Inserite i vostri feedback… e Scarafaggi

goodreadsRagazzi, mi rivolgo a tutti quelli che hanno letto i miei romanzi e racconti e sono iscritti a Goodreads: il passaparola rimane lo strumento più efficace per pubblicizzare e far conoscere le storie che vi sono piaciute.

I miei romanzi e racconti sono stati letti da molti di voi, alcuni volumi addirittura nell’ordine delle migliaia. I commenti e i voti, però, rimangono sempre pochi, per una specie di idiosincrasia tra lettura e feedback sui social o siti di libri quali aNobii e Goodreads.

Ve lo chiedo come un favore, ma anche come una vitale necessità per uno scrittore: perché non sprecate un paio di minuti del vostro tempo e non inserite un vostro voto e commento alle mie storie che avete letto? Potete farlo su Goodreads, che al momento mi pare il sito dedicato alle librerie personali di più veloce diffusione (anche maggiore di aNobii, sì, che ultimamente ha parecchie difficoltà di programmazione…). Questo è il link per vedere la lista dei miei titoli.

Ringrazio fin da ora chiunque lo farà. Per il resto, tenetevi pronti: lunedì è il giorno dell’uscita di Scarafaggi. E come vedete, ho modificato per l’occasione anche la testata del blog. 

Bates Motel Stagione Seconda

Bates-MotelCiò che era in possibilità e in divenire, si sta ora trasformando in realtà. Questa potrebbe essere la lettura di questa seconda stagione di Bates Motel, sempre con gli occhi puntati alla ricerca di quel Norman Bates che conosciamo grazie a Hitchcock. Infatti, ancora una volta mi devo spendere in questo chiarimento: è praticamente impossibile dimenticare la sua versione cinematografica del romanzo di Robert Bloch del 1959.

Norman inizia a mostrare in modo molto più chiaro le sue ossessioni e, soprattutto, la sua particolare capacità di utilizzare (o di divenire succube de) la propria rabbia. La madre, che nella prima serie non si capiva bene se ci facesse o se ci fosse, in questa seconda serie mostra anche lei il suo squilibrio, soprattutto nella scena della terzultima puntata, nella quale Norman si è reso conto del proprio problema e del fatto che la madre glielo sta tenendo nascosto. Così si accorge che il rapporto tra lui e sua madre non è quello che pensava in un primo periodo della sua vita. Perciò sfoga tutta la sua rabbia (in forma passiva, sottraendosi) su di lei, facendola star male al punto da far sì che si senta tagliata fuori e respinta dalla vita del figlio. Ed è lì che anche lei inizia a mostrare il suo eccesso personale. Respinta dal figlio, si getta immediatamente tra le braccia di un uomo che aveva a sua volta respinto e dal quale era fuggita non più di mezz’ora prima. Lo fa con sguardo fisso, con sfacciataggine irriguardosa, demolendo in un solo momento tutta l’idea di donna perbene che continua a mostrare a tutti gli altri. Vengono in mente le accuse che l’altro figlio, Dylan, le muoveva in un primo momento, quando la accusava di essere una donna dai facili costumi.

Ma tutto procede comunque con normale aspettativa, senza che vi sia un solo barlume di sussulto. Solo nell’ultima puntata la stagione si riscatta, presentando finalmente un Norman Bates che perde definitivamente la ragione, che si rifugia in quel mondo materno interiore che poco alla volta lo sta portando a sostituire le sue fantasie alla realtà.

Ma è sufficiente? Si può aspettare la 10ª puntata prima di vedere la vera svolta inquietante in una serie televisiva che pretenda di sopravvivere?

5 storie fantastiche italiane

Sono gli unici romanzi fantastici italiani che abbia letto nel corso di quest’anno. Lo so, sono poche, soprattutto se paragonate alla mole di lettura “italica” (soprattutto fantasy) che mi sono sorbito (con scoperte piacevoli e articoli relativi) negli anni passati. Mi adeguerò di nuovo il prossimo anno, riservandomi a molti scrittori fantastici, esordienti e no, tornando a dire come la penso per tutti coloro (pochi) ai quali potrebbe interessare.

Comunque, ecco qui le mie 5 letture, con breve commento e voto. Potrebbe essere un suggerimento per gli acquisti natalizi.

