18 – Ozio

Ozio padre dei vizi, si diceva un tempo. Da quando fu affermato un simile pensiero, l’ozio divenne qualcosa di negativo. Così si potrebbe riassumere il senso di questa nuova parola del Dizionario delle parole usurate.

Nella nostra società super-efficiente, che ha a disposizione una tecnologia super-efficace, il concetto di ozio è visto in senso fortemente negativo, poiché chi “ozia“, non fa altro che perdere tempo e non concludere nulla. Il contro-detto perfetto potrebbe essere: “Il tempo è denaro”.

Nell’antichità, tuttavia, non era certo questo il concetto e il modo di pensare all’ozio, sebbene già al tempo dei greci e dei romani si collegasse l’ozio alla nascita del vizio. Pare che già Solone, uno dei sette sapienti di Atene, fondatori (per così dire) della moralità greca, ritenesse che l’ozio avrebbe portato ad atteggiamenti negativi. Suo il detto αργία μήτηρ πάσης κακίας, cioè l’ozio è madre di tutte le cattiverie. Dobbiamo, però, a Catone il Vecchio la nascita del detto che conosciamo: l’ozio è il padre dei vizi.

L’ozio, tuttavia, non era certo inteso come il famoso otium di origine proprio latina. L’otium era quel tempo che veniva dedicato a una scansione della vita e ad atti personali differenti da quelli tipici del negotium. Il negotium era, a sua volta, il momento in cui ci si dedicava agli affari o alla politica.

L’otium era, perciò, il momento in cui ci si dedicava agli aspetti che potremmo definire più personali e umanistici, alle arti, alla letteratura, alla riflessione filosofica.

Quanti di noi, però, sono disposti a farsi additare come coloro che vivono nell’ozio? E se provassimo a essere fieri del nostro “oziare”? Saremmo in grado di starcene zitti, oppure dovremmo subito specificare che anche noi siamo capaci – e, anzi, lo facciamo – produrre quanto ci viene richiesto? Proprio qui sta il bandolo della matassa: l’ozio e il neg-ozio sono gestiti e controllati dalle necessità della nostra società iper-attiva e iper-efficiente. Se ciò che facciamo non ha una conseguenza utile ravvisabile in ciò che si può definire con il termine di origine latina “neg-ozio”, ecco che siamo in qualche modo squalificati.

A chi si deve questa deriva negativa del termine? Ovviamente a certo moralismo cristiano, sebbene vi siano presenti germi di questa trasformazione di senso già nello stoicismo pagano.

L’ozio divenne simile all’accidia (uno dei vizi capitali) e in qualche modo con essa imparentato. Ma non fu tanto il cattolicesimo a farlo divenire un nemico dal quale guardarsi, bensì il protestantesimo, che vedeva nell’assenza di attività la causa di un degrado socio-economico inammissibile, soprattutto in ottica calvinista, dove il successo terreno è conferma dell’elezione divina al Regno dei cieli.

Io che protestante non sono, e che inoltre sono di ambito greco-latino, del mio otium litteratum vado fiero.  E voi?


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