I funerali di Fabrizio Frizzi, un tentativo di capire

È da quando ho letto la triste notizia della morte di Fabrizio Frizzi (momento che ricordo bene, alle 6:05 di mattina di quel lunedì dopo il quale si è consumato, televisivamente parlando, di tutto) che sto cercando di capire il perché di un simile investimento tele-emotivo da parte di moltissima gente. Non che non mi dispiaccia che se ne sia andata una persona chiaramente così differente da molte che si vedono in TV: buono, generoso, sempre con il sorriso, mai sgarbato, di Frizzi sono state dette queste e molte altre cose, e da parte mia sono sicuro che siano anche tutte vere, sebbene mi pare evidente che ancora una volta sia stato superato il segno e che ci si sia avvicinati a quella che è parsa una santificazione mediatica. E ogni volta che ho tentato di ridurre questo fenomeno (più che in altri casi di morti “mediatiche”) a un puro fatto di profittazione televisiva, il dubbio che non fosse solo questo si è comunque fatto avanti. Cerco di spiegarmi meglio.

Potrebbe essere un fatto, come dicevo, di profittazione televisiva.

Come di tutte le morti improvvise, soprattutto se di personaggi televisivi molto importanti, si fa un grande can can per ottenere più ascolti. E così tutti, dico proprio tutti, hanno mostrato lacrime e sbigottimento in TV che meglio di un reality. A conferma di questo, il tweet di Pupo che è apparso del tutto fuori coro rispetto al lacrimismo prevalente: ha parlato di ipocriti che ora piangono. Ma pensandoci bene, certamente ci sarà stato il solito mestiere di certa TV cronachista (soprattutto se nera), che va dietro la notizia del funerale e del dolore della gente, ma mi viene difficile pensare che i suoi colleghi fingessero tutti lacrime e dolore non provato. Perciò, sì, le televisioni ne avranno approfittato per fare notizia e aumentare l’audience, ma non può essere ridotto tutto a una lettura di questa fatta, e a una interpretazione immediata dell’ipocrisia televisiva.

Allora, mi sono detto, potrebbe essere il solito partecipare al dolore nell’era dei social,

dove ogni evento tragico acquista importanza perfino kitsch nella sua modalità di manifestarsi, basta che sia sufficientemente mediatico. Ed ecco che quindi ci si ritrova in milioni a commentare la “morte di un amico”, perché “entrava in casa mia ogni giorno”, e perché era “gentile, sempre con il sorriso”, e in fin dei conti “un uomo di altri tempi”. Tutte frasi che abbiamo sentito ripetere centinaia di volte, e che dimostrano soltanto come la cultura di massa riguardi anche (o forse soprattutto) il dolore e la produzione di sentimenti che – altrimenti – rifuggiremmo di corsa. Perché, diciamolo chiaramente, chi è che vuole avere a che fare con un funerale e la morte, chicchessia il soggetto che si è trovato in quella triste circostanza? Ma anche questa spiegazione non mi convince, non fosse altro per l’evidenza di poter esprimere anche a livello personale il dispiacere per una simile mancanza improvvisa, perché in fin dei conti, ritengo vere tutte quelle frasi, sebbene non le vada a dire in TV o non ritenga di dover partecipare per forza a un funerale di una persona che non conoscevo personalmente. E allora, la sensazione di familiarità provocata dall’informazione di massa non può nemmeno in questo caso essere unica spiegazione al fenomeno, che credo nasconda ben altro.

C’è una terza possibilità, mi sono detto, e cioè che mostrare il proprio dolore e affermarlo con questa presunta importanza da parte di migliaia o milioni di persone possa diventare

un tentativo di affrontare l’argomento morte,

proprio quello che – altrimenti – si farebbe di tutto per allontanare dalla propria mente, perché il cuore sta male al solo pensarci. E quindi, questi spettacoli televisivi (perché – lo ricordo – non sono altro che spettacoli televisivi, il cui risultato è uno share di audience) possono diventare l’evento che permette a una società ormai sempre più distante dall’accettazione della morte tout court di elaborare il lutto, o perché vissuto personalmente o perché personalmente temuto. Detto in altre parole, divengono occasione moderna di catarsi personale, che un tempo era provocata e gestita dalle tragedie in teatro o al cinema, o all’interno di un buon libro. Ma anche questa spiegazione è, secondo me, solo parziale.

In fin dei conti, penso che la risposta venga un po’ da tutte queste spiegazioni:

la morte di un conduttore noto come Fabrizio Frizzi, notoriamente buono perché palese, bontà oltretutto aumentata dallo venire a scoprire in un colpo solo che “segretamente” conduceva una vita a maggior misura coerente con l’immagine che di sé mostrava, ha mosso qualcosa dell’essere umano che alberga ancora negli spettatori televisivi. Sebbene il concetto di bontà sia qualcosa di opinabile e sul quale ci si debba sempre interrogare, perché sfido chiunque a dirmi cosa sia la bontà e, soprattutto, quando una persona possa essere definita senza ombra di dubbio “buona”, Frizzi richiamava davvero qualcosa di una tipologia di essere umano ormai poco evidente. Caso più unico che raro nel panorama dei media televisivi, l’uomo dal sorriso perenne ha mostrato ai più che esiste qualcosa che va al di là delle problematiche contingenti, dei dolori quotidiani e delle situazioni lavorative le più complicate, indicando in maniera simbolica tramite la propria presenza cordiale uno sfondo di riferimento ancora unificato, privo di incoerenza, all’interno del quale Frizzi poteva agire la propria coerenza personale, indipendentemente dal mondo in cui viveva. In parole più semplici, Frizzi è stato il miglior testimonial che è ancora possibile vivere come se si fosse già immersi in una eternità personale, che permette di affrontare perfino la malattia – e delle più serie possibili – come se non fosse la cosa più importante che sta capitando, perché la cosa più importante sta altrove, in un altrove non toccato dal tempo e dalla trasformazione della condizione umana. Penso che, in fin dei conti, ad aver tacitamente impressionato milioni di persone sia stato questo “non detto riferimento a uno sfondo di eternità”, che lo rendeva profondamente sereno nei confronti di sé e del mondo. Che i media non riescano a capire una simile profondità, e che ne colgano soltanto l’aspetto più superficiale, adatto a indurre stati emotivi profondamente alterati (ma compassionevoli) negli spettatori (sempre meno capaci di discernere tra ciò che è gratuito e ciò che è strumentale), utilizzando perfino le lacrime sincere di colleghi e amici che a lungo hanno lavorato con lui,  e che tutto ciò abbia concorso a farne un grande evento mediatico che ha un unico risultato in termini di (mi si perdoni l’apparente cinismo) prodotto: un grandissimo aumento di share, tutto questo è perfino pleonastico.


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