Demoni: un angelo sui generis / 10

330778CF-6A64-42E7-BED5-61A1044C0BD2È arrivato il momento di parlare di un angelo “sui generis”, mai chiamato in questo modo nei testi in cui se ne fa riferimento, bensì conosciuto con il termine di dàimon: il famoso dàimon di Socrate.

Prima che si alzino gli scudi dell’ortodossia e le spade degli antieretici, chiarisco subito che non sono impazzito. Certo, nei testi che fanno riferimento a questo “dàimon” (attenzione: è giusto chiamarlo con la parola greca, perché la traduzione “demone” desterebbe confusione), non si usa mai la parola “angelo”, cioè messaggero, ma si tratta proprio di questo.

Dal momento che la realtà demonica è, abbiamo visto, la realtà mediatrice e intermedia tra il Divino e l’umano, quando tali “dèmoni” divengono degli amplificatori della realtà divina, è necessario pensare che essi svolgano una funzione angelica, di veri e propri messaggeri. Che cosa ci impedisce, perciò, di considerare quello di Socrate un vero e proprio angelo, sebbene appartenente a una tradizione religiosa differente da quella di origine biblica nella quale, solitamente, si parla di angeli per come li “conosciamo” noi? Per l’appunto, solo una questione formale.

Andiamo per gradi. Innanzitutto il dàimon di Socrate. Chi era? Cosa faceva? Si tratta di un fatto storico o stiamo parlando di una leggenda?

Chi era? Il dàimon di Socrate era una voce interiore che il filosofo ateniese udiva molto spesso. Non aveva una fisionomia e non era una persona. Alcuni pensatori – soprattutto psicanalisti – hanno cercato di darne una lettura riduttiva, seppur tendenzialmente rispettosa, dicendo che si trattasse di una raffigurazione che traduceva in immagine sonora la coscienza di Socrate, ma così non può essere, perché agiva in un modo ben strano, che adesso vi spiegherò.

Cosa faceva? Infatti, il dàimon di Socrate non suggeriva qualsiasi cosa o non argomentava in qualunque ambito. Semplicemente, aveva una funzione ben precisa: impedire a Socrate di dire o fare alcune cose. Non c’era una regola predeterminata, ma molto semplicemente, in alcune situazioni, Socrate sentiva la voce interiore di questo dàimon che gli chiedeva di non fare o di non dire una cosa che in quel momento avrebbe voluto fare o dire. Se si fosse trattato di una traduzione in immagine sonora della sua coscienza, perché mai si sarebbe fatta sentire soltanto per impedirgli di parlare o agire in un certo modo, e non anche per suggerire cose migliori o giuste da compiere? Perché c’è da tener conto di una cosa, e cioè…

È un fatto storico o una leggenda? È necessario tener conto di un fatto singolare, cioè il risultato delle azioni e delle parole di Socrate, unico metro di giudizio per affermare qualcosa su tale dàimon. A giudicare dall’importanza dell’uomo Socrate per il pensiero occidentale, paragonabile nell’ambito della logica a quella che Gesù ha avuto per l’ambito spirituale (anche se quest’ultimo con rinomanza ben più ampia, soprattutto a motivo dell’ambito specifico, cioè religioso, del quale è entrato a far parte), a giudicare, dicevo, dall’importanza dell’uomo Socrate, il suo dàimon deve aver avuto un ruolo chiave, che non conosciamo direttamente, ma indirettamente. Non si può escludere, a rigor di logica, che Socrate sia stato così incisivo sulla società dell’epoca proprio in virtù dei “divieti” di questo dàimon, che, se non si fosse fatto sentire, non avrebbe potuto impedirgli di compiere azioni sbagliate o di dire cose fuori luogo con l’innovativo approccio conoscitivo e morale che propose ai suoi contemporanei.

Inoltre, ci sono molte testimonianze dell’epoca che parlano di questo dàimon.

I più noti scrittori che raccontano di tale dàimon sono ovviamente Platone, che fu discepolo di Socrate, Senocrate, Apuleio e Plutarco.


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