Lo sconcerto per la mancata pubblicazione in cartaceo del W3 di GL D’Andrea (per W3 intendo il terzo volume della sua trilogia, Wunderkind) dilaga, e blog e siti ne parlano. Grazie a Dio! Anzi no, grazie a noi. Comunque, qualcosa si smuove, se non altro a livello di dibattito.
Sul blog di Loredana Lipperini interviene lo stesso Sandrone Dazieri, lo scopritore di GL D’Andrea (lo fu anche di Licia Troisi). In sostanza, spiega che il terzo volume si è deciso di pubblicare in formato ebook di comune accordo con l’autore, tramite il suo agente, per un unico motivo: il secondo volume non ha venduto quanto si sperava e i resi sono stati molto alti. Dal suo intervento traspare come siano stati fatti molti tentativi di proporre il volume all’attenzione dei critici e delle riviste più rinomate, ma l’interesse è stato quasi del tutto assente.
Loredana Lipperini, dal conto suo, fa notare come la critica abbia sempre avuto grande disattenzione verso il fantastico e come la questione resi dalle librerie sia un punto dolente della catena editoriale italiana. Però mette in luce, con un interrogativo ben posto, se anche l’atteggiamento degli editori che pubblicano narrativa fantastica non sia, nei confronti della stessa, viziato da un male “economico” eccessivo. Cioè ci si aspetta che venda uno sfracelo, per default, e viene pensata quasi unicamente in tal senso.
(Scusate l’intrusione della mia esperienza, ma anche a me capitò di sentirmi dire – al tempo dell’accordo per la saga di Geshwa Olers con il primo editore – che sarebbero rientrati dalle spese solo a partire dal terzo volume e che perciò l’investimento sarebbe stato importante, salvo vedere poi esattamente lo stesso tipo di esito, con le medesime problematiche una volta pubblicato, con riviste e critici che non davano la minima importanza al romanzo, identico problema dei resi e stesse spiegazioni da parte dell’editore… Il problema esiste, ma non da oggi e non a causa della crisi.)
In buona sostanza, la riflessione che scorre sotto la questione dell’opportunità se terminare o no la pubblicazione cartacea di una trilogia al secondo volume, passando poi all’ebook, chiama in causa alcuni punti fondamentali del fare editoria ai nostri giorni:
– come viene visto l’ebook? Dalla grande rivoluzione che doveva essere nel campo della lettura si sta trasformando nell’ultima spiaggia per chi non ha avuto sufficiente successo? Oppure, ancora, diventa uno strumento che in Italia acquista un senso profondamente diverso da quello che possa avere altrove, dove, pur tra i problemi, viene visto come uno strumento alternativo e differente, e non solo come un surrogato meno costoso?
– che politica culturale c’è alla base di una scelta editoriale? Ovvero: è solo il capitale che può muovere la scelta di pubblicare un titolo piuttosto di un altro? Se il Wunderkind è un’ottima opera e ci vuole ostinazione e caparbietà (e anche un dispendio economico) per far sì che gli Italiani la conoscano sempre di più, soprattutto a motivo della sua particolarità stilistica, della sua novità (per lo meno in Italia) e della peculiarità delle sue tematiche di forte critica del neo-liberismo, non si potrebbe per una volta decidere di seguire una politica editoriale di alto livello, recuperando le perdite con altri libri commerciali che facciano soldi a palate? È davvero tanto impossibile ottenere una simile attenzione? Inoltre, la politica culturale alla base di una simile scelta si rifletterebbe anche sui lettori, con un innalzamento generale del livello di maturazione. Finché daremo ai destinatari solo orecchie a punta (come direbbe GL), cosa ci si potrà aspettare in futuro?
Poi interviene Wu Ming 4. E sposta, giustamente, il discorso su considerazioni più “generali”. Se le decisioni editoriali vengono comandate unicamente dall’economia dell’editore, quale speranza ci sarà di smarcarsi dalla massificazione degli argomenti e dall’adesione totale ai gusti dei lettori, con l’unico scopo di vendere, vendere e vendere?
Ma questo, lo sento già, sarà l’argomento di domani.

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