1987 – IT

IT

Sperlin & Hupfer, 1987 collana: Super BestSeller Prezzo: 12,90€

Trama.

Una promessa fatta ventotto anni fa, la chiamata di sette adulti per riunirsi a Derry, nel Maine, dove da adolescenti hanno combattuto una creatura del male che uccideva i bambini della città. Non era certo che il loro Club dei Perdenti avesse sconfitto la creatura tanti anni fa, e perciò i sette promisero di tornare a Derry, se mai fosse riapparsa. Ora, nel 1985, tutto ricomincia. Se ne rende conto uno dei sette, Mike Hanlon, l’unico a essere rimasto nella città di Derry per controllare l’evolversi degli eventi. Altri bambini vengono di nuovo assassinati e quando Mike inizia il suo giro di telefonate per rievocare l’antico legame tra i membri del Club dei Perdenti, innesca una catena di eventi, il cui primo grosso trauma è rappresentato dal suicidio di uno di loro, Stan Uris. Ma i loro ricordi rimossi di quella stagione estiva iniziano a riaffiorare, e decidono di tornare, per dare battaglia al mostro in agguato, immergendosi ancora una volta nelle fogne di Derry e nella loro memoria più spaventosa.

IT è IL romanzo di Stephen King, senz’ombra di dubbio (in compagnia del ciclo della Torre Nera), per quanto sia difficile fare una simile affermazione pensando alle decine di ottimo romanzi sfornati dall’autore, e dagli altri vari capolavori di cui abbiamo potuto godere. IT non è neppure un romanzo perfetto, non nel senso canonico del termine. È troppo lungo, prolisso, forse nemmeno proporzionato. Eppure, IT è comunque IL romanzo.

Si tratta di un romanzo sconvolgente sotto parecchi punti di vista, a partire da quello della lettura cui il lettore deve far fronte. Già tenere in mano un tomone di 1230 pagine non è poco. Normalmente il sottoscritto è piuttosto veloce nella lettura, ma questa volta ho iniziato l’8 agosto per terminare solo il 30. Come mai? Chissà, forse ha contribuito quel senso di nostalgia per il romanzo che stringevo tra le mani e per il suo contenuto, sensazione che mi ha accompagnato fin da pagina 300 circa. Forse accade sempre così: ti rendi conto che stai leggendo qualcosa di grande quando ancora non sei in grado di dirlo a parole.

IT è un romanzo enorme, che non permette di essere avvicinato con i soliti parametri coi quali normalmente si giudicano i romanzi. Nell’arco di 1200 pagine, la storia si disperde, i particolari si accrescono, le azioni dei personaggi non sono più così necessariamente legate tra di loro. Quando, poi, ti viene il sospetto che la storia che accade nel romanzo sia la storia che stai leggendo, nel vero senso del termine, allora incominci a comprendere che ancora una volta Stephen King ha oltrepassato il limite. E quando, arrivando al termine, vedi che ogni cosa trova il suo preciso senso, hai la certezza di aver terminato di leggere un capolavoro e che King fa dei suoi scritti esattamente ciò che vuole lui, infischiandosene dei canoni dettati dal mercato.
Sì, ha oltrepassato i limiti, capace di creare qualcosa che travalica il senso della normalità narrativa, per istituire un legame tra i personaggi del romanzo e la storia che Mike Hanlon ricostruisce, e ciò che accade nel lettore alla lettura delle loro azioni, e il romanzo stesso che il lettore stringe tra le mani. IT è un mostro, IT è Derry (la cittadina nella quale si svolge il romanzo), IT è il romanzo fisico, reale, e infine IT è la storia dei ragazzi protagonisti, la loro storia d’infanzia che rischia di essere perduta, e che perciò dev’essere salvata per salvare se stessi. Il problema fondamentale dei protagonisti, però, è che una storia d’orrore  non può essere ricordata sperando di rimanere integri anche da adulti (così come è difficile trattenere i ricordi dell’infanzia). Per evitare che cada nel dimenticatoio una volta per sempre, viene consegnata ai lettori, nel romanzo reale.