Iskida2Iskìda della Terra di Nurak, di Andrea Atzori. Il primo fantasy italiano letto nel 2013. Trama: L’arrivo dei Mercanti dalle Vele Gialle nella Terra di Nurak minaccia l’equilibrio creatosi dopo i Giorni della Caduta. I Clan convocano la Grande Assemblea a Lò, nella notte dell’Equinozio delle Nebbie. Deve essere impedita un’altra Guerra, perché con essa scomparirebbe il Popolo degli Uomini. Iskìda delle Valli di Lùn e il suo cane Ino accompagneranno Lianda, la strega del Clan del Cavallo. Ma Iskìda continua ad avere uno strano sogno… forze oscure si muovono, e le rune bisbigliano di caos e tenebre…

Commento: Bel romanzo fantasy, primo di una serie, di ambientazione mediterranea. Certificato!
Di che si tratta? Iskìda della Terra di Nurak, il primo volume di una saga di Andrea Atzori che si preannuncia decisamente interessante. Quali sono le caratteristiche che mi hanno colpito?

Come dicevo, innanzitutto la sua mediterraneità. La storia è classica, ma l’immaginario si ispira alle leggende e alla tipicità della Sardegna, dando vita a una coinvolgente visione di vita sospesa tra sciamanesimo e riti pagani. L’autore è capace di far respirare il mediterraneo, di portare il lettore dentro il mistero delle origini.

Poi, la storia è scritta molto bene. Atzori sa come usare le parole e la struttura della storia, seppur breve per la brevità del libretto, è efficacemente congegnata. Ritornare tra le sue pagine è un piacevole appuntamento. Il linguaggio usato è piano e non barocco, semplice ma preciso, asciutto.

Se posso trovare una nota che non mi ha convinto del tutto è costituita dalle illustrazioni. Sono belle, per carità, ma lo stile manga che le caratterizza rischia di inquadrare la storia in modo tale da farla pensare come adatta solo ai ragazzi. Forse l’autore ha scritto Iskìda con il pensiero rivolto agli Young Adults, ma mi sento di poter affermare che invece si tratta di un racconto adatto soprattutto agli adulti. L’approccio generale mi fa pensare più a una storia per grandi adatta anche ai ragazzi, che viceversa. Sarà che non amo le etichette – e che soprattutto quella YA mi sta particolarmente stretta e mi provoca prurito – ma dire che Iskìda della Terra di Nurak è un libro pensato per quella categoria significa svilirla fin dall’inizio.

Merita di più. Non vi resta che leggerlo. Voto: 4 su 5.

Sono in procinto di leggere i capitoli successivi, già in mio possesso.

Copertina_Rock_Elfico_catalogoRock Elfico, di Fabio Larcher. Trama: E’ un mattina d’inverno come tante per il sedicenne Paolo Maltesi; ma all’improvviso tutto cambia: mentre si sta preparando ad andare a scuola piomba in casa sua una stranissima ragazza, che gli “regala” una chitarra elettrica di colore blu. Si tratta di una chitarra magica, di uno strumento di potere assoluto attraverso il suono. Ma la chitarra porta con sé un destino terribile e il suo legittimo costruttore è un mago elfico, crudele e affascinante come una rockstar, che vorrebbe usare Paolo come mezzo per attuare i suoi piani atroci. Riuscirà il ragazzo a sottrarsi all’influenza del negromante? Può darsi, ma il prezzo da pagare sarà comunque alto.

Commento: “Talento”. Che vuol dire? Per una evoluzione semantica che inizia con la parabola dei talenti nel Vangelo di Matteo, il talento è divenuto il dono di dio dato all’umanità. Di lì è divenuto ingegno, predisposizione, capacità in un campo dello scibile umano, ma rimane il concetto che si tratti di qualcosa di innato, parzialmente indipendente dalla stessa volontà di chi lo detiene. Questo è l’assunto sul quale si muove Rock Elfico, di Fabio Larcher.

Mi piace notare come la partenza del romanzo sia molto simile a quella di Storia di Geshwa Olers (dove una sera d’inverno come tante il sedicenne Geshwa Olers si vede piombare a casa, anzi nella propria stanza, uno stranissimo essere – che scoprirà essere un folletto Ùgure – che gli regala un dono, strumento di potere: la capacità di percepire se si sta infilando in una situazione pericolosa), ma questa è con ogni probabilità la sorte delle… fiabe. Lo stesso autore mi ha rivelato essere la sua concezione delle storie come di uno sviluppo vario e differente della struttura basilare delle fiabe. Per certi versi sono d’accordo con lui.

Mi permetto di mettere in parallelo il piano del protagonista Paolo, con la sua capacità di produrre musica trascinante attraverso la chitarra blu, e quello del suo autore, Fabio Larcher, che possiede indubbiamente una ben consapevole capacità di condurre una storia dall’inizio alla fine. La domanda che però voglio pormi è: è riuscito a conferirle tutto ciò di cui ha bisogno per divenire una storia superiore? Attenzione, quanto dico da qui in avanti contiene spoiler.

