Papa-Francesco-in-Coena-Domini-Gesu-si-fa-schiavo-degli-uomini_articleimageVorrei dedicarmi in questi quattro giorni a un breve approfondimento del Triduo Pasquale, anticipato da quella Coena Domini che tutto racchiude e preannuncia, dell’azione di Cristo, mettendola già in pratica in modo definitivo.

La premessa necessaria è tratta direttamente da un testo del grande teologo Hans Urs von Balthasar, Teologia dei tre giorni (pag. 76, Queriniana):

Una ininterrotta reinterpretazione carismatica attraversa i secoli della chiesa, come riflesso neotestamentario dell’esperienza veterotestamentaria dell’abbandono di Dio e di ciò che Giovanni della Croce ha sperimentato e descritto come ‘notte oscura’ e che prima e dopo di lui abbastanza di frequente è stata considerata un’esperienza della dannazione e dell’inferno.

È il caso, per esempio, dell’esperienza di Abramo cui viene chiesto di sacrificare il figlio Isacco, di Giobbe provato da satana attraverso la morte dei congiunti, la privazione dei beni e le malattie fisiche, e di molti altri, tra i quali la condizione del servo sofferente descritta profeticamente da Isaia.

Ora: Cristo non si è incarnato in Gesù per far finta di soffrire della peggior sofferenza, ovvero quella dell’abbandono, ma ha davvero vissuto l’abbandono totale, a partire (o, forse, per culminare in) quello di Dio. Gesù vive l’assenza del padre, che è la definizione classica dell’Inferno. Cristo si è fatto maledetto per noi, si è fatto inferno per noi, dannato per noi. E tutto è partito – per ciò che riguarda il periodo della Passione – dalla cosiddetta Ultima Cena.

La Cena è condivisione. La vita di Gesù è inconcepibile senza la dimensione della condivisione con altri, scelti nella piena libertà. Per questo Giuda, il traditore, siede al suo tavolo. Non è un errore e nemmeno una necessità: è una libera scelta di Gesù. Così come siedono, assieme a lui, tutti gli altri che lo abbandoneranno nel punto peggiore della sua vita: subito prima della morte. Gesù morirà solo.

La condivisione arriva a tal punto, da farsi donazione totale senza attendersi alcunché in cambio: il pane che è il suo corpo e il vino che è il suo sangue sono i simboli, ma anche la sostanza concreta, di questa sua realtà donata senza nulla ricevere in cambio. E non è che i suoi discepoli avrebbero potuto contraccambiare questo gesto, no. Cristo parla chiaramente, e dice loro che in quella autodonazione loro non possono seguirlo. Lo faranno solo dopo che Egli sarà risorto. Anche in questo caso, la donazione del proprio corpo e del proprio sangue per loro è del tutto gratuita, libera fin dall’inizio, senza alcuna aspettativa.

L’ora di Gesù, che è venuta, è un’ora definitiva, è il momento della definitiva dipartita di Gesù da questo mondo, e lui lo sa bene. Quando perciò si accinge a lavare i piedi dei suoi discepoli, sta confermando con un gesto di purificazione e di servizio che la sua morte – di cui è già a conoscenza, avendo intrapreso un cammino senza ritorno – è passaggio affinché tutti coloro che hanno deciso di seguirlo in questa sua via di donazione totale, possano farlo veramente. Non adesso, ma dopo la sua Resurrezione: infatti, la forza per farlo non è umana, bensì divina.

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