Due scene brillano per maestria narrativa e immaginifica, sopra tutte le altre: l’incontro tra Beverly Marsh e una anziana signora che abita nel suo vecchio appartamento, quello dove suo padre la picchiava, e che si trasforma poco alla volta nella strega di Hansel e Gretel con tutta la casa; e la visione dei due bambini nel club scavato sotto la superficie dei Barren, ottenuta in seguito a un rituale di tipo sciamanico derivato dalle letture di Ben Hanscom, per il quale si ritrovano in piena preistoria e hanno la possibilità di vedere il momento in cui IT precipita sulla terra, simile a una cometa.

Quante considerazioni si potrebbero fare su questo volumone, che forse meriterebbe un saggio a sé. Qui lascio solo alcuni lacerti di pensieri, nemmeno troppo ragionati, nella speranza che possano suscitare una riflessione utile a mostrare i molteplici aspetti di IT.

La memoria. È forse il tema più importante che emerge da questo romanzo. Tutti i protagonisti condividono una memoria che rischia sempre di cadere nel baratro della dimenticanza, portandosi dietro il significato e il sapore di ciò che siamo e siamo stati, assieme ai mostri che in essa vivemmo. Più diventano grandi e più fanno fatica a ricordarsi chi sono. Una dispersione della memoria che ha due aspetti, uno positivo e uno negativo. Quello positivo è che la dimenticanza è utile per prendere distanza dai propri mostri, soprattutto se non risolti, ricavandone la possibilità di essere altrimenti, di essere in maniera differente da ciò che si veniva considerati nel passato, quando ancora si era in formazione dal punto di vista sociale. Quello negativo è che assieme alla memoria sembra se ne vadano anche la gioia e la felicità tipiche dell’infanzia, quel qualcosa in più che permetteva a Peter Pan di volare.

L’amicizia. Il legame dell’amicizia si rivela come qualcosa di più, un legame delle anime. Al termine della loro avventura, che per certi versi sembra rientrare in una delle avventure tipiche dell’infanzia di ognuno di noi, quella in cui si combatte il mostro, immaginario o reale che sia, i sette protagonisti si uniscono col sangue, per suggellare l’amicizia fondata sul reale amore reciproco. È un legame che permette di rievocare il passato dimenticato per venirsi in aiuto, che riesce a far fronte ancora una volta agli incubi di quando si era piccoli, e che così spesso ritornano in superficie. Certo, ci sono delle conseguenze: ogni legame dell’infanzia incide profondamente sulla vita dell’adulto, ma ha il grande vantaggio di poter agire anche laddove sembri non essere più presente. Non è questa la fondamentale prerogativa di ogni grande amicizia dell’infanzia? Nella realtà non scompare mai.

La realtà. In IT la realtà, come viene normalmente creduta, non è altro che la risultante di un’interpretazione di ciò che è nascosto nel profondo del mondo, dell’universo. La pre-comprensione di questo stato di cose si ha nell’incontro col mostro fuori della sua tana: ogni volta esso si presenta secondo le paure tipiche dei protagonisti. La comprensione vera e propria, quella metafisica, si ha nell’incontro col mostro dentro la sua tana. Si scopre che la realtà è una superficie dipinta su una tela, una struttura costruita sulla tela di un ragno e poggiante su una cosmologia che può essere intuita solo da chi riesce a penetrarvi e ha il coraggio di farlo. Ancora una volta, è solo il legame d’amore che ci lega agli altri e che ci viene in soccorso, a permetterci di far fronte all’abisso del reale.

Il male. In questo romanzo, il male assume l’aspetto di un’entità esistente da prima della comparsa dell’uomo e che modifica il mondo, il terreno, le abitudini, le vite, i rapporti. Il male viene visto non solo come frutto di scelte sbagliate, ma anche come ciò che fa sì che le nostre scelte si trasformino in scelte sbagliate. La presenza del male permea Derry in maniera sottile, quasi atavica, tanto che perfino la memoria stessa della città è condizionata a lasciarlo agire indisturbatamente. Quanta critica sociale c’è in questo romanzo, e con quale maestria! Qui si parla di un male-entità che può agire solo attraverso la proiezione delle paure di chi ne subisce l’attacco, agendo sul punto di fragilità di ogni persona: ognuno dei protagonisti immagina IT a suo modo, e quando lo affronteranno assieme, lo vedranno come un ragno. Ma si tratterà comunque di un’immagine collettiva, e non del suo vero essere (che è luce che si modula).

