Il Natale e il buon senso

Natale a Hogwarts
Sì, ho inserito volutamente una scena del Natale a Hogwarts.

Ancora sul buon senso, sì, perché mi rendo conto che è sempre più necessario. Lo stiamo perdendo forse del tutto, e da direzioni e provenienze diverse.

Prendiamo il fatto della festa di Natale della scuola di Rozzano (qui un interessante articolo su come le scuole decidono di affrontare il “problema” del Natale). Ora, al di là di ciò che è realmente accaduto – vai a capire perché, non c’è mai una versione unica in questi fatti, così come ci sono sempre molte strumentalizzazioni politiche – una semplice applicazione di buon senso sarebbe stata sufficiente, esattamente come mi ritrovo a confermare ogni volta che la questione viene sollevata nelle scuole in cui insegno.

Solitamente, la scusa per non fare il Natale o la Pasqua o qualunque altra festività natalizia è “ci sono studenti di religioni diverse”. E io guardo sempre con volto perplesso e tento di non sgranare gli occhi. Ovviamente i primi sui quali viene (metaforicamente parlando) puntato il dito sono i musulmani.

Applichiamo il buon senso, perciò. Un esperimento, dato che si fa così poco, un esperimento sociale: buon senso per tutti. Allora, nel Corano si parla della nascita di Gesù, grosso modo con gli stessi elementi (tranne ovviamente quello della sua divinità) utilizzati nei Vangeli. Il presepe si svela elemento che unisce cristiani e musulmani, non che li divide, aspetto che viene spesso sottolineato proprio dagli stessi musulmani, che talvolta sentiamo affermare che vogliono festeggiare le stesse feste degli altri. Perciò, non raccontiamo bugie: il problema non sono i musulmani. Non lo sono nemmeno i buddisti, che sono molto aperti alle usanze altrui (dove sono i buddisti, vi chiederete voi? Molti cinesi lo sono). Non lo sono ovviamente gli evangelici o i protestanti di altre confessioni, che sebbene non amino le “rappresentazioni” come noi cattolici, non li ho mai trovati contrapposti a simili manifestazioni. Infine, gli ortodossi non hanno alcun tipo di problema al riguardo. Ci sono i Testimoni di Geova, mi dirà qualcuno. Io ho una collega Testimone e accanto alla sua classe sto preparando un grande presepe con tutti i bambini piccoli: mi pare molto allegra. Al limite, i Testimoni si tengono a casa i loro bambini proprio nei giorni in cui c’è qualche festa particolare che non condividono. Poi ci sono gli atei: lo ammetto, spesso e volentieri sono proprio i genitori atei che decidono di non iscrivere i loro bambini a religione (ma alla quinta volta che vedono i loro compagni andarsene in un laboratorio con un maestro diverso, i bimbi iniziano la loro opera di convincimento per partecipare), ma anche questo non è un problema, non gliene ho mai visto sollevare.

Io ho molti bambini di altre religioni, tra i miei studenti: buddisti, induisti, musulmani e cristiani di varie confessioni. E sì, anche figli di atei. I quali, nel momento in cui ho spiegato che cosa faccio con i bambini, hanno deciso di mandarli comunque.

Perché la questione sta proprio qui: cosa faccio? Cultura. L’insegnamento della religione Cattolica non è altro che cultura. Perfino i musulmani, che hanno un approccio alla religione particolarmente diverso dal nostro, più improntato alla fede che alla concezione culturale della stessa, perfino loro l’hanno capito. Alcuni italiani, invece, continuano a fare fatica. Ho idea che il problema, allora, sia una questione pregiudiziale, non altro. Chi vuole negare che la religione sia innanzitutto cultura, nega la realtà delle cose. Il buon senso, dicevo. Cosa mi suggerisce il buon senso?

Di porre la questione sempre sul piano culturale, mai della religione in sé. Perché se ci fissiamo sulla religione da difendere, non se ne esce. Non c’è alcuna religione da difendere: il cristianesimo ci riuscirà ottimamente se i cristiani saranno capaci di utilizzare il buon senso, esattamente come tutti gli altri. C’è, piuttosto, la questione integrazione. Ci sono sempre più musulmani, buddisti, ecc., tra i miei bambini perché i loro genitori li vogliono integrare nella nostra cultura, il che non vuol dire diventare come noi (esattamente come dialogare con le altre religioni non vuol dire incontrarsi e accettarsi sul piano dottrinale – ma questo è un altro argomento e lo affronterò prossimamente), ma capirci, conoscerci.

A meno che non si voglia creare uno iato profondo con la cultura del passato. Se vogliamo tagliare i ponti con il passato, allora d’accordo, iniziamo dal cristianesimo, che affonda le sue radici in una cultura millenaria. Posso dire, però, che questo pensiero mi evoca un altro periodo storico? Si chiamava Sessantotto. Anche questo, però, è un altro argomento.

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