La meditazione e la coscienza / 2

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G14, di Tomasz Alen Kopera

Può essere utile pensare la coscienza come un flusso di narrazioni personali iniziato all’epoca del concepimento.

Il rapporto relazionale stretto che viene instaurato tra madre e figlio è all’origine di ogni tipologia esistenziale di racconto di Sé e del Mondo-come-differente-da-Sé. La differenziazione progressiva dalla madre può essere vista come una concomitante definizione di tutto ciò che non è quel rapporto simbiotico, così che differenziarsi identificandosi in se stesso è sempre più una parallela creazione del Mondo in cui esistiamo.

L’esistenza della coscienza assume, già prima ma soprattutto dopo la nascita, una corporeità fisica nella quale avvengono le progressive manifestazioni del sentire umano: le emozioni, i sentimenti, i desideri, le scelte e l’imprevedibile non sono altro che aspetti di un’unica esistenza. Pur essendo tutte parte di un’unica esistenza, le contrarietà della vita ci spingono, tuttavia, a considerarle come se fossero divise, reciprocamente differenziate e molto spesso contrapposte. È così che un’emozione può muoverci contro una scelta che vorremmo libera, o che ci possiamo sentire vincolati a qualche avvenimento che non abbiamo scelto, ma che, in qualche modo, ci richiede di essere integrato nell’esistenza.

Le emozioni sono spesso viste come negative, soprattutto nella nostra società, o pericolose, e perciò vengono volentieri tenute sotto controllo, quando non addirittura castrate. I sentimenti sono più accettati, anche se si fanno grandi distinguo tra sentimenti buoni, da nutrire, e sentimenti considerati cattivi, da evitare, con un giudizio su una parte così importante del nostro sentire interiore. Il fisico, poi, viene considerato come qualcosa a sé, da addomesticare, da limitare o limare, qualcosa che ci è capitato e che non ci rappresenta se non in minima misura. Per non parlare, infine, di tutto ciò che capita alla nostra vita, alla nostra esistenza, e che non abbiamo di certo chiesto: fin quando gli eventi sono positivi, tutto sommato li accettiamo di buon grado, ma quando sono negativi, ecco che iniziamo una lotta che non può non vederci perdenti.

Tali differenze ed eventi interiori ed esteriori rischiano di produrre un senso di disgregazione di cui la Coscienza tenta sempre di giungere a capo.

Una simile ricerca, lungi dall’essere spesso coronata da successo, è piuttosto ammantata da un senso di sconfitta personale che rischia di abbattere le motivazioni e di deprimere il bisogno di significato di un Essere Umano sempre più in balia di eventi che avverte come slegati da sé e dipendenti da volontà altrui, troppo spesso incomprensibile.

Ecco che, di fronte a questo apparente smacco, è proprio la ricerca incessante di un’unità da parte della Coscienza, è proprio il suo tentativo di non spezzarsi in modo schizofrenico, a farci comprendere il primo dato fondamentale dell’esistenza: la ricerca di senso nella vita corrisponde al tentativo di un’unificazione di significati, di un orizzonte comune all’interno del quale comprendere ogni avvenimento della propria vita. Ci si domanda se le emozioni, i sentimenti, il fisico e la sua condizione, gli eventi a noi esterni ma che così duramente incidono sulla nostra vita non abbiano un senso comune. Tale ricerca appare spesso come il desiderio di tornare a un senso originario che si considera perduto, e ci si ritrova a provare nostalgia per situazioni del passato che ci sembrano perdute per sempre, sebbene siamo in continuazione pervasi dal desiderio di farvi ritorno.

Da un punto di vista filosofico, l’orizzonte unificato è caratteristica propria del divino che tutto comprende perché a tutto ha dato origine.

Si tratta di un orizzonte che sfugge alla consueta capacità logica della Coscienza, per il semplice motivo che la Coscienza fonda la sua comprensione del mondo su due categorie – spazio e tempo – che non possono trascendere se stesse a meno di non negare il proprio statuto. Ogni narrazione efficace che la Coscienza è in grado di produrre di sé non potrà mai risalire al punto precedente alla propria creazione, dal momento che al limite estremo cui potrà risalire, essa si identificherà con la comprensione di se stessa, con una sorta di “autocoscienza”, arrivando a identificare il proprio atto di nascita con la prima narrazione effettuata di Sé.

Tutto ciò che è a Essa precedente, tutto quell’ambito che è luogo specifico del divino da cui deriviamo, è come perduto per le categorie spazio-temporali che costituiscono la Coscienza. Ecco, perciò, la mia ipotesi, sulla quale mi soffermerò nei prossimi interventi:

le “forze” caratterizzanti la Coscienza (emozioni, sentimenti, desideri, decisioni, volizioni, scelte e imprevedibilità) acquistano senso in una relazione reciproca che le inserisce in una narrazione coerente per la Coscienza, ancorché non sufficiente; inoltre, la Coscienza acquista il pieno senso di sé unicamente in riferimento a un ambito che la precede e la circonda, ovvero l’ambito del divino cui abbiamo or ora fatto cenno.

La relazionalità tipica della Coscienza in tutte le sue strutture dotate di senso (e la ricerca di senso da parte della Coscienza è un ricercare proprio il modo in cui questa relazionalità insita nelle cose si concretizza) è riflesso di una relazionalità più ampia, che la trascende e la costituisce, cioè quella con l’ambito del divino.


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