Il romanzo è suddiviso in tre giornate, delle quali le prime due sono costruite molto bene, sono spiritose, veloci e non c’è un solo pezzo fuori posto. Quando si arriva alla terza, si “incappa” nel confronto con le Entità, che è secondo me è il punto più interessante, di lovecraftiana atmosfera, ma anche più debole. Non tanto per l’aspetto metafisico, quanto per la modalità di rappresentare il tutto: è una discettazione filosofica impostata sul metodo del confronto, che però stride con tutto il resto, posta com’è in mezzo a un romanzo fatto d’azione. Purtroppo si nota come un blocco differente. Per questa parte filosofica, l’avrei vista bene tradotta in immagini orrorifiche… o fantastico/orrorifiche, il che vuol dire ovviamente allungare il romanzo.

Poi ci sono delle incongruenze nelle ultime pagine, o per meglio dire delle inverosimiglianze. La prima, è quando un tizio (di cui preferisco non rivelare il nome) spara a Maltesi, ferendolo così gravemente da fargli “vomitare” sangue. Uno si immagina una ferita davvero grave, uno shock fisico assolutamente non indifferente, ma quasi subito si rimette tanto bene da poter correre, senza menzionare più il problema. La seconda incongruenza è quando i due protagonisti buoni arrivano a una sorta di navicella sferica, nella quale siedono due elfi ebeti.

In ogni caso, ed è questo il punto, non sono problemi tali da compromettere la piacevolezza del romanzo. Lo stesso autore, tra l’altro, mi ha confidato che sta lavorando a una nuova versione capace di porre riparo a queste e ad altre piccole smagliature. Infine: si può dire che si tratti di una storia superiore?

Secondo il mio modesto parere, sì. Abbraccia un tema molto delicato, quello della tentazione, risolvendolo con gusto e divertimento, capace di essere sempre leggero, ma proprio per questo motivo profondo. Alto e basso si corrispondono, in questo romanzo, il che è esattamente la caratteristica delle storie superiori.

Voto: 3 su 5.

la_magica_terra_di_sluppLa magica terra di Slupp, di Antonia Romagnoli. Trama: La Magica Terra di Slupp in grave pericolo. Un gruppo di apprendisti maghi dovr salvarla dalla minaccia di un temibile nemico, pronto a tutto per avere la spada, o forse lo schiaccianoci, che gli aprir la via al potere. Riusciranno gli squinternati eroi, tra un fax e una battaglia di magia, a sconfiggere il Cattivo? Un fantasy da leggere sorridendo, o forse un libro umoristico con un tocco di magia.

Commento: Solo poche parole per definire questo romanzo, ovvero demenziale ed esilarante. Ma voi, sarete capaci di lasciarvi andare alla demenzialità? Non sempre è facile.

Voto: 3 su 5.

 

 

 

 

lastazionedeldiosuonoLa stazione del dio del suono, di Danilo Arona. Trama: Ci sono luoghi carichi di potere malefico nati dall’intersezione delle linee di energia che percorrono la Terra. Uno di essi è Piano Orizzontale, paesino sperduto situato nei pressi del Passo dei Giovi. Lì un gruppo di infernali vecchietti ha deciso di riunirsi ancora una volta per celebrare la “veglia”. Per tutta la notte essi improvviseranno una narrazione, a turno, ricamando storie del terrore. E la realtà immaginata, grazie all’oscura energia che permea quel luogo, diventerà realtà vera… Una stazione ferroviaria semi-abbandonata. Erbacce, ruggine, sassi. Eppure, quando fu costruita, più di 100 anni fa, avrebbe dovuto rappresentare uno snodo vitale per le ferrovie del nord Italia. Ma nel 1898, una tremenda sciagura ferroviaria causò decine di morti, e Piano Orizzontale iniziò a godere di una fama sinistra. Pian piano, col passare degli anni, il suo aspetto divenne spettrale, forse per non fare torto ai fantasmi delle vittime del treno che di notte si dice infestino la galleria poco lontana. Ecco il luogo nel quale decidono di incontrasi i bizzarri membri del Circolo del Venerdì, un gruppo di uomini di mezza età che amano raccontare storie del terrore a turno, per una lunga notte…

Commento: Il romanzo di un grande scrittore italiano. Danilo Arona continua a essere sottovalutato, quando andrebbe citato come il grande autore horror/fantastico italiano, o per lo meno come uno dei grandi. L’atmosfera che riesce a costruire è straordinaria, in bilico tra l’ironico gioco degli stilemi classici e la sapiente capacità di farsi strada nell’animo del lettore. Non si può dire di conoscere l’horror italiano se non si è letto almeno una delle sue opere, e questa “stazione” è indubbiamente uno dei suoi capisaldi!

