Quel dubbio sottile del complotto

Uno degli aspetti più complessi del confrontarsi con chi crede nei complotti, di qualunque genere essi siano, è il dubbio che il complottista insinua nella verità.

Continuiamo il ragionamento già iniziato ieri con il test semiserio per capire se ci stiamo incamminando sulla strada dei complotti. Forse non è un atteggiamento del tutto conscio, e sono persuaso che nel caso in cui il complottista si rendesse conto di effettuare il tipo di operazione che ora descriverò, lo farebbe molto di meno oppure non lo farebbe affatto. Infatti, di solito il complotto si nutre di un’assenza fondamentale in qualunque processo razionale che tenti di spiegare la realtà o una sua parte: l’onere della prova.

Se io ipotizzo che il Covid 19 sia stato creato in laboratorio, per sostenere la mia tesi mi basta insinuare un dubbio: vuoi vedere che questa non è una cosa naturale, ma che è stata creata appositamente per suscitare disordini (di ordine economico, politico, ecc.)? Di fronte a un simile dubbio, quale può essere la reazione di una persona normale? Ne ho identificate due:

  1. considera la teoria che gli viene proposta, ma poi dentro di sé, nel dibattito interiore, decide che non può avvalorarla e ritenerla credibile, e la scarta;
  2. oppure, dopo averla considerata, decide di ritenerla possibile e, questa possibilità cui dà spazio, diviene il punto di raffronto per la razionalità, che difficilmente riuscirà a trovare motivi definitivi per abolirla. Così otterrà sempre più spazio.

Alla base di entrambe le risposte, c’è il riferimento a un elemento della psiche umana che assume un’importanza fondamentale: l’assenso. Il complottista decide di dare il proprio assenso alla teoria, mentre chi decide di non credervi, non lo dà. Ovvio, direte voi. Meno ovvio, però, è ciò che diviene imprescindibile affinché il nostro animo fornisca l’assenso: il senso di realtà.

Il senso di realtà è quella capacità della persona di riconoscere e accogliere gli elementi che la sua esperienza gli pone di fronte agli occhi, che però vanno sempre interpretati al fine di comprenderli. Ed è qui che si insinua il dubbio. Ma come lavora, il dubbio?

Il dubbio non vuole dimostrazioni. Le impone. Ma non le impone a chi solleva il dubbio: le impone a chi sostiene ciò che, invece, è oggetto di dubbio.

Se io dico che il Covid è stato creato in laboratorio dai Cinesi e che in questo laboratorio c’era la collaborazione di multinazionali del farmaco occidentali, sta a te, che non credi in questa teoria del complotto, dimostrarmi che non è così. E in effetti, di solito accade proprio in questo modo: che chi è dotato di un sano senso della realtà, cioè, tenti di far capire al complottista che il dubbio sollevato non ha ragion d’essere. Eppure, dovrebbe essere proprio il contrario: l’onere della prova dovrebbe essere a carico di chi sostiene una teoria non realistica. E qui, si insinua un altro problema, e cioè:

le prove dei complottisti sono narrazioni semplici, prive di logica concreta, e perciò apodittiche. Non è possibile ridurle a elementi più semplici, motivo per cui non è possibile confutarle sezionandole, come si farebbe per una teoria semplicemente erronea.

Riassumiamo: il complotto si fonda su un dubbio basato su narrazioni semplici, irriducibili a elementi più basilari e che forzano l’assenso delle persone prive di un significativo senso di realtà. Di fronte al complotto, l’onere della prova è tutto a carico di chi viene contestato, perché il complotto è niente più che una forma di fede immediata, che non prevede grandi speculazioni logiche.

Nel prossimo post, proverò a individuare tre motivi per cui si crede nei complotti.


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