La scelta di un Papa

Quanto è accaduto ieri, 11 febbraio 2013, rimarrà nella storia. La scelta di Benedetto XVI di rimettere il suo mandato a partire dal 28 febbraio ore 20.00 è un fatto di una portata eccezionale, che probabilmente sfugge ai più. È certamente difficile per un cristiano comprenderne il senso di innovazione; quando più lo sarà per chi nella Chiesa non crede e non ne condivide prospettive, principi e orizzonti, oltre che pratiche e significati?

La sua decisione ha provocato un profluvio di reazioni da parte della gente comune, che in particolare attraverso i social network si è prodigata in insulti e lancio del letame, come membri di una qualche tribù di uomini primitivi. D’altronde, non tutti gli esseri umani – a quanto sembra – si sono innalzati dalla condizione di primati. Vorrei però soffermarmi sul senso di novità e stranezza che la sua decisione ha provocato.

Devo essere sincero: quando ho visto la notizia, praticamente uno o due minuti dopo che era stata diffusa dall’ANSA, sono rimasto molto colpito. Ho percepito immediatamente essere un qualcosa di enorme, anche se non ne ho compreso subito le conseguenze. Quelle sono venute dopo, con la ragione. Il primo pensiero che ha attraversato la mia mente è stato: ora ci sarà quel cambiamento che la stessa Chiesa attende da decenni. Non so come mai, ma ho fatto due più due secondo una direttiva ancora nascosta alla mia mente, e ne ho tratto delle conclusioni che, poi, ho visto essere le stesse di buona parte dei commentatori. In questo pensiero certamente rientrano le convinzioni che mi sono andato facendo negli anni di pontificato di Benedetto XVI, ovvero di come egli sia certamente un uomo coraggioso, che non ha avuto paura di combattere la Curia Romana e le sue fazioni e non ha temuto di tentare un riavvicinamento con i fratelli cristiani separati. E questo dovrebbe essere già di per sé un motivo per elogiare questo Papa, non per criticarlo come invece hanno fatto moltissimi, spesso senza nemmeno sapere cosa stesse facendo e il significato delle sue decisioni. Ma ciò che è stato per me più determinante arriva dalle sue nette posizioni nei confronti di tematiche la cui discussione anche in seno alla Chiesa non può più essere rimandata: bioetica, morale sessuale, approccio sociale, apertura alla cultura del mondo.

La mia reazione iniziale, quel pensiero “ora ci sarà il cambiamento” deriva proprio dall’aver associato a Ratzinger i passi indietro che nell’opinione comune (e talvolta anche nella mia) la Chiesa ha fatto su questi temi, influenzando soprattutto la società italiana, la gente comune.

A ben vedere, però, il gesto di Papa Benedetto XVI non può essere ridotto a ciò che molti commentatori (stavolta meno accorti) si sono sbrigati a dire: il Papa lascia perché è stanco, perché è vecchio, perché nasconde qualcosa o perché si è accorto del fallimento. No, lettura troppo semplice e, secondo me, sbagliata.

Lasciando il soglio pontificio, lui ancora in vita, il Papa sceglie di lanciare alla Chiesa e non solo il messaggio più forte che si potesse immaginare. In buona sostanza il suo messaggio è stato: lascio perché in questi ultimi mesi mi sono venute meno le forze necessarie ad affrontare il rinnovamento di cui la Chiesa ha bisogno in conseguenza del rapido mutamento della società. Un concetto più forte di questo era difficile immaginarlo, soprattutto se pensato in rapporto all’immagine che ci eravamo abituati ad attribuire a Ratzinger. Di lui è stato detto di tutto, e forse si è trovato a concentrare su di sé gli odi spesso immotivati di molta gente. In questo modo, invece, è stato capace di dimostrare il grande amore che prova per la Chiesa. Ricordiamocelo ancora una volta: la Chiesa non sono le istituzioni; la Chiesa sono i battezzati. Questo suo gesto d’amore va a favore di tutti i cristiani.

Non solo. Questo gesto, se verrà seguito da un reale cambiamento che – stavolta sì – spetterà ai vertici affrontare, riportandosi al livello della società che ormai è corsa in avanti (come amerebbe dire King), sarà capace di influire come nessun altro su tutto l’Occidente. Forse perfino sull’umanità.

Posso sostenere questo concetto sulla base di alcuni semplici dati. Innanzitutto la considerazione nella quale sono ancora tenuti la Chiesa di Roma e il suo Vescovo. La notizia riportata dall’ANSA (e al riguardo ci sarebbe molto da dire, soprattutto in relazione alla giornalista Giovanna Chirri, una delle poche persone presenti al Concistoro in cui il Papa ha dato l’annuncio – erano in cinque – ed esempio di quali opportunità possa dare l’impegno personale nel proprio lavoro, con una formazione classica ormai considerata superata che invece le ha dato la possibilità di capire il latino dell’annuncio, e con una ostinazione a considerare il proprio lavoro come lavoro sul campo, non dietro un computer) ha fatto il giro del mondo, divenendo la prima notizia di tutti i giornali e telegiornali mondiali, nell’arco di circa 100 secondi. Viene già considerata la notizia del secolo. Inoltre, ogni volta che il Papa se ne veniva fuori con una delle sue “definizioni” considerate retrograde, il mondo intero gli si accaniva contro.

Io ho sempre saputo che quando una persona dà contro a una mia affermazione, è perché mi ritiene voce per lei significativa. Il Papa e ciò che egli esprime in quanto pastore della cristianità non ha mai smesso di essere punto di riferimento per tutti. Non solo per i cattolici. Non solo per i cristiani. Non solo per gli occidentali. Anche per il resto del mondo. Devo ricordare ciò che è accaduto ai funerali di Giovanni Paolo II? Non abbiamo visto immagini che sembravano  fantascienza? La verità è che tutti, ciascuno per il suo motivo, guarda alla Chiesa di Roma, prendendo posizione in un modo o nell’altro. C’è da chiedersi, dunque, quale potrà essere l’influsso sulla società civile di tutto il mondo di un cambiamento di posizioni o di aperture da parte della Chiesa su quelli che vengono ritenuti temi scottanti.

Solo verso sera mi sono reso conto, però, di ciò che ha provocato dentro di me questa decisione del Papa, al di là di ogni considerazione logica. Smarrimento. Disorientamento. Che cosa accadrà, adesso? Questo è ciò che mi sono domandato. Ho avuto come l’impressione che i lupi nascosti nell’oscurità sono sempre pronti ad attaccare, proprio quando la Chiesa mostra anche le sue fragilità. Certo, la debolezza è per il cristiano il momento in cui Cristo sorregge, e perciò non è possibile venir sopraffatti, ma sarei insincero se dicessi che ora sono tranquillo.

No, non lo sono. Ancora una volta il padre che presiede nella carità le chiese sorelle (cioè il Papa) è venuto meno, come già otto anni fa, e la speranza del cambiamento è grande. Questa particolare sensazione interiore si è riflettuta perfino in ciò che scrivo: alle prese con il quinto volume delle Sette case, un romanzo breve intitolato Il diavolo di Tourette, la trama, che segue le giornate di questo scorcio di calendario con Big Snow e tutto il resto, ha subito un cambiamento improvviso. Il protagonista ha colto questa sterzata improvvisa nel mondo della politica internazionale e della spiritualità con una decisione che non avevo minimamente pensato. Vita e romanzi vanno sempre di pari passo, sia per l’autore che per i suoi protagonisti.


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