Manifesto fantasy

Mancano pochi giorni alla pubblicazione del quarto volume di Storia di Geshwa Olers, La battaglia di Passo Keleb, ed è arrivato il momento di dare una chiave di lettura dell’intero romanzo. Quello che segue è il Manifesto che ho pubblicato nel I volume di Appendici, con l’aggiunta di successivi approfondimenti.

MANIFESTO FANTASY

di Fabrizio Valenza

Il Manifesto fantasy si sviluppa in questi punti:

– Manifesto fantasy (pubblicato qui di seguito)
Approfondimento primo (sul concetto di viaggio, sviluppato da Gianrico Gambino)
Approfondimento secondo (sul concetto di narrazione di narrazioni)
Approfondimento terzo (sul concetto di fantasy come storia della vita)
Approfondimento quarto (sul concetto di fantasy come abito)
Approfondimento quinto (sul concetto di kitsch e camp nel fantasy).

Arrivato alla pubblicazione del quarto volume di Storia di Geshwa Olers, è diventato per me fondamentale spiegare quale sia la mia idea di fantasy. Non voglio cimentarmi in una discettazione accademica su cosa possa rientrare all’interno di questo genere e quali possano essere le suddivisioni che allargano lo spettro della narrativa fantasy fino a comprendere, praticamente, buona parte degli aspetti del fantastico in generale; un simile approccio lo lascio a chi voglia fare, per l’appunto, dell’accademia.

Io voglio parlare di storie, di romanzi, di vita.

Quando mi affacciai per la prima volta al mondo della rete per proporre attraverso il primo blog i singoli capitoli di Geshwa Olers e il viaggio nel Masso Verde, volli già mettere le mani avanti per illustrare come un romanzo come quello che mi accingevo a consegnare nelle grinfie di lettori giustamente analitici non potesse essere adatto a una normale strada editoriale, e quanto è accaduto in seguito me ne ha dato ragione. Ma non voglio nemmeno soffermarmi a ripetere come sia stato accidentato il percorso di questo romanzo: chi vorrà farlo, riuscirà benissimo nell’intento da solo, perché per la rete si trovano ancora le interviste che rilasciai, gli articoli che mi dedicarono e le mie lamentazioni, disseminate qua e là.

Allora veniamo al dunque. Qual è la mia vera intenzione, con questo che ho voluto chiamare addirittura manifesto fantasy?

Semplice: fornire a tutti coloro che ne sono interessati una chiave di lettura dell’intera opera, che li metta sul chi va là nei confronti della sua particolare struttura, cercando di dar loro le mie intenzioni. Sono il primo a rendermi conto che Storia di Geshwa Olers non è un romanzo normale. E il problema va ben al di là del fatto che sia costituito da sette singoli volumi.

Partiamo dall’inizio.

La domanda che mi pongo in questi giorni è: cos’è il fantasy per Fabrizio Valenza?

Le possibili risposte sono tre, e tenterò di ampliarle il più possibile per fornire più elementi di chiarezza possibili.

Il fantasy è:

  • nulla di più dell’abito che si indossa rispetto a chi lo indossa,

  • il racconto della vita per com’è, per evitare la fuga dalla vita,

  • narrazione di narrazioni.

Come vedete già da queste strane frasi, nessun desiderio di fornire definizioni e distinzioni. No, solo il mio approccio personale alla materia.

Nulla di più dell’abito che si indossa rispetto a chi lo indossa.

Questa considerazione si è sviluppata nell’arco degli anni come conseguenza della questione med-fantasy, cui all’inizio del mio arco di visibilità in rete partecipai con discussioni, confronti e scontri, contribuendo a mia volta a renderla ben più visibile di quanto non fosse in principio. Una delle caratteristiche di Storia di Geshwa Olers sta nel suo rifarsi a un immaginario di tipo italico e mediterraneo. Niente più leggende nordiche, solo cose che conosciamo, era il mio motto in articoli e conferenze (un motto condiviso anche da pochi altri). Poi, però, mi trovai in disaccordo con alcune affermazioni di chi aveva coniato il termine med-fantasy e che volevano che la materia mediterranea del racconto fantasy fosse sostanza del racconto stesso, tale da poter modificare la “specie” fantasy.

