Le piccole cose: carne della narrazione

E se raccontassimo grandi cose attraverso i piccoli fatti della vita?

Questa sembra essere la soluzione adottata da chi vuole effettivamente mantenere un ponte privilegiato con il lettore. Perché possiamo anche aver architettato la più grande struttura narrativa, la più impressionante e originale ossatura per la narrazione che vogliamo proporre, ma riuscire nell’indesiderato quanto temuto risultato di deludere le aspettative del lettore. Continuiamo con la riflessione iniziata in un altro post (Scrivere tramite le piccole cose).

copertina 2Quando mi accingevo a sistemare per la definitiva stesura La faida dei Logontras, il secondo volume di Storia di Geshwa Olers, l’editore dell’epoca mi suggerì di rendere più umano e coinvolgente un passo in cui il giovane Geshwa si recava dal Comandante del Battaglione. Il protagonista doveva semplicemente salire le scale, attraversare un lungo corridoio di legno e passare davanti ad alcune guardie. Due o tre paragrafi in tutto che nelle mie intenzioni dovevano essere semplicemente un piccolo passo per quanto sarebbe accaduto dopo, il punto davvero focale della narrazione di quel capitolo. Quando l’editore mi invitò a mettere mano a quelle poche righe, mi domandai che senso avesse inserire qualcosa di “non previsto” in uno stralcio di narrazione che, tutto sommato, appariva insignificante. La risposta non arrivò, ma mi ci provai comunque.

Questo il punto di partenza: Uscì dalla stanza e salì le scale, dirigendosi velocemente al primo piano. Salendo si rese conto di come tutt’attorno a lui regnasse la più assoluta essenzialità. C’erano solo quegli oggetti che servivano alla vita sobria di una postazione militare, e considerò con timore crescente quella scelta che aveva compiuto dentro di sé. Per nessun motivo avrebbe cambiato idea. Quello era ciò che si sentiva di fare e a meno che non lo sbattessero fuori per impedirgli in tutti i modi di entrare nell’Esercito Reale, lui non avrebbe fatto ritorno al mondo esterno. Arrivato al primo piano incontrò due guardie proprio all’imbocco del corridoio oltre il quale, evidentemente, si accedeva agli appartamenti dei superiori.

Quella semplice salita di scale e quella breve passeggiata nel corridoio di legno, nonché il passaggio davanti alle guardie, divenne questo (il brano è tratto dalla versione definitiva del romanzo):

Uscì dalla stanza e salì le scale, dirigendosi in fretta al primo piano. Contò gli scalini e si sorprese a dar voce alla stessa abitudine di sempre, quella che aveva fin da quando era un bambino. Contare gli scalini, farli a due a due, saltarne alcuni quando scendeva raggiungendo il pavimento con un tonfo, erano tutti stralci di quotidianità che si portava direttamente da casa. Quella che era esplosa.

Un pensiero improvviso lampeggiò nella sua mente. Un gelehor, un uomo di argilla colmo di polvere nera che si dirigeva verso la sua dimora. C’erano la madre e la nonna, ognuna intenta nelle sue faccende. Poi, quando Delihen andava ad aprire, il grande boato che si era sentito in tutta Senfe. La casa della sua infanzia cancellata per sempre dalla sua vita, con tutto ciò che v’era dentro. Non solo la sua camera, ma anche quella soffitta in cui aveva riposto ogni singolo regalo ricevuto dai suoi genitori, dalla nonna e da Nargolìan nelle ricorrenze di Eu-Lyron, la festa coincidente con la sua nascita. Il Dono del Futuro, lo Hir Thorà, ricevuto dai nonni al momento della sua nascita, cioè un bastone da pellegrino con il pomolo a forma di testa d’aquila, ai primi vestiti che gli avevano donato parenti e vicini. Dagli animali intagliati nel legno di frassino alla miniatura del castello estivo dei Re, un regalo usato in moltissimi giochi con Nargolìan. E i soldatini di stagno regalatigli dalla nonna? C’erano molte altre cose in quella soffitta, ma tutto era stato disintegrato in un solo colpo da un unico grande fuoco: la sua camera, la cucina, la sala da pranzo, la sala delle storie, il laboratorio di suo padre. Le immagini di casa che ancora gli vibravano nella mente, piene di colori e sensazioni, gli fecero notare per contro la più assoluta essenzialità di quel posto. L’arredamento era strettamente funzionale alla sobria vita di una postazione militare e dentro di sé considerò con timore crescente la scelta che in cuor suo aveva già compiuto. Non c’erano spazi concepiti per molti svaghi e l’occhio non doveva essere accontentato nella sua ricerca di agi. Muri grigi oltre il cui intonaco scrostato si intravedeva del tufo e pavimenti di pietra bianca. Alcune panche austere lungo i muri bagnati da una luce soffocante che giungeva dall’esterno, le urla esterne cui facevano seguito i cozzar di spade.

Per nessun motivo avrebbe cambiato idea, se lo disse ora una volta per tutte.

Finalmente sto per incontrare il Comandante Ershaec, e sono qui a ricordare soldatini.

Quel corridoio della Divisione del GroneGor Meridionale era il posto in cui voleva essere. Entrare nell’Esercito Reale era la sua meta, a meno che non lo sbattessero fuori impedendoglielo.

Due guardie si trovavano proprio all’imbocco del corridoio, al cui angolo era affisso un cartello di legno che diceva: Sezione Ufficiali. Lo scrutarono con gravità, ma non lo bloccarono.

In poche parole, un semplice passaggio diventa l’occasione per dar voce ai ricordi del protagonista, per richiamare la sua origine, per dare colore e sapore a quanto sta facendo in quel momento e, infine, per creare un certo tipo di aspettativa nel lettore: riuscirà Geshwa a mantenere vivo il suo proposito? Una volta riletto il tutto, mi accorsi in modo definitivo che adesso io stesso sentivo vibrare d’attesa e di aspettative quel passaggio del protagonista.

Per fare un parallelismo cinematografico, quanto intendo dire è del tutto simile a quella famosa scena (qui sotto) del film di Gibson, The Passion, nella quale la madre di Cristo, quando lo vede passare per le vie di Gerusalemme e cadere sotto il peso della croce che sta trasportando verso il Calvario, deriso dalla gente, si ricorda di colpo quando il suo bimbo cadde per terra nei suoi giochi e lei, amorevole, lo aveva rialzato. Un lacerto di umanità in una scena che di umano ha ben poco.

CristoIncontraMaria
Clicca sull’immagine per vedere la scena.

Tutta la narrazione va in continuazione nutrita di vissuto. La realtà è che una grande narrazione, fatta di strutture mirabolanti e di invenzioni originali, può reggersi sulle proprie gambe solo grazie alla possibilità offerta al lettore di continuare a rispecchiarvisi nelle quotidiane piccole cose della vita.

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