere.

6 – Il modo Schubert. Il romantico Schubert morì giovane, purtroppo, a soli 31 anni, ma non mi voglio soffermare su questo, o comunque non solo su questo. La brevità della sua vita diviene significativa qualora la si incroci con il suo metodo compositivo: scrisse molta musica, del più delicato romanticismo ottocentesco, vero ponte tra la musica di Beethoven e i successivi Brahms e Mahler. Autore anche di 10 sinfonie, rimase tuttavia convinto fino alla famosa ottava sinfonia, la Incompiuta, di dover scrivere soprattutto per imparare e studiare, ritenendo inadatto all’esecuzione pubblica tutto ciò che gli usciva dalla penna. Solo a partire dall’Incompiuta (per di più andata perduta e riscoperta diverso tempo dopo la sua morte) si ritenne all’altezza dell’uditorio. Lo scrittore à la Schubert è in continua elaborazione stilistica, mai convinto di poter proporre i suoi manoscritti a un editore, sempre convinto che ci sia da imparare, con il rischio di non dare alla luce le proprie opere fino alla morte (fatto che andrebbe evitato, se possibile – non la morte, ma i cassetti stracolmi di manoscritti).

7 – Il modo Brahms. Autore di musica meravigliosa, caratterizzata da temi moderni e nostalgici, Brahms divenne famoso per la sua… durezza nei confronti di altri compositori. Collaborando con il Conservatorio, si trovò a giudicare molti musicisti, il più famoso dei quali è Mahler, che criticò in modo sempre piuttosto forte e del quale non aiutò mai la carriera. Lo scrittore à la Brahms è quello che, genuinamente e ingenuamente incapace di rendersi conto dell’altrui grandezza, finisce per criticare chi invece coglie l’aria del tempo che cambia, e che prima o poi lo surclasserà.

8 – Il modo Mahler. Gustav Mahler, la maggior espressione sinfonica degli ultimi 150 anni, viveva un enorme cruccio (oltre ai numerosi lutti che lo segnarono fin da piccolo): riusciva a comporre solo in estate, quando poteva ritagliarsi del tempo dal lavoro che gli dava da vivere, cioè la direzione d’orchestra. In quei pochi mesi estivi si chiudeva in un bugigattolo, dal quale sarebbero uscite composizioni strabilianti, previsioni musicali delle bellezze e degli orrori del XX secolo. Lo scrittore à la Mahler è, forse, quello più diffuso: prima deve occuparsi di che mangiare e perciò deve guadagnare, poi scrive, quando ha tempo per farlo. Spesso, però, quando ci riesce si danna per farlo, ottenendo risultati che possono andare dal… grottesco al memorabile.

9 – Il modo Wagner. Wagner è tutto un mondo. La sua musica è sempre stata improntata a costruire (o ricostruire) un’esistenza musicale parallela, desiderosa di cogliere il cuore della vita umana e del suo mistero su questa terra, in connessione con il tessuto divino nel quale è immersa. Lo scrittore à la Wagner è forse maggiormente rappresentato dagli scrittori fantasy, convinti da sempre di poter offrire una visione unica e mai “scoperta” del mondo attraverso le loro straordinarie “trilogie” o “eptalogie”. Ogni parola di critica è una rozza incapacità di capire.

10 – Il modo Volo. Sì, sto parlando proprio di Fabio Volo. Come dite, Fabio Volo non è un compositore? Beh, se per questo nemmeno uno scrittore. E con ciò, chiudo.

Il 1° Maggio e il diritto di essere retribuito

Approfitto di questa giornata di festa per scrivere un post riguardante il diritto di essere pagato… per uno scrittore.