All’inizio non riuscivo a capire che cosa intendessero quelle persone che ne parlavano in tal modo (e devo essere sincero, tuttora fatico), ma di sicuro compresi meglio che cosa intendevo io per narrazione fantasy mediterranea: le leggende cui facevo riferimento non erano altro che situazioni esterne dettate da creature, ambienti e sviluppi storici a carattere italo-mediterraneo. Anguane, orchi, fade, benandanti, folletti, per poi allargarmi alla mitologia greco-romana, a quella israeliana, a quella mesopotamica, a quella egiziana e – in buona sostanza – mediterranea. Ma il vero cuore della narrazione non poteva certo trovarsi in queste “ambientazioni”, in questi fattori che per me erano solo delle occasioni di racconto, perché il vero cuore pulsante di una storia non è altro che il carattere dei personaggi e la fattispecie di relazione che essi pongono in essere.

Non si capisce il motivo per cui il fantasy dovrebbe trovare la sua specificità in una mitologia piuttosto che nell’altra: il mediterraneo è solo un’ambientazione, ma la questione è un’altra. Io sono italiano e mi sembrerebbe quanto meno strambo scrivere di cose che non conosco. Come se, per scrivere un thriller, dovessi ambientarlo a New York o per scrivere un horror dovessi muovermi nel Maine. Non avrebbe senso. Non è il luogo a contraddistinguere un genere, bensì il tipo di relazione di cui narra.

Il fantasy narra di relazioni basate sulla magia, sull’aspetto fantastico della vita che normalmente gli altri generi non raccontano. Per questo motivo sono arrivato a dire che il fantasy non è altro che un abito da indossare. A seconda del modo in cui mi presento in pubblico, obbligo la gente a comportarsi con me in un modo differente al cambio d’abito. Se vado in giacca e cravatta in mezzo a un’assemblea, di certo otterrò un effetto differente dal presentarmi in mutande.

Il fantasy è un abito, che obbliga il lettore a vedere la realtà in un modo differente da come la vedrebbe altrimenti, fornendo degli elementi cui di solito non presterebbe attenzione. Il genere è questo. Il mediterraneo, invece, è solo un’ambientazione.

Il racconto della vita per com’è, per evitare la fuga dalla vita.

Dal modo di vedere il fantasy appena delineato deriva direttamente questa seconda affermazione. Il fantasy è un racconto della vita, così per com’è nella sua verità. Se andassi al di là della realtà – ricca di tutti i suoi aspetti inusuali – mentirei prima di tutto a me stesso, poi al lettore.

La narrazione serve a parlare della vita e ogni narrazione che esuli dalla vita per nascondersi in un mondo che non ha nulla a che fare con il nostro, è una bugia. Quando io penso al fantasy, non penso certo a una bugia, mentre so per certo che vi sono molti lettori abituali di mainstream o altri generi che, quando devono confrontarsi con appassionati di fantasy, si sentono spesso nel diritto di affermare che il mondo ha bisogno di realtà e che di bugie se ne raccontano già troppe. Chi dà un simile giudizio, non fa altro che perpetuare un equivoco.

L’equivoco è che il fantasy sia un racconto ambientato in un mondo totalmente avulso dal nostro e che non ha con il nostro collegamenti. Si tratta di un equivoco alimentato dagli stessi scrittori fantasy, che hanno continuato per molto tempo a parlare di mondi che davvero poco hanno a che spartire con la nostra realtà quotidiana. Attenzione che non sto dicendo che ogni romanzo fantasy ambientato in un mondo totalmente avulso dal nostro cade in questo equivoco. La differenziazione è ben più sottile.

Possono sorgere davvero pochi dubbi se Tolkien volesse o non volesse parlare del nostro mondo, delineando la Terra di Mezzo e le sue guerre tra elfi, orchi, umani e Valar. Così è anche per Hogwarts della Rowling, dove basta un binario inesistente per entrare a far parte di una realtà altra. E ci metto anche il mondo che è corso in avanti della Torre Nera di King, la summa borgesiana degli altri mondi creati dallo scrittore del Maine, e pure il Dent de Nuit di D’Andrea, quartiere inesistente sulle cartine topografiche di Parigi.

Tutti questi mondi appaiono ben separati dal nostro, anche se più o meno raggiungibili (forse soprattutto grazie all’immaginazione). Ma il dato fondamentale di questi mondi non è che sono – per l’appunto – l’elemento fondamentale della narrazione fantasy, quanto che il collocare le vicende in essi permette di aprire una finestra diversa sulla nostra realtà, qui e adesso. La Terra di Mezzo alla fine del Signore degli Anelli è il nostro mondo meglio compreso attraverso i conflitti che Tolkien ha descritto; la Hogwarts distrutta alla fine della saga di Harry Potter è la nostra realtà personale ritrovata dopo la morte con la quale il protagonista ha dovuto fare i conti; la Torre Nera nella quale tutto ricomincia in un eterno ritorno delle possibilità al termine della saga della Dark Tower è la chiave di volta delle nostre esistenze, sempre costrette a confrontarsi – sebbene in spirali progressivamente più ampie – con una realtà umana, troppo umana. Il corollario finale dell’opera di D’Andrea è la cartina di tornasole per una lettura realistica dell’economia finanziaria che sta soggiogando ormai tutto il mondo.