Voto: 4 su 5.

nove_guerrieriNove guerrieri, di Bruno Bacelli. Trama: Leandro, partecipa a una missione sacra (composta da nove volontari fra cui il nobile della zona) per liberare la sua terra dal dominio di una terribile strega. Essa da tempo immemore sottrae la forza vitale agli abitanti con mezzi magici, o sacrificandoli nel suo castello. In una terra velenosa e impervia il protagonista porta la missione a termine tra insidie e tradimenti.

Commento: Senza volermi trasformare in un recensore (ci sono fin troppi scrittori o aspiranti tali che lo fanno), questo primo romanzo breve di Bacelli è piacevole, veloce e possiede almeno un elemento che rimane dentro: la voce del protagonista. Se, infatti, la storia è classica e tutto sommato scevra da increspature narrative od orpelli, la voce narrante riesce a ritagliarsi un sentiero che si fa strada nella mente del lettore, portandolo poco alla volta a immaginarselo senza grande fatica, anzi, ritrovandolo con piacere anche a lettura spezzata nel tempo, come è stata la mia. Certo, ci sono delle ingenuità, ma nel complesso non inficiano il piacere della storia.

Voto: 3 su 5.

La battaglia di Passo Keleb – il commento di Sangivio di Grodestà

copertina 4ridottaMi è arrivata la lettera con il quarto commento di Sangivio di Grodestà, riguardante La battaglia di Passo Keleb, quarto volume di Storia di Geshwa Olers. Come al solito, ve la propongo, nella sua quasi totale interezza, con i suoi contenuti positivi e quelli negativi. Buona lettura!

“Finalmente una battaglia!” mi son detto, iniziando questo libro. Mi immaginavo una battaglia campale, invece mi sono ritrovato nel bel mezzo di un assedio. Ma andiamo con ordine.

Innanzitutto le fonti. Per la prima volta sono abbastanza riconoscibili le diverse fonti del nostro caro Elior Odentorth (o meglio dell’Anonimo Grodestiano, in questo caso). Il procedimento è di sicuro interessante. E’ intrigante sentire la voce di diversi autori, i loro punti di vista peculiari, il loro stile. Personalmente, non sono riuscito a indovinare quale sia la testimonianza diretta di Geshwa. Ho ipotizzato che fosse l’episodio relativo ai due eremiti del monte Shångil. Ma non sono sicuro.

La storia inizia un po’ a rilento. Abbiamo praticamente tre prologhi. Siamo introdotti negli intrighi di corte e nelle sottigliezze del modo di parlare dei potenti. Possiamo rivivere i tormenti di Asshar e del profeta, diversi e legati allo stesso tempo. Finalmente vediamo gli Elfi. Scopriamo anche che l’assegnamento del Sindonasa a Nargolian è qualcosa di cui Asshar non vuol parlare.

C’è sotto qualcosa di più di quel che sembra. Poi, si chiudono le porte dell’inferno e ci si prepara allo scontro decisivo. Ma…tutt’a un tratto ci imbattiamo in quella strana “Lettera a mio padre”. Solo dopo averla superata, riusciamo a vedere Geshwa, l’arrivo a Passo Keleb e tutto il resto. Bello vedere Ges adulto e nei panni di Comandane. Sembra che la storia inizi, finalmente, però subito si viene ricatapultati altrove con la storia dei due becchini.

Insomma, è tutto un via vai di storie e personaggi che si intrecciano e che rendono questo volume decisamente più complesso dei precedenti. Difficile da riassumere. Mi limiterò a segnalare alcuni aspetti che più mi hanno entusiasmato.

La decifrazione del Papiro del Keleb. Un’ottima trovata. Bella la sfumatura filologica. Ad esso è legato l’episodio degli eremiti del monte Shångil. Una presenza di cielo sulla terra. Di certo è bello da parte tua l’aver individuato l’elemento dell’accoglienza nell’orazione dei due uomini, che poi si riverbera nell’ospitalità verso i pellegrini, come Geshwa. Una casa accogliente nel bel mezzo del nulla innevato. Qui Geshwa si perde e si ritrova. Che tutto ciò abbia un significato simbolico? Il legame di Geshwa con Eus a che punto sta? L’episodio del palazzo di Eus è molto misterioso al riguardo. Ma ancora non si capisce molto. Anche qui c’è qualcosa sotto.