Se non lo sapete, ve lo dico io: la scrittura è uno tra i lavori più sottopagati. Viene sottopagato l’autore (spesso i diritti d’autore in Italia sono sotto la soglia considerata minima altrove, un 5% a fronte di un più giusto 8-10%, e quasi mai viene riconosciuto un anticipo – a me è successo solo con la ipercorretta Edizioni Domino per il racconto Fondamenta d’incubo) e viene sottopagato l’editore (che di un libro cartaceo si intasca solitamente una cifra simile a quella dell’autore, se va bene); viene sottopagato un traduttore (conoscendone alcuni, sono incorso nella scioccante rivelazione del lavoro da negri che spesso devono subire) e viene sottopagato un illustratore (anche qui, avendo un fratello illustratore affermato, so quanto sia difficile la strada di un illustratore e di quanto gli editori – specialmente italiani – sfruttino la loro manodopera); infine, sottopagati sono i vari professionisti della scrittura, dall’editor al correttore di bozze, dal grafico a qualunque altra figura. L’unico non sottopagato bensì sovrapagato è il distributore, secondo me il vero affarista dell’editoria, motivo per cui anche i grandi gruppi editoriali tendono ad assorbire la distribuzione all’interno del proprio processo produttivo.

Negli ultimi tempi si sta ampliando un altro canale attraverso il quale uno scrittore può essere sottopagato, quello degli ebook: l’ebook richiede meno spese di un cartaceo, motivo per cui l’autore potrebbe ricevere una percentuale di diritti che arrivi almeno al 40%. Invece, spesso si riesce a ottenere solo un 25%. Inoltre, quasi tutti gli editori – soprattutto quelli piccoli – ti dicono che ti riconosceranno la cifra solo quando l’ammontare totale dei diritti supererà una determinata soglia, che ne so, 25 o 50€. Il risultato è presto detto: non vedi mai i soldi. Al momento io sono creditore di una cifra che supera i 50€, ma che è divisa tra troppi editori, motivo per cui forse non vedrò mai quei soldi.

Forse è il caso di cambiare sistema, di diventare più furbi (con gli editori) o di affermare i propri diritti (con i lettori). Faccio un esempio (e so che ci sono anche altri blogger che proprio in questi giorni stanno affermando lo stesso principio).

Sto offrendo del tutto gratuitamente il mio romanzone fantasy, Storia di Geshwa Olers. La storia sta piacendo a parecchie migliaia di persone, che lo scaricano di continuo e che, fortunatamente, iniziano a parlarne in commenti e brevi post. Già questo è un traguardo non scontato, perché i lettori di ebook gratuiti tendono a mantenere l’anonimato; di tanto in tanto qualcuno esce allo scoperto e consegna un feedback al povero autore, che altrimenti deve trarre le proprie conclusioni da una serie aleatoria di calcoli (di solito basati sui numeri di download). Ma quel che secondo me è più significativo, è che chiedevo a chi lo leggeva di fare una donazione, di non importa quale cifra. Se il lettore apprezzava, chiedevo di fare una piccola donazione, anche una sola nella vita, per permettermi di sostenere i costi della pubblicazione gratuita. Risultato? Mai ricevuto un solo euro!

Già, perché anche gli ebook gratuiti hanno dei costi. Innanzitutto se a crearli concorrono altre professionalità, alle quali bisogna riconoscere una cifra seppur minima e spesso simbolica. Ma poi, soprattutto perché il mio lavoro di autore vale, ha dei costi: di tempo e dedizione. Lo faccio con grande passione e piacere, ma lo faccio anche con grande professonalità, non ho remore nell’affermarlo.

E la professionalità va riconosciuta anche economicamente. Che ne dite, allora, di fare anche una sola donazione nella vostra vita come segno di riconoscimento per il romanzo fantasy che sto regalando? Iniziamo a pensare che possa esserci una forma editoriale alternativa a quella tradizionale, che preveda un contatto più diretto tra autore e lettore anche sotto la forma del pagamento, e non solo sotto quella del commento positivo o negativo. Iniziamo a spenderci anche a livello di passaparola: un ebook gratuito basa la propria vita anche su questo.