Voglio dire: qui c’è carne che fa crescere, qui c’è sostanza che serve a maturare. Qui c’è vita letta in profondità. Tutto il resto del fantasy ha due possibilità, oltre quella che ho appena descritto: o divertire, e allora può anche avere un senso (ma che si esaurisce con la chiusura del libro) o far consumare carta e soldi, a tutti (e allora sarebbe meglio lasciare perdere fin dall’inizio).

Ho la pretesa di affermare che Storia di Geshwa Olers si colloca nel primo gruppo di romanzi fantasy. S. di G. O. è la vita, la narrazione di un’esistenza che si trova proiettata dal desiderio di altri al centro di una grande confusione esistenziale, che il protagonista fa fatica a comprendere e reggere. Da qui ne deriva la sua struttura: è quasi episodica, con molte narrazioni create da tanti narratori, e con vicende che – talvolta – sembrano non avere conclusione; è lineare, secondo la vita di Geshwa Olers (e il titolo del romanzo dovrebbe far capire subito che è tutto incentrato sulla sua vita, su ciò che gli accade, non su altro), narrata secondo quei momenti salienti che ne hanno fatto una figura centrale per la storia di Stedon, il mondo in cui tutto si svolge; è talvolta banale e talvolta fiabesca e talvolta magica e talvolta epica e talvolta horror e talvolta comica e talvolta drammatica e talvolta noiosa e talvolta triste e talvolta tutto ciò che volete voi, perché in essa tutto si trova, dal momento che non è altro che la fotografia di una vita. È soprattutto questo approccio ad aver determinato le maggiori difficoltà editoriali della serie, il vero motivo per cui è difficilmente collocabile. Forse potrà essere apprezzata per intero solo alla fine, ma è indubbiamente un apprezzamento che richiede uno sforzo notevole: oltre tremila pagine di scrittura.

In poche parole, in S. di G. O. ogni lettore ha la possibilità di ritrovare se stesso per rispecchiarsi, e da solo ritrovare il senso del racconto.

Narrazione di narrazioni, infine. E anche questo concetto deriva direttamente da quello precedente.

Forse si tratta del punto per me maggiormente caratterizzante il fantasy. Non ogni romanzo fantasy è davvero fantasy, per quanto mi riguarda, e per me la definizione del genere non ha nulla a che fare con un mondo pseudo-medievale o unicamente con la presenza della magia. Ci sono molti romanzi ambientati in un mondo pseudo-medievale (vedi Il nome della rosa, di U. Eco) o nei quali la magia è dominante (vedi certi horror, che di certo non possono essere considerati fantasy).

No, la caratteristica onnipresente e fondamentale in un vero romanzo fantasy è che esso costituisce narrazione di narrazioni. La narrazione non si esaurisce mai in un unico piano, all’interno del quale si muovono i protagonisti nelle vicende che ne esauriscono la trama, ma rimanda di continuo ad altri piani narrativi e metanarrativi, che creano un effetto tridimensionale che solo la narrativa fantasy può dare. Leggendo le opere di Tolkien questo fattore lo si percepisce con una grandiosità che crea la meraviglia, e probabilmente la sua opera è considerata quella fondamentale per comprendere il genere fantasy proprio in virtù di questa tridimensionalità suscitata dalle narrazioni che si moltiplicano. Vi sono storie antiche raccontate dai protagonisti, vi sono storie antiche lette nelle appendici o narrate da libri all’interno del libro, vi sono storie antiche che traspaiono dal mondo che presenta agli occhi dei lettori e vi sono mondi ulteriori, antichi e futuri, che si prospettano attraverso le vicende. Lo stesso vale per il mondo creato dalla Rowling, che rimanda da un lato al nostro mondo reale, dal quale arrivano i suoi protagonisti e nel quale ritornano, ma che viene anche richiamato dagli elementi magici presenti nella storia attraverso i manuali scolastici degli studenti; come non ricordare, infine, la citazione di altri libri e storie, alcune delle quali presentate in libretti pubblicati separatamente e che sono parte integrante della storia principale (le Fiabe di Beda il Bardo)? Idem per Stephen King, che nella saga della Torre Nera implica addirittura tutta la sua rimanente produzione letteraria, in un gioco di incastro-rimando-rispecchiamento tra i vari romanzi che non credo abbia eguali nella narrativa occidentale. Infine, anche il mondo creato da D’Andrea è capace di rievocare una tridimensionalità narrativa grazie all’uso consapevole e fruttuoso che riesce a fare delle fiabe e dei classici elementi del fantasy e dell’horror, in un tutt’uno che trascende il semplice piano della narrazione lineare.