Poi c’è l’assalto. Tutto a un certo punto precipita, gli intrighi lasciano il posto all’azione pura. Pagina dopo pagina il lettore scopre, insieme a Geshwa, quel che sta accadendo. Prima i Salbanelli, poi l’attacco alla torre, e alle mura, la prigionia, la scoperta del tradimento, Selbenco e la risoluzione dell’enigma del papiro, l’attacco con sorpresa, Pujdar in azione. Sangue, sudore, eroismo e sacrificio bagnano la seconda metà del libro. Una vera battaglia, dopotutto, anche se non come me l’aspettavo. La parte migliore, secondo me, rimane il primo scontro nel corridoio sbarrato dai portelloni. Mi è piaciuto molto il senso d’attesa, l’organizzazione dei soldati e la lotta coi salbanelli che ogni tanto ipnotizzavano qualcuno.

L’entrata in scena dei tre maghi è formidabile. La loro potenza è devastante, la situazione disperata. Geshwa si ritrova ancora una volta legato a un destino scomodo. Ma… sarà proprio vero? Non sarà che non c’è altro che casualità in tutta questa storia della profezia?

Gli ultimi capitoli del libro mi hanno spiazzato completamente. Tutto quello che ritenevo di aver capito è stato ribaltato. Folletti decaduti, profeti dubbiosi, vittorie apparenti e cattivi le cui macchinazioni appaiono imperscrutabili: tutto apre prospettive nuove e una voglia matta di divorare i prossimi tre volumi di Storia di Geshwa Olers.

Tra le cose che meno mi son piaciute:

1. Il Taddo: troppo stile Harry Potter (v. Quidditch). Anche se apprezzo lo sforzo di aver inventato un gioco. Non dev’essere stato facile idearlo e descriverlo, ma sono pagine che ho sorvolato.

2. Lininia: un personaggio odioso, a mio parere. Anche la fiaba simil-Cappuccetto Rosso non è stata granché entusiasmante. Anche qui, apprezzo più l’idea che il risultato.

3. “Lettera a mio padre”: v. i punti 1 e 2. Un gran fastidio per la lettura dover interrompere il corso degli eventi per leggere il tormento di Selbenco. Però, capisco che era importante saperne il contenuto per comprendere i sentimenti di Geshwa nei confronti di tale scritto.

4. I termini tecnici della scherma: troppo tecnici, sa di manuale.

L’importanza del commento negli store

commentareMio malgrado devo ammettere l’importanza del commento da parte del lettore, ma non in ogni caso e in ogni luogo. Parlo del lettore che acquista i suoi libri sui rivenditori online. La traccia che egli può lasciare a favore di un libro che gli è piaciuto è fondamentale, perché mi rendo conto che sempre più gente preferisce acquistare un libro sulla scia dei commenti favorevoli che di esso già trovato online.

Allora fatemi un favore: se avete comprato dei miei ebook su Amazon o altri rivenditori, per favore, tornate sulla pagina dello store e date un voto e, soprattutto, un commento. È come lasciare un post-it su un libro in una bancarella, con sopra scritto: “Te lo consiglio, che ne dici di provare anche tu?”

Non fate però come certi che, pur commentando, non usano la testa. Ve ne lascio un esempio.

Racconto, “Strega” in vendita su Amazon. Pagine indicate: 27. Perciò è un racconto, com’è facile capire. Un tizio lo acquista, lo Continua a leggere “L’importanza del commento negli store”

Il cammino di un mago – commento di Sangivio di Grodestà

copertina 3bisL’ormai noto critico in terra grodestiana, Sangivio, mi manda il suo commento al terzo volume della Storia di Geshwa Olers, ‘Il cammino di un mago’ (finora il volume più scaricato di tutta la serie, con quasi 6000 download!). Attenzione, contiene alcune anticipazioni: perciò chi non avesse ancora letto la storia, potrebbe rimanerne infastidito.

Anche in questo caso il libro si può suddividere in due parti. Di queste, però, solo la seconda ha una sua propria fisionomia. La prima invece è un susseguirsi di episodi e notizie che preparano, in crescendo, la missione vera e propria di Nargolian.

Della prima parte sono tre le cose che più mi hanno colpito.

La prima è il rapporto tormentato di Nargo con il suo maestro e, di conseguenza, con la Magia. È stato come uno schiaffo, leggere ad un certo punto, di Nargolian che non è più sicuro di voler fare il Mago. L’avevamo lasciato nel primo volume così appassionato della Lingua Onoferica! Asshar non si dimostra il più docile dei maestri, ma, in fin dei conti, l’impressione è che la cosa che fa più arrabbiare Nargolian sia la fede del maestro.