Nella colonna di sinistra, da oggi in poi esisterà una casella che invita a fare donazioni sul mio conto PayPal: utilizzatelo e diffondetene la voce. Se ognuno dei lettori dei miei ebook avesse donato anche un solo euro (1€ non è una cifra enorme nemmeno in tempi di crisi, giusto?, e se vi sono piaciuti i 5 ebook che finora avete letto – come dimostrano i numeri – perché non donarlo?), adesso avrei i soldi per fare una edizione coi fiocchi di tutti e sette i volumi, comprendente anche illustrazioni, comprendente quelle benedette mappe che di tanto in tanto qualche lettore mi domanda (già, anche le mappe si pagano, all’illustratore che le disegna). Comprendente, infine, una produzione più decisa di quelle musiche che un altro professionista, questa volta della musica, cioè mio fratello Fabio Valenza, ha composto del tutto gratuitamente e che sono un ulteriore apporto al mondo di Stedon.

Insomma, ve lo chiedo in questo giorno di Festa del Lavoro: donate, donate, donate!

Il mio indirizzo mail per effettuare la donazione è throor@libero.it

Abbiamo perso la capacità di essere Italiani

Quanti sentimenti e sensazioni contrastanti, difficili da sopportare, mi trovo a vivere il giorno dopo l’assurdo (ma atteso) risultato elettorale di ieri! Quel che è uscito dalle urne è la perfetta fotografia del nostro Paese, del nostro popolo spezzato e diviso su visioni della vita radicalmente differenti. Chi vuole affidarsi alla consuetudine e chi invece vuole tentare qualcosa di completamente nuovo (e non solo per l’Italia), chi ha paura della sua ombra e chi non ha paura di nulla, nemmeno di dare l’Italia in pasto al ludibrio internazionale. La reazione più diffusa, soprattutto in internet, è l’insulto. Ma a che serve, ragazzi? Siamo davvero convinti che i social network debbano essere sfogatoi pubblici? Facciamo la differenza, almeno lì!

Il grosso problema, secondo me, è che l’Italia ha perduto la sua identità, non sa più cosa essere e chi essere perché i nostri dirigenti hanno preferito occuparsi delle proprie cose piuttosto che di quelle di tutti. Anzi, hanno scambiato le cose di tutti per cose proprie, si sono allontanati sempre di più dalla gente, la gente si è allontanata sempre più da loro, e ora non otteniamo quel cambiamento che vorremmo già dalle urne…

…ma… c’è un ma. Questo quadro che ho appena descritto non è veritiero, non può dipendere solo dai dirigenti, siano essi politici o economici: il vero problema siamo noi. Siamo noi! Abbiamo perso la capacità di essere Italiani. 

“Italiano” non è una parola per dire inciucio o interesse proprio. Italiano è, per esempio, quel che si sente nel video che unisco. Dov’è finita quella nostra capacità di fare il mondo nell’essere Italiani?

La battaglia di Passo Keleb / 5

Il booktrailer è in arrivo. Avevo commissionato al compositore Fabio Valenza un brano di musica che fosse d’atmosfera, ispirato a due becchini che, convinti a forza di vile (ma copioso) denaro, si dirigono verso il pericolosissimo cimitero dei Maghi (il cerchio protetto di Glanvon) per trafugare una salma.

La bravura di un compositore si percepisce specialmente quando è in grado di anticipare, comprendere e rendere lo spirito di un intero romanzo a partire da un breve spezzone. Il primo brano che scrisse era troppo lungo, oltre due minuti. I booktrailer – questo è un concetto di cui sono convinto – devono essere lunghi al massimo 1 minuto e mezzo. Perciò lo convinsi a scriverne un altro.

Nel giro di un pomeriggio sfornò un altro brano, lungo un minuto e mezzo preciso. Molto d’atmosfera, ok, perfetto per i miei intenti. Poi ascoltai il brano che aveva scritto precedentemente, e che ancora non avevo avuto tempo di sentire.

Beh, è un brano capace di rendere – come dicevo – il senso dell’intero quarto volume (che lui non ha letto). Un brano epico, bellissimo, forse il tema più bello della serie che ha dedicato a Storia di Geshwa Olers, nel quale la Battaglia di Passo Keleb viene evocata con un ritmo serrato e con tocchi di magia tipici dello stile di Fabio.

L’assurdo è che non si trovi il modo di pubblicare i cd con tutti i pezzi di musica scritti per la prima parte di S. di G. O. Ne risulterebbe certamente un bel disco.

Cosa si può fare a tal riguardo? Si accettano consigli!