Voci e caratteri – Da Bachman a Odentorth

Il paragone forse non è dei più azzeccati, perché Richard Bachman è lo pseudonimo di Stephen King mentre Elior Odentorth è il fittizio curatore di Storia di Geshwa Olers. Ho voluto titolare il post in questo modo, però, per segnalare una sollecitazione cui pensavo già da tempo ma che sono riuscito a esplicitare solo leggendo l’introduzione di King alla versione inglese di The Long Walk, uno dei più bei romanzi targati Bachman (e assoluto precedente, insieme a The Running Man – ma mille volte più validi – di romanzi alla Hunger Games).

In essa, King sostiene quanto segue:

The importance of being Bachman was always the importance of finding a good voice and a valid point of view that were a little different from my own. Not really different; I am not schizo enough to believe that. But I do believe that there are tricks all of us use to change our perspectives and our perceptions – to see ourselves new by dressing up in different clothes and doing our hair in different styles – and that such tricks can be very useful, a way of revitalizing and refreshing old strategies for living life, observing life, and creating art.

Ecco il punto: un modo per rivitalizzare e rinfrescare vecchie strategie di vita, per osservare la vita e creare arte.

L’annotazione di King mi ha subito fatto saltare in mente quanto abbia desiderato offrire voci differenti all’interno della mia storia fantasy, in modo da fornire più materiale possibile e più punti di vista possibili sulla vita di Geshwa Olers, senza offrire un unico spunto o un’unica possibilità di lettura. In questo modo sono nati gli autori dei sette volumi: Nildon Lonstat, l’Anonimo Grodestiano, l’Oscuro Tearca, il Padre Pellegrino, il Figlio Devoto e il Rivelatore (questi ultimi tre altrimenti chiamati la Triade). Oltre a queste sono presenti anche altre voci, ovviamente, tra le quali – in alcuni brani – quella che deriva dalla testimonianza diretta di Geshwa Olers. Permettetemi di chiarire il carattere di ciascuna di queste voci.

Nildon Lonstat è, come dice anche Odentorth nella sua Nota iniziale, autore a volte scialbo, a volte sanguigno, di non scarsa capacità, anche se certo non alla pari degli autori degli altri volumi della saga. Il suo obiettivo è chiaramente quello di raccontare una favola, una storia delle origini della vicenda di Geshwa Olers che fosse il più mitizzata possibile: da qui il largo uso di un punto di vista fiabesco, spesso fanciullesco, una scrittura più semplice, un’attenzione maggiore ai sogni e alla energia tipica di un ragazzo ancora immaturo, che però si trova a dover affrontare di colpo la propria vita. La sua scrittura si rivitalizza e diventa particolarmente efficace nei brani per lui forse più appassionati: le descrizioni naturali e le emozioni di Geshwa, in modo particolare quando muore la madre.

L’Anonimo Grodestiano sembra uno scrittore più istituzionale. Il suo intento è quello di inserire Geshwa all’interno della vita del Regno di Grodestà, delle sue tradizioni e, per l’appunto, delle sue istituzioni, senza dimenticare e tralasciare le caratteristiche che gli permisero di farsi strada all’interno di un Esercito Reale ormai in decadenza: l’intelligenza e la furbizia, condite da un pizzico di fortuna. L’Anonimo Grodestiano si permette di giocare e scherzare, ha un gusto particolare per la descrizione delle creature magiche, delle quali ha riempito i due libri a lui riferiti (La faida dei Logontras e La battaglia di Passo Keleb) e sembra molto interessato per la maturazione di Geshwa in quanto uomo, anzi, direi di più: in quanto maschio che si riscopre sempre di più privato di un padre.

L’Oscuro Tearca è una voce tutta intrisa di spiritualità. Leggendo il suo volume si comprende come il suo intento fosse quello di gettare un primo ponte tra la Storia che riguarda Geshwa Olers e la spiritualità. Per farlo, sceglie di concentrare la sua attenzione sul personaggio che più di ogni altro gli permette di fornire i suoi taglienti (e impliciti) giudizi sulla magia, Nargolìan Asergnac, fraterno amico di Geshwa. In effetti l’Oscuro Tearca, che ha una scrittura veloce, priva di orpelli, spesso molto franca ed esplicita, ci ha fornito una… Storia di Nargolìan Asergnac. L’autore è fissato con gli antichi testi sacri e ha inserito nel suo volume una moltitudine di riferimenti alla struttura della magia e alle credenze religiose di Stedon che gli altri volumi non contengono.

La Triade. Per quanto riguarda la Triade, la storia è tutta diversa. Ho già detto altre volte come la voce di questi tre scrittori sia quasi identica tra tutti gli ultimi tre volumi, eppure vi sono delle differenze che riguardano soprattutto l’obiettivo dei singoli narratori. Sebbene il loro scopo principale fosse quello di fornire il punto di vista, per così dire, divino sulla vita di Geshwa Olers, il Padre Pellegrino pose l’accento sul rapporto paterno che Geshwa assunse nei confronti dei suoi compagni, infiltrando il quinto volume (I ghiacci di Passo Ceti) di immagini di paternità che rimandassero al rapporto di Eus con gli Uomini; il Figlio Devoto scrisse un volume nel quale la preoccupazione principale fosse quella di fornire agli occhi di tutti l’evoluzioni definitiva di Geshwa Olers secondo le antiche profezie, senza mancare di mettere in luce la problematicità del protagonista nei confronti del padre scomparso. Il Rivelatore, infine…

Beh, permettetemi di non Rivelarvi nulla, al riguardo. Scoprirete il perché di quel nome leggendo il settimo volume, per evitare di fare importanti e definitivi spoiler. Nel frattempo, preparatevi a leggere il sesto, La guerra dei Gelehor.


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