Per diventare scrittore – 4

La mia quarta fase iniziò in modo davvero glorioso, per poi trasformarsi in qualcosa di profondamente avvilente. Una giostra con cui ogni scrittore deve imparare a fare i conti.

Quando mi sembrò che Storia di Geshwa Olers stesse assumendo una fisionomia ben precisa e che i primi volumi fossero sufficientemente curati da proporli per una lettura pubblica, forte dei consensi che avevo avuto su quel sito di cui non ricordo il nome, decisi di proporne la lettura con tanto di download gratuito su un blog creato appositamente su Splinder (piattaforma ormai defunta). Ogni settimana ne proponevo un capitolo, mi feci un poco di pubblicità in rete e diedi vita a delle collaborazioni con siti che mi avrebbero appoggiato nell’iniziativa, e mi diedi pure alle presentazioni auto-organizzate. Eravamo nel febbraio del 2007, e il risultato fu davvero eccezionale. Nell’arco di meno di un anno, raggiunsi i 30.000 download, comprendendo in essi anche il download dei capitoli del secondo volume. Non credevo ai miei occhi. Tenete conto che si trattava dei primi anni in cui il fantasy iniziava a essere davvero di tendenza in Italia, e che, inoltre, i blog che proponevano gratuitamente la lettura di romanzi non erano poi molti. Settimana dopo settimana vedevo aumentare i numeri, perciò mi decisi a cercare un editore.

Interiormente, ciò che provavo era più o meno questo: fin dall’inizio ho capito che si trattava di un romanzo davvero mio, e in effetti sta riscontrando successo. Credere fino in fondo in ciò che si fa è la soluzione per ottenere risultati.

Una prima risposta alle mie ricerche giunse da un editore, De Vecchi, che mi propose di incontrarlo alla Bologna Children’s Book Fair, dove mi recai con entusiasmo, per scoprire che loro non pubblicavano fantasy, ma che volevano riservarsi la possibilità di presentare il romanzo alle fiere internazionali. Ottimo, gli dissi. Facemmo e non ottenni mai nulla. Avevo, inoltre, da poco conosciuto una scrittrice, tale Antonia Romagnoli (siamo grandi amici: qui trovate il suo sito), che mi propose di farsi tramite per l’editore con il quale aveva da poco firmato un contratto. Si trattava di L’Età dell’Acquario, etichetta di proprietà Lindau. Io gli consegnai il romanzo, senza grande fiducia (ho sempre fatto fatica ad averne, mio tratto caratteriale). Quando, perciò, mi telefonò il grande capo, ad aprile del 2008, provai un’emozione senza precedenti. Ero in macchina a uno dei più ingarbugliati incroci di Verona, vicino a Porta Nuova, e non capivo più nulla. Ascoltai il suo invito a presentarmi a Torino per discutere del romanzo e della pubblicazione. Feci del mio meglio per non perdere una sola parola di ciò che mi diceva, mentre le auto mi strombazzavano il loro disappunto per aver bloccato il traffico cittadino, e gli autisti che le conducevano dovevano essere d’accordo. Quando mi presentai a Torino, poi, il grande capo mi prospettò un’operazione editoriale impegnativa, per la quale chiedeva il mio personale contributo a livello di disponibilità a girare per fare presentazioni e per tutto il battage pubblicitario che avrebbero organizzato. Mi disse anche che l’investimento che avrebbero fatto non sarebbe rientrato che verso il terzo volume. Ne uscii esaltatissimo. Mi vedevo le porte dell’editoria spalancate, il successo assicurato e il mio romanzone fantasy incredibilmente pubblicato in modo integrale.

Mai fare i conti senza l’oste.

In questo caso, l’oste era l’inevitabile situazione di mercato e lo sviluppo più o meno naturale del percorso che un romanzo si trova a dover affrontare tra librerie e passaparola. Ebbene, praticamente nulla funzionò, dalla pessima copertina del primo volume alla difficoltà di organizzare le presentazioni, dalla difficoltà di comunicazione con l’editore al mio entusiasmo eccessivo che non riusciva a tener conto della realtà editoriale tutto sommato difficile (lo ripeto ancora una volta, ma repetita iuvant: la realtà editoriale tutto sommato difficile).

L’entusiasmo fa molto male all’autore, che deve sempre tenere i piedi ben piantati a terra.

Nel giro di pochi mesi si comprese l’insuccesso pieno dell’operazione e dalle stelle caddi non nelle stalle, ma in una caverna di livore nero e rancoroso. Per Storia di Geshwa Olers il percorso editoriale si arrestò quasi del tutto a quel punto. Sì, pubblicai anche il secondo volume con un piccolo editore e poi di nuovo il primo con un altro ancora più piccolo, ma nulla accadde. La demoralizzazione crebbe e tanto e tale fu il cinismo che un simile tracollo portò in superficie dal mio cuore, che tutto sommato ne nacque un nuovo filone che qualche altra soddisfazione mi dette, alcuni anni dopo.

Si trattava dell’horror. Scrissi Commento d’autore, e poi sette brevi romanzi (Le sette case) e poi altri due romanzi, Codice infranto e Trasmissione inversa, pubblicati entrambi da Dunwich Edizioni, che giudico tra le mie cose migliori. Scrissi e pubblicai anche racconti. Il cinismo che ero riuscito a tirar fuori grazie all’operazione fantasy andata male divenne, tutto sommato, un’energia nuova nella quale investire, che mi diede lo sprone per andare avanti mutando le mie prospettive.

Questo fu il dato più importante di quest’epoca di difficoltà di varia natura, durata diversi anni (dal 2008, anno della firma con L’Età dell’Acquario, al 2013, anno in cui presi la terza laurea e sul lavoro non ottenni ciò per cui avevo studiato, ma questa è un’altra storia e prima o poi la racconterò): le difficoltà arrivano per aiutarci a cambiare punto di vista sulle cose, e solo abbracciando un nuovo punto di vista possiamo rinnovare noi stessi e la nostra scrittura.

Così passai dal fantasy al romance, dal romance all’horror, e dall’horror tornai all’autopubblicazione. Non ho mai guadagnato molto, anzi, molto poco, e soprattutto non ho mai venduto bene. Sento spesso (e ho sentito in passato) autori lamentarsi delle basse vendite, senza che si rendessero ben conto di quanto fosse irrealistica la loro attesa di vendere più di quanto in effetti vendevano. Magari si lamentavano anche quando vendevano 1000-2000 copie, che non sono per nulla poche. In fin dei conti, la fatica più grande che uno scrittore deve fare e che esuli dal suo mestiere in senso stretto, è quella di imparare dai propri errori e di ridimensionare le proprie aspettative.

Finisce, perciò, tutto qui? Certo che no. Questa non è di sicuro l’ultima fase. La quinta, infatti, prevede uno strappo massiccio con quanto fatto fino a quel punto, ma ve la racconterò nel prossimo post.

Se vuoi leggere la fase terza, puoi cliccare qui.


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