«Ma un Mago! Un Mago non può credere in queste cose!» (p. 77).

Si chiarisce un punto fondamentale, secondo me: la magia nasce per far fronte al desiderio di non dipendere da nessuno. Continua a leggere “Il cammino di un mago – commento di Sangivio di Grodestà”

L’invidia, questa scimmia che possiede

trollRitornano con cadenza impressionante. Non so se ritenermi fortunato, perfino onorato, perché gli invidiosi indicano sempre qualcosa. Per esempio che hai scritto qualcosa che loro avrebbero voluto scrivere senza riuscirci, o che i tuoi lettori ti destinano quell’apprezzamento che a loro – nel caso si tratti di altri scrittori – non viene dato.

Da sempre li chiamo quelli dell’una-stellina-solo-una e non credo cambierò definizione (potrei perfino usarla in un romanzo). Mi hanno già ispirato un romanzo, Commento d’autore, un horror in cui tutta la vicenda parte con il commento inquietante di uno stalker. Appaiono sui forum dei siti fantasy in cui viene pubblicato qualche mio articolo o si segnala un qualche mio romanzo, e subito giudicano quella notizia (o il romanzo di cui si parla) degna di una sola stella. Le velocità con la quale si apprestano a cliccare su rating 1 star è sorprendente. Oppure (s)parlano di me senza fare il mio nome, ma scrivendo cose del tipo “l’autore di una eptalogia che si è fatto pubblicità sulle nostre spalle”: questa è la specie più triste, perché costituiscono tipo una setta di scrittori incapaci di raggiungere il loro obiettivo.

Questo turno colpiscono su Goodreads: un sedicente lettore americano, di Charlotte, che inserisce nella sua libreria solo 5 libri, miei, per dargli una stella, tutto nello stesso giorno. Ovviamente ho già segnalato la cosa a Goodreads, ma non posso fare a meno di considerare l’infinita tristezza delle esistenze di chi si diverte con questi giochetti. Forse, anziché continuare a sperare di riuscire a pubblicare qualcosa per cui non ha la stoffa necessaria o anziché infestare il web con il suo trollrating, dovrebbe dedicarsi a qualcosa di più gratificante, per esempio a una sana autoanalisi junghiana. Risultato garantito, con un po’ di buona volontà.

La faida dei Logontras – commento di Sangivio di Grodestà

Eccoci al secondo commento di Sangivio di Grodestà, lettore appassionato del romanzo, che ancora una volta mi ha dato l’occasione (lui come molti altri) di porre attenzione ad alcuni aspetti di La faida dei Logontras per come lo può vedere un lettore. Alcune delle sue annotazioni sono ovviamente frutto del gusto personale e come tali vanno prese, ma altre sono indicazioni che mi sono risultate utili per la versione definitiva cartacea (sulla quale sto lavorando in questi giorni, in contemporanea alla versione ebook del sesto volume). Infine, ecco il testo.

copertina 2Anche in questo caso mi viene da dividere il libro in due parti. La prima è quella che si svolge per lo più nel campo d’addestramento. Il capitolo 11 fa un po’ da svolta, perché porta a pieno sviluppo alcune tensioni e crisi tra i personaggi principali. Soprattutto è il momento in cui Geshwa racconta la propria storia a Medoren.

Qui le cose interessanti sono due: siamo ad una sorta di resoconto delle indagini già svolte; Geshwa esplicita il fatto di sentirsi al centro di una “congiura”. I capitoli seguenti invece sviluppano l’azione vera e propria, portandoci direttamente nel bel mezzo della faida. Il capitolo 11 mi sembra importante perché rimette ancora una volta in questione l’interpretazione dei fatti data da Geshwa. La domanda che Geshwa si pone (sollecitato da Medoren) è in realtà una sorta di avviso al lettore: Possibile che si tratti solo di una mia congettura? Che mi stia inventando tutto?

Certo, alla luce degli sviluppi del 4° volume è una domanda interessante.

La prima parte mi è piaciuta più della seconda. Mi ha entusiasmato seguire gli inizi di Geshwa. Ho faticato con lui nei primi giorni d’addestramento; ho gioito dei suoi primi successi; ho tremato quando doveva affrontare i vari comandanti e mi sono preoccupato quando doveva affrontare i contrasti coi compagni. Rimane una delle parti di tutta la Storia di Geshwa Olers che mi ha affascinato di più.

Una trovata eccezionale è il ritrovamento di Milar Curatis: si vede lì la tua vena horror! L’episodio dà a tutto il libro, un tocco di mistero unico; ti trascina fino all’ultima pagina in modo implacabile.