Per quanto riguarda Storia di Geshwa Olers, questo è forse il dato fondamentale che la caratterizza. S. di G. O. è principalmente narrazione di narrazioni.

Inizia con due note, una del curatore di tutti e sette i volumi, Elior Odentorth, nella quale di solito spiega la genesi del volume e le caratteristiche del suo autore (sempre diverso per ogni volume della saga), e una dell’autore, Nildon Lonstat (solo per quanto riguarda il primo volume). Poi il primo volume vero e proprio comincia con la nonna del protagonista che racconta una fiaba, Il taglialegna e la Grande Quercia. Nell’arco dell’intero romanzo (intendo di tutti e sette i volumi) le narrazioni si moltiplicano: poesie e canti che narrano di mondi forse dimenticati, racconti che vengono rievocati attorno a un fuoco, alcuni dei quali veri e altri inventati, narrazioni di eventi lontani e apparentemente fuori contesto (come il primo incontro tra Geshwa Olers e gli Gnomi), storie narrate da mostri (come quella di Trolge Molge o di Tar Hån) o da libri, riferimenti incrociati tra vicende del passato e vicende del presente che – per essere comprese fino in fondo – abbisognano di narrazioni ulteriori in appendici, cronache e testimonianze di vario genere, e altro ancora, come la ripresa di leggende italiane ormai quasi dimenticate e riproposte per la prima volta in un unicum coerente e continuo.

Questo lungo romanzo è il frutto di una raccolta di racconti, raggruppati dalla decisione di un uomo vissuto trecento anni dopo la morte di Geshwa Olers per commemorarlo, Elior Odentorth, ma scritti a partire da una quantità forse nemmeno determinabile di fonti differenti: memorie, poesie, documenti storici e cronache, testimonianze personali, libri sacri e – chissà – forse anche veri e propri resoconti scritti di pugno proprio da Geshwa Olers.

Non è un moltiplicarsi delle narrazioni per il puro gusto di giocare con esse, come può essere in certo strutturalismo o sperimentalismo narrativo del passato; piuttosto, è la ricchezza della vita a determinarlo, perché la vita è grande narrazione di se stessa, alla ricerca del senso come si cercava un tempo il sacro graal.

Inoltre, ogni grande storia fantasy ha un inizio fiabesco e, dopo aver attraversato la storia nella parte consistente del romanzo, giunge a una sospensione del tempo nella quale si manifesta la conclusione della storia. Il Signore degli Anelli si conclude con un viaggio simbolico verso l’aldilà. Harry Potter si conclude in un luogo del tutto separato e sospeso da ogni realtà prima narrata nel romanzo, ovvero la mente (o l’anima?) del protagonista. E la Torre Nera trova la sua fine proprio nella torre, dove il tempo è sospeso in un punto dal quale può sempre scaturire di nuovo.

E Storia di Geshwa Olers, come si concluderà? Forse i più portati a ipotizzare potranno trarre le loro conclusioni da quanto detto finora, o forse preferiranno aspettare e leggere con i loro occhi quanto accadrà. O magari, avranno già deciso di non perdere altro tempo nel leggere una storia tanto strana come quella di Geshwa Olers.

Il che è ben possibile. D’altronde, la cosa fondamentale è la vita di ognuno di noi, perché venga vissuta fino in fondo, sempre. Ma se qualcuno volesse proseguire fino in fondo, beh, si tenga aperto a ogni possibile conclusione, perché Storia di Geshwa Olers è capace di contenerle tutte. Ma questo lo scoprirete solo alla fine.

Per il momento, questo Manifesto Fantasy ha concluso la sua funzione.

Buon proseguimento.

 Fabrizio Valenza © 2012

10 pensieri riguardo “Manifesto fantasy

  1. Davvero molto interessante! Mi è piaciuta molto la disamina e posso concordare sulla maggior parte delle opinioni che hai espresso!
    Oltretutto sono uno dei lettori di “quel” blog ove SdiGO ebbe le sue prime pubblicazioni e, anche se al momento sono un po’ indietro con la lettura, mi interessò moltissimo anche allora.

