La cultura difficile ci farà uscire dalla caverna

c_4_articolo_2161473__imagegallery__imagegalleryitem_0_imageQualche tempo fa circolava in rete questa fotografia. Vi si vede Mark Zuckerberg (tutti sapete chi sia) mentre cammina in mezzo a una platea di persone connesse a una realtà virtuale, lui, invece, unico a vedere la realtà per ciò che è. Ovviamente mi ha fatto venire in mente il mito della caverna di Platone, tratto dalla Repubblica. Ecco cosa dice, al libro VII:

“[…] riguardo alla cultura e alla sua mancanza, immaginati la nostra condizione nel modo seguente. Pensa ad uomini in una caverna sotterranea, dotata di un’apertura verso la luce che occupi tutta la parete lunga. Essi vi stanno chiusi fin dall’infanzia, carichi di catene al collo e alle gambe che li costringono a rimanere lì e a guardare soltanto in avanti […] In alto, sopra di loro, brilla lontana una fiamma; tra questa e i prigionieri corre una strada in salita, lungo la quale è stato costruito un muretto, simile ai paraventi divisori al di sopra dei quali i saltimbanchi mostrano al pubblico i loro prodigi.

[…] Ecco dunque lungo quel muretto degli uomini che portano oggetti d’ogni sorta che sopravanzano il muretto, e immagini di uomini e di animali in pietra, in legno e in fogge d’ogni tipo. […] Pensi, in primo luogo, che di se stessi e dei compagni abbiano visto qualcos’altro se non le ombre proiettate dalla fiamma sulla parete della caverna di fronte a loro? […] E non si trovano nella stessa situazione riguardo agli oggetti che vengono fatti sfilare? […] Se dunque potessero parlare fra loro, non credi che considererebbero reali le immagini che vedono? […] E se la parete opposta della caverna rimandasse un’eco? Quando uno dei passanti si mettesse a parlare, non credi che essi attribuirebbero quelle parole alla sua ombra? […] Allora per tali uomini la realtà consisterebbe soltanto nelle ombre degli oggetti.”

Ecco, oggi fermiamoci qui e facciamo quest’operazione: proviamo a immaginare che quella caverna sia il mondo digitale con cui ormai abbiamo a che fare giornalmente. Meglio ancora: immaginate che quel mondo digitale sia perfino un contenitore di contenitori, senza la possibilità di cogliere il fondale ultimo della proiezione. Comunque sia: la caverna è il mondo digitalizzato.

L’apertura verso la luce è l’interfaccia che la digitalizzazione ha ormai frapposto tra noi e la realtà. È talmente pervasiva, che riesce a ingannare i nostri sensi fino al punto da sembrare ormai necessaria. Ancora peggio: ci sono i cosiddetti nativi digitali. Loro sono fin dall’infanzia immersi nella digitalizzazione. Le catene al collo e alle gambe sono non solo quasi metafora dei cavi – visibili o wi-fi – delle nostre device, ma le decisioni che qualcuno ha preso su tale mondo digitalizzato. Non siamo noi i reali giostrai di 0 e 1, ma qualcun altro. Vogliamo dire, per esempio, Zuckerberg? Diciamolo. Giusto per fare un esempio. Zuckerberg ha posto una fiamma – le sue sequenze di 0 e 1 – che proietta ombre sul muretto costruito lungo la salita. E che sia una salita, quella che percorriamo giorno dopo giorno, non vi è dubbio.

Gli oggetti d’ogni sorta che portano gli uomini lungo la salita, non sono forse gli oggetti che i demiurgi del mercato hanno deciso che noi dobbiamo portare? E non proiettano l’ombra che noi contribuiamo a scegliere per noi stessi (perché se non si fosse capito, quegli uomini in salita siamo noi) su quel muretto della caverna digitale (che, se si fosse capito ancora meno, è la nostra realtà di mercato, tutta intera) credendola reale? Facciamo attenzione: non vediamo ancora noi stessi; vediamo solo la nostra ombra, capace di oscurare le differenze interne alla nostra facoltà di decisione. Ciò che scegliamo per noi è in parte nostro e in parte (quanta?) di qualcun altro, capace di influire sulle nostre scelte senza che ce ne rendiamo conto fino in fondo.

Perfino le voci riecheggiano, anche quando sosteniamo discorsi con grande convinzione, e sembrano uscire dalle ombre, senza che possiamo più distinguere chi sia a emetterle. Cosa ci garantisce che quelle voci che siamo convinti essere nostre, non siano in realtà voci di qualcun altro? Vi ricorda qualcosa?

Bene, per oggi ci fermiamo qui. Ma tra un paio di giorni proseguiamo con questo parallelismo tra il mito della caverna e la nostra realtà (digitalizzata).

 

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