1978 – L’ombra dello scorpione

L’OMBRA DELLO SCORPIONE

ISBN: 88-452-4600-0

Trama. “Quali possono essere le conseguenze di un errore di laboratorio? La fine del mondo, ovviamente. Il virus denominato Captain Trips, elaborato dagli scienziati sul modello di quello influenzale, sfugge al controllo e si diffonde con rapidità micidiale. Solo pochi uomini sopravvivono.

Un giorno (anzi, una notte) c’è chi inizia a fare strani sogni, dove ci sono personaggi sinistri che attraggono con richiami discreti e irresistibili. L’uomo senza volto, Randall Flag, e Mother Abagail, li invitano a seguirli e a riordinare ciò che rimane della società secondo modelli rinnovati. Attraverso un ricco campionario di protagonisti, buoni e cattivi, e tramite 900 pagine di narrazione, Stephen King mette in campo l’eterna lotta tra bene e male, con la prospettiva che questa sia la battaglia definitiva.”

Affrontare un’opera come L’ombra dello scorpione è difficile e mette a dura prova chiunque voglia parlarne senza rifarsi ai soliti luoghi comuni. Lotta tra bene e male in primis, abusato cliché fantasy, diventa nel romanzo di Stephen King motivo d’intreccio a più livelli.

Diviso in tre parti, l’inizio della storia è minuzioso e coinvolgente, com’è nello stile quasi perfetto di King. La prima parte, intitolata Captain Trips, si sofferma sull’espandersi di un’epidemia sfuggita dal laboratorio. Di portatore in portatore, l’autore ci descrive il primo originario espandersi del virus, che nel gergo del romanzo viene chiamato Capitan Trips. Lo sterminio è pressoché totale e, anche se non viene detto esplicitamente, si può immaginare che il contagio arrivi in tutto il mondo. Qui si parla solo del Nord America, con l’abitudine del tutto statunitense di pensare che quando si dice America si dica “mondo”.

La seconda parte, Sul confine, vede l’entrata in campo del sovrannaturale, con il trasferimento del racconto dall’ambito puramente sociologico-scientifico a quello della realtà ulteriore. Basti un brano (tratto da pag. 347 dell’edizione indicata) per comprendere di cosa si tratta:

Quella notte Nick sognò l’uomo senza volto ritto in cima al tetto, le mani tese verso est, e poi il granturco, granturco più alto di lui, e il suono della musica. Solo che questa volta sapeva che si trattava di musica e questa volta sapeva che a suonare era una chitarra. Si svegliò che era quasi l’alba, con la vescica piena e dolente, e le parole di lei che gli echeggiavano nelle orecchie: Mother Abagail mi chiamano… vieni a trovarmi quando ti pare.

Eccoci qui, con tutto ciò di cui c’è bisogno affinché la storia si sviluppi verso l’epica. Il sogno, nel quale la realtà si fa viva in tutta la sua profondità; l’uomo senza volto, chiamato anche “l’uomo che cammina”, ovvero Randall Flag; Mother Abagail, che attende senza forzare e canta; la vescica piena e dolente. Non ci si stupisca se inserisco nella lista anche quest’ultimo particolare: non è affatto fuori luogo. Infatti, la necessità è al centro del romanzo, una necessità umana che comprende tutto. Beni alimentari, medicine, compagnia, sicurezza, relazioni. Il virus rende i sopravvissuti consapevoli di ciò che è veramente importante, ed è a partire da questa situazione di bisogno primario non soddisfatto che si acuiscono i sogni, attraverso i quali le persone rimaste (in Nord-America) vengono attratte progressivamente secondo la natura del loro animo.

Randall Flag costituisce il polo negativo (sì, quel Randall Flag di cui parla La Torre Nera, il miglior villain letterario degli ultimi decenni). Nel romanzo sono contenute varie comprensioni di ordine “metafisico” del fenomeno Randall Flag, ma in fin dei conti si capisce bene cosa rappresenta: Satana. Tant’è vero che Mother Abagail, che gli si contrappone, è una sorta di profetessa dell’Antico Testamento, guidata dal Dio cristiano. A differenza di Flag, lei non obbliga a far nulla, semplicemente attrae. Se Flag instaura poco alla volta un ordine fatto di imposizione violenta, di obbligo e di promesse fuori misura, Mother Abagail affascina, non è coercitiva e, soprattutto, non dà alcuna certezza. Solo la speranza.