La seconda parte è interessante per ciò che riguarda la prima “missione” di Geshwa, a Perša. Per il fatto che il lettore condivide questa prima uscita ufficiale, con la stessa emozione di Geshwa. Invece, mi è piaciuta meno l’avventura al maniero dei Logontras. A parte la battaglia dei Benandanti (tolto, però, lo scorcio su Melerian e Sorulian: un po’ una scena e un “montaggio” da B-Movie [questa annotazione mi inorgoglisce particolarmente!]) e la rivelazione sulla madre di Geshwa, dentro la casa dei grit-lah, tutto il resto non mi ha preso molto. Soprattutto, ho trovato la faida troppo complicata, difficile da seguire; la conclusione dello scontro con Dišan troppo scontata. Ancora una volta un soluzione da deus ex machina (in proposito, vale ciò che ho detto per il primo volume).

Alcuni particolari:

  • il Buio dell’Intelligenza. Come ogni rivelazione su Eu-Ahalan stuzzica sempre il lettore. Un luogo interessante, decisamente interessante, anche per gli strani versi e il buio che vi soggiornano.

  • (col rischio di rendermi antipatico): nel complesso mi sembrava a volte di leggere Harry Potter e la Pietra Filosofale. L’addestramento ricorda la scuola di Hogwarts; per esempio, i vari corsi e insegnanti hanno un che di simile; le trasgressioni e punizioni di Harry, così come le indagini e lo scontro finale… sono solo somiglianze che mi sono venute in mente mentre leggevo. Te le volevo dire per completezza. [in merito a questa nota, ho risposto che si tratta effettivamente di un omaggio a un romanzo che ho apprezzato davvero molto, n.d.a.]

  • Un enigma: io non ho capito bene, alla fine del libro, gli interventi segnati dal colore rosso, durante tutta la vicenda: il bambino e il soldato che avvertono Geshwa.

 Un giudizio finale: è un’avventura che appassiona e si lascia leggere con molto piacere. Ormai ci hai abituati a incantevoli descrizioni, che anche qui non mancano. Una buona dose di mistero che invoglia a proseguire la lettura. Qualche assaggio in più di magia rispetto al primo libro: anche questo non mi è dispiaciuto (anche se a me non piace molto la tecnologhìa, mi sembra poco “fantastica”. Ma, ancora una volta, si tratta di gusti personali). Non capisco come mai sia il meno scaricato tra i volumi disponibili finora. A livello globale, rimane comunque una storia di passaggio, che ti lancia verso il prosieguo della vicenda di Geshwa, che sta diventando sempre più adulto. Personalmente, finito il libro, ero tentato di saltare il 3° volume, tanta la voglia che avevo di vedere il continuo delle vicende di Geshwa nell’esercito!

Il viaggio nel Masso Verde – commento di Sangivio di Grodestà

Ci sono commenti ai tuoi romanzi capaci di mostrarti aspetti ai quali non pensavi mentre scrivevi. Come dire? Forse ci stava pensando la tua anima. La gestazione di una storia passa per un lungo periodo di inattività manuale durante il quale fai altro. La tua mente però lavora, come una Pastamatic capace di inglobare nella materia grezza, che tu hai preparato gettando le basi della storia, tutto ciò che ti ha formato come lettore, prima che come autore.

Una serie di commenti sta giungendo da un lettore che mi autorizza a pubblicarli, con un’unica richiesta: che io mantenga l’anonimato. Allora mi ha domandato di trasformare il suo nome in Grodestiano, cosa che ho fatto. Perciò ecco il commento di Sangivio di Grodestà a Il viaggio nel Masso Verde. Nel mondo di Stedon sarebbe con ogni probabilità un simpatizzante di Eus e del suo nome abbandonato. È anche grazie a commenti come quello che segue se sono stato in grado di modificare e riaggiustare il testo del romanzo per offrire la nuova e definitiva versione cartacea con Edizioni PerSempre. D’altronde, credo che uno scrittore debba sempre migliorarsi, e dal momento che Storia di Geshwa Olers è un romanzo in piena evoluzione (per lo meno fino a quando non sarà uscito il settimo volume cartaceo), le modifiche alla versione digitale sono sempre possibili. Dimenticavo, ringrazio tutti coloro che l’hanno scaricata da Feedbooks: al momento viaggiamo oltre i 15.000 download, verso i 16.000! Ecco il commento.

ges2011Dei quattro [Il viaggio nel Masso Verde, n.d.r.] è il volume che preferisco, al momento. È un libro magico. Quando ne hai letto la prima pagina, sei già caduto nell’incantesimo che ti costringerà a leggerlo fino in fondo. L’apertura con l’episodio di SobisLob è veramente efficace. L’unica cosa che non ho ben capito è come fa Asshar a cavarsela. In proposito c’è solo un accenno da parte di Eu-Ahalan ad Esfelerte, mi pare. Ma è una cosa che non si spiega mai.