È interessante notare tutti i rimandi al mondo biblico e al mondo tolkieniano, insiti nella descrizione del mondo in cui si svolgono le azioni del romanzo. Il modo in cui viene chiamato il Dio supremo, colui di cui ha paura perfino IT, è l’Altro, con la “a” maiuscola come nella migliore teologia cristiana del Novecento. Il male che arriva dall’esterno, dal macroverso, e viene a incidere sulle azioni di una comunità umana in qualche modo ignara del suo principio è da ricollegare al peccato originale, qualcosa di così distante e irraggiungibile da non poter essere arginato se non con l’amore che lega gli individui (e questa comunità di sette persone, non è forse una chiesa unita da un battesimo di sangue, agito dai bambini una volta che hanno compreso con chi hanno a che fare?). E il meccanismo per cui gli altri non riescono a vedere la presenza e le conseguenze delle azioni di IT per come, invece, le vedono i sette protagonisti, non indica forse l’acutezza di sguardo di chi si è aperto al mondo spirituale attraverso un cammino interiore di fede? Fede, altro termine che continua a tornare nel romanzo, con un’insistenza per la quale si crea una dicotomia tra chi crede e chi non crede. Infine (ma non ultima tra le tante altre) la simbologia di IT che all’inizio dei tempi cade come una folgore sulla terra. Chi vi ricorda? Ma certo, lui, Lucifero!

Il successo. Diretta conseguenza del male, il successo di sei dei sette protagonisti sembra essere l’arma del diavolo. Rendendoli uomini di successo, essi dimenticheranno la loro infanzia triste (non fosse per l’amicizia), si sentiranno finalmente felici e con una vita piena di senso. Solo Mike Hanlon mette in luce che ha avuto successo chi si è allontanato da Derry, ed è lui, guardiano del mostro e del suo agire nella cittadina, ad aiutare i suoi compagni a ricostruire l’accaduto. Altro segnale imbarazzante della loro infelicità infantile è il non aver avuto figli. Questa felicità, tuttavia, è fittizia, si basa su drammi personali, è creata a discapito della memoria, sacrifica la reale felicità costituita dai legami che conferiscono senso. In fin dei conti, scimmiotta la vera felicità che era stata trovata nell’infanzia nonostante tutto, quella costruita sulla relazione con gli altri sei.

La scansione temporale. Probabilmente la scansione temporale del romanzo non è casuale. Si intervallano in continuazione due piani (talvolta anche un terzo): quello del 1958 nel quale i protagonisti bambini si conobbero e combatterono una prima volta IT, legandosi d’amicizia eterna; quello del 1985 in cui si ritrovano, rievocano la propria amicizia e combattono nuovamente e definitivamente IT; quello supplementare della ricostruzione del passato di IT da parte di Mike Hanlon, che va a scovare la sua ciclica azione nella comunità di Derry, ogni 27 anni.

Il modo in cui questi piani si intersecano è l’immagine reale del modo in cui i protagonisti adulti riescono a ricostruire il loro passato, recuperando ciò che di salvifico vi è in esso. Lettura del romanzo e recupero della memoria procedono di pari passo, fino a farci comprendere fino in fondo quanto fosse stata profonda l’esperienza di quei bambini, e giustificando in pieno un legame che, all’inizio, rischiava di sembrare eccessivamente sopravvalutato.

Infine, vorrei ricordare la bellezza poetica del racconto, che negli ultimi capitoli del romanzo è causa di un sospiro per ogni paragrafo, nella consapevolezza che una grandissima storia sta per finire, ma che, forse, non finirà mai veramente. E alla fine è una bellezza che provoca una commozione tanto profonda, da permettere al lettore di considerarsi a pieno titolo parte del racconto.
Come se IT fosse, in realtà, la storia dell’infanzia di ognuno di noi.


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