    Personalmente seguo attentamente anche il “filone med-fantasy”, se così si può chiamare e continuo a pensare (così come al tempo delle prime discussioni al riguardo) che le etichette stanno per lo più strette a una qualsivoglia opera, specie di ambito fantastico, proprio perché tutte le storie narrate fanno parte di un mondo partorito dalla mente dell’autore, dalle sue fantasie… dalla sua vita!
    L’ambientazione è fondamentale, perché rende comprensibile la “realtà” del protagonista -o dei protagonisti!.
    Il/I protagonista/i vivranno la loro vita, faranno le loro scelte, giuste o sbagliate andando incontro al loro destino (la conclusione dell’opera!)… e questa è la vita!

    Bell’articolo, complimenti!

  2. Grazie, Yenvel!
    Non credevo fosse possibile affezionarsi tanto a un vecchio blog, eppure quell’ormai lontano (e purtroppo chiuso) http://geshwa.splinder.com mi è entrato nel cuore. Da lì è iniziato tutta la mia avventura pubblica. Una delle cose che mi sorprende, è come Geshwa Olers abbia davvero molto successo non appena lo rendo disponibile per il download gratuito. Non è solo questione che, chi vuole, possa scaricarlo per l’appunto gratis, ma è la dinamica con la quale il tutto avviene: con un affetto da parte dei lettori che cresce in maniera esponenziale. In questi giorni il romanzo sta rivivendo una nuova impennata di download.
    Come ben sai anche io mi interessai del med-fantasy, salvo poi riconoscermene distante per punti di partenza. E comunque sì, le etichette stanno davvero strette. Per questo motivo ho scritto questo manifesto, che si incentra non tanto sulle etichette quanto sulle caratteristiche intrinseche della narrazione, oltrepassando le classiche definizioni di “pseudo-medioevo”, “draghi, elfi, nani” et similia.

  3. Bel manifesto!
    Ammetto di aver fatto un po’ di fatica a ingranare, ma alla fine l’ho capito XD credo
    Sai, io ero partito col presupposto che qualunque cosa sarebbe andata bene, perché per quanto io mi ritenga un amante del fantasy nonché, nel mio piccolo, un imbrattacarte scribacchino principalmente di fantasy, non mi sono mai fatto grandi limitazioni circa cosa sia il fantasy. Voglio dire, ognuno ha la sua concezione, c’è chi ce l’ha abbastanza in linea con gli altri, altri no, addirittura c’è chi ne ha una abbastanza coerente e motivata.
    Insomma, quello che voglio dire è che non mi aspettavo di trovare particolare somiglianze tra questa esposta qui sopra e la mia, e quando le ho trovate sono stato piacevolmente stupito.
    E qui sarebbe ben lecito un “e chissenefrega?” ma vabbè.
    No, mi piace in particolare il secondo punto, per quanto sia d’accordissimo con il terzo e abbastanza d’accordo con il primo (nel senso che mi sembra giusto quello che dici, anche se non è una tematica su cui mi sono mai basato troppo).
    Per me non è che il Fantasy deve per forza contenere rimandi al mondo reale, è solo che secondo me è un enorme spreco non metterli. Come, uh, vediamo, comprare una ferrari e girare solo in prima e seconda. Anzi no. Come comprarsi un pizza e invece di mangiarla fotografarla soltanto e postare la foto su internet. Ecco, questo calza ed è attuale.
    Per me il Fantasy deve essere almeno in una minima parte allegorico. E, inoltre, mettere il lettore in una condizione che magari nel mondo reale non si realizzerebbe mai, ma che potrebbe. Fargli porre delle domande. Così si realizza il pieno potenziale del Fantasy.
    Certo, poi non è che deve essere un mattone filosofico, deve trovare il modo di fare queste cose durante l’intrattenimento. Qui sta l’abilità dello scrittore.
    Detto questo mi piace questa tua idea della storia fantasy che è in realtà l’immaginaria ricostruzione storica della vita di un individuo. Se c’è qualcosa di meglio di un racconto nel racconto è l’esegesi del racconto nel racconto. Fantastico. Tra l’altro, si tratta anche di insegnare come funziona un’esegesi attraverso una storia di narrativa, e penso che la lettura critica di una fonte sia un cosa che serva molto insegnare alle nuove generazioni, ma anche alle vecchie.
    Ho fatto un papiro, taglio, mi studio ancora un po’ il blog e a risentirci! ^^

    1. Ciao Emmett. Finalmente ho risposto, almeno in minima parte, a questo tuo commento con il nuovo post, dedicato alla differenza tra simbolismo e allegoria nel fantasy. E’ solo il primo di una serie, ma spiego perché secondo me il fantasy dovrebbe tendere al simbolismo e non all’allegoria. Buona giornata!

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