Interessante anche l’espediente dei vari redattori e curatori dell’opera, dà al tutto un sapore a metà tra leggenda e storia. Mi piace. Una piccola nota, a questo proposito: quest’atmosfera mi sembra sia rotta poi da uno stile che è invece troppo moderno, secondo me. Il modo di esprimersi restituisce poco l’atmosfera delle leggende o anche del genere biografico-epico, specie quando si presentano i pensieri dei personaggi in modo diretto. Del resto, ho visto che nei volumi successivi queste irruzioni del narratore nella testa dei personaggi sono diminuite molto.

Un’altra nota storta mi sembrano gli scorci relativi alle attività di Eu-Ahlan. Non credo giovi molto alla trama, anche se ne capisco la funzionalità. Scoprire così presto il nemico lo rende già più familiare, incute meno timore, perché esce dalla sfera dell’ignoto.

Il tema del viaggio è uno dei miei preferiti, forse per questo mi ha appassionato molto, questo volume. Le descrizioni del Masso Verde sono bellissime. In particolare segnalo quello scorcio dei Giganti del silenzio: affascinante! Molto ben tratteggiato il rapporto di Geshwa con il padre, già da prima del viaggio e, naturalmente, anche durante. Lo stesso si può dire della madre. L’addio a Senfe è una di quelle cose che ti restano dentro, soprattutto perché si presagisce la tragedia.

Tra gli avvenimenti del viaggio è interessante la visita al Regno degli Gnomi. Però mi è sembrata un po’ artificiosa questa esplorazione di così tanti luoghi, prima che Geshwa venisse riacciuffato. Sembra quasi un pretesto per farci visitare il regno gnomico. Del resto anche nel terzo volume assistiamo ad una sorta di replica di questo episodio. Mi sono chiesto come mai indulgere così tanto su questi viaggi sotterranei.

Una trovata azzeccata è il folletto Harang: quella sì che ti tiene incollato al libro per parecchio e dà un tocco di mistero unico. Così come i testi antichi che vengono consultati, rivelando informazioni gustosissime sull’ambientazione. Questo stratagemma dei libri è per me l’esatto opposto dei pensieri in presa diretta.

Un altro appunto lo devo fare sull’episodio di Aissa Maissa. A me non è piaciuto molto, non so dirti perché. Ho gradito molto più la prima parte dell’episodio, quello legato all’orco. So che invece è una delle tue parti preferite, perciò non aggiungo altro, è solo questione di un mio gusto personale.

Andiamo alla seconda parte: decisamente diversa. Il romanzo è proprio diviso in due. Secondo me c’è un calo di tono, specie dopo la notizia del disastro di Senfe. Il tema migliore lì sviluppato rimane l’inspiegabile abbandono da parte di Sitor. È ciò che tiene maggiormente alto il livello del racconto. Interessanti sono i Gelehor, specie quando si scopre che Geshwa li aveva già incontrati in precedenza: da brivido! Però mi è sembrata troppo facile la risoluzione del conflitto finale, specie con il Mago. L’anguana è una specie di Deus ex machina. Mi pare di capire però che c’è un motivo a tutto ciò: le ultime parole di Onofererne al termine del IV volume sembrano riaprire la partita. È solo un’impressione.

La menzione esplicita di Eus e di un culto a lui legato all’inizio mi hanno fatto arricciare il naso. Ma in questo gioca molto la mia dipendenza forte da Tolkien. Nel corso dei volumi ho imparato a conviverci, e alla fine ad apprezzarla per quel che riguarda i due eremiti dello Shangil. Ma ti dirò magari in seguito.

Mi fermo qui, perché ho già riempito una pagina e altrimenti finisco per commentare riga per riga.

Come vedete, non è un commento del tutto positivo, ma non mi faccio problemi a pubblicarlo per intero (come già accaduto in passato per altre recensioni e commenti). La questione è: può un commento simile essere utile? La risposta è affermativa, perché si tratta di parole seguite a una riflessione attenta e puntuale, capaci di darmi indicazioni (assieme a tanti altri commenti) sulla via di un miglioramento.

Al prossimo commento di Sangivio di Grodestà, riguardante La faida dei Logontras. Se qualcun altro avesse il desiderio di veder pubblicato il proprio commento, non ha che da inviarmelo scrivendo a valenza.fabrizio@gmail.com.