
Torno a scrivere un post su L’isola dei morti, che oltre a essere un poema sinfonico di Rachmaninov è anche una serie di dipinti di Böcklin, perché una serie di coincidenze mi costringe a parlarne di nuovo. E la cosa si fa davvero interessante!
Cominciamo dalla Liguria. Come saprete (se l’avete letto, altrimenti procuratevene subito una copia!), L’isola dei morti è ambientato al largo di Zoagli, in una immaginaria isola posta di fronte alla cittadina. Protagonista del romanzo è Andrea Nascimbeni, antropologo di fine Ottocento che si è formato alla scuola di Paolo Mantegazza, fondatore dell’antropologia italiana. Nascimbeni decide di indagare sulla reale esistenza di quest’isola per i suoi scopi personali, legati all’antropologia, dopo aver visto la terza rappresentazione di TotenInsel presso lo studio dell’amico Arnold Böcklin in quel di Firenze, e averlo costretto a parlare. Böcklin gli dice che vide l’isola in un giro in canoa quando si trovava in Liguria, dalle parti di Zoagli.
Questa è la finzione. Ora, vengo a scoprire che la realtà non è poi così distante. L’ho scoperto solo di recente, perciò a distanza di anni dalla scrittura del testo (scritto per la prima volta a fine 2016) e dopo un anno dalla pubblicazione (molto fortunata, devo dire), ma a quanto pare, il primo elemento di coincidenza è che Paolo Mantegazza ha qualcosa a che fare con la Liguria, e proprio dalle parti presso le quali è ambientato il romanzo. Parliamo di San Terenzo di Lerici, a un’ottantina di chilometri da Zoagli: il Mantegazza vi morì nel 1910. Oltretutto, la data di morte è di pochi anni successiva a quando il protagonista del romanzo scrisse al suo mentore, per raccontargli la storia delle sue disavventure.
Ma a San Terenzo di Lerici è legato anche un altro protagonista del romanzo, proprio Arnold Böcklin, che nel 1890 (cinque anni dopo le vicende inventate) si reca a Villa Marigola, che è a Lerici, per architettare il bosco sacro della villa, chiamato dai proprietari Pearse, che viene descritto come segue: “realizza un sacro bosco con concrezioni calcaree ad imitazione della natura rocciosa fra il parterre frontale, sospeso sul mare, e il parco retrostante”. In pieno stile isola dei morti! E indovinate chi soggiornò in una dependance di Villa Marigola nel 1822? Percy e… Mary Shelley: già, la creatrice di uno dei più famosi romanzi gotici di tutti i tempi!
Si direbbe quasi che l’abbia fatto apposta, ad ambientare L’isola dei morti proprio lì, con tutte queste intersezioni d’epoca e di epoche. E invece no, è stato del tutto casuale, se così vogliamo dire. Coincidenze, per l’appunto (a proposito: ho appena ultimato un romanzo lungo intitolato Coincidenze).
Ma veniamo a tempi più recenti. La mostra di Klimt e l’arte italiana al Mart di Rovereto. Ciò che più mi ha colpito, è la presenza su tutte le opere della mostra (anche quelle che in teoria avrebbero dovuto essere più luminose e ottimiste) del tema della morte. Certo, era l’epoca a cavallo tra inizio Novecento e metà del secolo, in cui più o meno tutti avevano la percezione che qualcosa di tremendo fosse sul punto di accadere in Europa e nel mondo, oppure era già accaduto, tanto da cambiare la percezione dell’essere umano e della storia stessa. Ma vedere il modo in cui tale tema è presente su quei volti e corpi cadaverici, su quelle espressioni depresse e per le quali non c’è redenzione… e poi pensare a Lovecraft, e al fatto che diverse opere lì presenti lo richiamavano, del tutto involontariamente, e capire così che anche lui aveva scritto nell’ambito di questa percezione mondiale di una morte sempre più presente… Insomma, è stato rivelatore. Ho compreso in un sol colpo quale dovesse essere la sensazione che aleggiava sulla società dell’epoca: e noi ci lamentiamo della nostra!
Collegate a questa su Klimt, c’erano anche altre mostre, tra le quali una mostra dedicata al surrealismo di Leonor Fini e Fabrizio Clerici, due artisti che hanno fatto dell’arte a tema fantastico un filone estremamente importante della cultura italiana novecentesca. E dire che in letteratura, invece, la narrativa fantastica ha avuto sorte tanto diversa! Un’ulteriore rivelazione, perciò, che dovrò riprendere in un approfondimento a tema. Ma al di là della visione spesso davvero inquietante e perfino horror che caratterizza l’opera di Clerici, ciò che mi ha lasciato un segno indelebile è stato ritrovarmi in una delle ultime sale dedicate all’artista.
Ero circondato dalle sue riproposizione dell’Isola dei morti di Böcklin. Lì ho ritrovato anche una delle opere (finalmente dal vivo) che avevo segnalato in un post precedente, dedicato alle rielaborazioni della serie del pittore svizzero. Vi giuro che trovarmi circondato da quelle rielaborazioni è stato estremamente emozionante. Mi veniva da piangere. Vi ripropongo le fotografie fatte in quell’occasione.




Coincidenze, miei cari e mie care. Coincidenze, dice qualcuno.

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