Il difetto, l’arte e la maschera

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“Homeless” di Sergio Zagallo. La fotografia è tratta dal blog http://artburner.blogspot.it/

La scrittura è arte?

Di tanto in tanto mi capita di vivere situazioni che svelano la realtà di me a me stesso. È, a dire il vero, un’eventualità che auspico per chiunque si voglia dedicare a un’arte.

Nell’arco degli anni mi sono imbattuto molte volte in chi sostiene che la letteratura o la scrittura non siano arte o non siano arte tout court. Mi sono sempre stupito di una simile posizione, perché mi ha dato ogni volta l’idea che dietro l’affermazione si celi una giustificazione non dovuta, unico motivo la consapevolezza di non essere davvero scrittori o di non sentirsi tali.

La scrittura, invece, è un’arte, e una delle più raffinate. La scrittura è simulazione, è illusione, è sogno e creazione di sogni. La scrittura – e di conseguenza tutta la letteratura – è un’altra prospettiva. Quando la scrittura non si mostra per questo, allora sono d’accordo, non è arte, ma non è nemmeno vera scrittura.

Tuttavia, vorrei puntare l’attenzione su un’altra questione: ovvero sul perno dell’arte, l’illusione, e su ciò che può essere limite e punto di forza dell’arte tutta. Il difetto.

Il difetto

Ciascuno ha uno o più difetti. Solitamente, il difetto è quella macchia che si tenta di nascondere, di dissimulare, di coprire o – peggio del peggio – di far finta che non esista. È proprio in questi casi che il difetto si trasforma in una gabbia, in quel mostro che si è paventato, dapprima sotto forma di oscura-presenza-innominabile, e poi sempre più come mostro-esterno-a-noi, da accusare, da colpire, da svilire, da colpevolizzare.

L’oscura-presenza-innominabile e il mostro-esterno-a-noi sono passaggi necessari, perfino salutari se posti come primi passaggi di un più ampio cammino. Il terzo passaggio dovrebbe essere quello della crisi.

La crisi

La crisi pone tutto sotto un’ottica difficile da apprezzare, per chi la vive. Tutto viene svalutato, le cose perdono il loro sapore perché ci si rende conto che motivazioni limitate erano a sostegno dei nostri sforzi passati. La crisi è però trasformazione, il punto forse più importante, perché snodo della nostra crescita. Allora, chi fa arte può decidere di accogliere la crisi come momento di verità, a patto che si riesca a porre la sincerità al primo posto. C’è sempre la possibilità di imparare a essere sinceri con se stessi, ma è di per sé evidente che chi ha da sempre praticato l’auto-sincerità, quando si mostrerà il momento della crisi, farà meno fatica ad affrontarlo.

La crisi è fucina. La crisi è il crogiolo nel quale gli elementi vengono trasformati. La crisi è il momento in cui è possibile dar vita all’homunculus. La crisi è la vera pietra filosofale per riuscire a costruire una strada alla propria arte.

L’arte, dunque.

Come si esce dalla crisi? E come si passa dalla crisi all’espressione artistica? Non è ovviamente facile dare un’indicazione, ma sono piuttosto sicuro che vi sia un punto fondante, alla portata di tutti. Certo, chi non ha talento, non riuscirà comunque a produrre arte, magari solo ottima produzione di serie, ma pur sempre cosa ottima sarà.

Chi ha talento, invece, riesce a far leva proprio su quel difetto che è all’origine di tutto, per trasformarlo nella motivazione e nell’oggetto della propria arte. L’arte nasce dal difetto, esattamente come la perla dalla sporcizia.

Di qui la necessità di non far finta di essere puliti, il bisogno di non nascondere l’imperfezione, la chiave di volta della macchia personale (non per forza cruenta, non per forza vergognosa, non per forza sconveniente, ma sempre difficile da ammettere) che diviene la forma della propria espressione. Dite che Dante non avesse idee politiche chiare, un po’ per tutti? Dite che Michelangelo non sentisse il peso del giudizio sociale circa la sua ammirazione per il corpo maschile? Dite che Beethoven non si sentisse limitato dalla propria sordità crescente? Dite che Freud non si sentisse oppresso dal mistero della sessualità? Sono sicuro di sì, in tutti i casi. Il modo in cui hanno risolto ciò che forse a lungo hanno considerato come un proprio difetto è divenuto arte.

E per questo diciamo grazie.

 

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