Nel modo in cui Randall Flag e Mother Abagail attraggono verso poli opposti, si potrebbe vedere l’impianto naturalista che permea in buona parte la visuale di Stephen King. Il suo naturalismo (di cui parla approfonditamente Heidi Strengell nel suo bel Dissecting Stephen King – From the Gothic to Literary Naturalism, 2005) diventa la condizione sine qua non per far emergere il sovrannaturale. Una volta che ho messo in tavola tutti gli elementi naturali e deterministici della vita, sembra dire King, ti faccio vedere dove si infila tutto ciò che non si può controllare e da dove nascono le nostre paure.

La tensione tra determinismo e libero arbitrio in King è sempre molto forte. Da questo punto di vista, il modo di trattare la materia nel romanzo riproduce alla perfezione il contrasto nel quale ogni essere umano ha sempre vissuto. L’orrore nasce dalla visione deterministica del mondo e dal suo naturalismo letterario. In fin dei conti, non è proprio il desiderio di Satana quello di farci credere che ci sia chi ha già deciso per noi, permettendo alla nostra coscienza, sempre in bilico sul baratro del dubbio, di cadere in una depressione dell’anima? Esattamente queste sono le domande e le paure che coinvolgono i protagonisti di L’ombra dello scorpione.

La terza parte è intitolata La resistenza, e mette in scena – ancora una volta – l’inevitabile. I sopravvissuti hanno raggiunto chi li attraeva in sogno. Chi ha raggiunto Randall Flag è ovviamente feccia del mondo, e crea a Las Vegas una società fatta di sopruso e violenza, nella quale l’unico limite riconosciuto è lui, “l’uomo senza volto”. Chi, invece, ha seguito il suono della chitarra e Mother Abagail, arriva a Boulder per rendersi conto che c’è ancora tutto da fare, c’è ancora da combattere, c’è da sperare e impegnarsi personalmente affinché il diavolo non costituisca più una minaccia per questo mondo. Tutta la terza parte è attraversata da questa tensione per lo scontro, perché Las Vegas vuole far fuori l’enclave di bene, che si è data una forma democratica per poter sopravvivere nel caos generale.

Alla fine la bomba atomica è pronta, tra i buoni si nascondono dei traditori, Satana si sta preparando a vincere definitivamente. Cosa può portare alla vittoria del bene? Leggete il romanzo fino all’ultima delle sue 900 e passa pagine. Ne vale la pena e non vi scorderete più di una delle più belle storie del “re del brivido”.

Postilla sui personaggi. I personaggi sono indimenticabili. Soffermarsi qui su tutti, o anche solo su uno di essi, è impossibile, e correrei il rischio di trascurarne di importanti. Dirò solo una cosa: quando si finisce il romanzo si rimane con l’amaro in bocca, perché ci si è affezionati così tanto ad alcuni di essi, che l’impressione conseguente alla loro perdita è di vivere il lutto per degli amici. Questo è quanto è accaduto a me nell’estate in cui lo lessi.

Tuttavia, mi sia permesso fornire la mia chiave di lettura circa la funzione dei personaggi. Stephen King risponde alla questione che sollevavo, riguardante la tensione tra determinismo e libero arbitrio, proprio tramite i personaggi che mette in scena. Il libero arbitrio si agisce nella volontà instancabile di dimostrare dove sta il bene, al costo della propria vita. Ma sappiamo bene che di queste cose è sempre difficile parlare senza correre il rischio di risultare poco convincenti o troppo teorici. Non posso fare altro che invitarvi a leggere L’ombra dello scorpione. Zio Steve e il suo racconto penseranno ad accompagnarvi per mano fino alla fine del mondo e a farvi entrare nel mondo che verrà.


7 risposte a "1978 – L’ombra dello scorpione"

  1. Più che i luoghi comuni, la dura prova è da dove cominciare, dato che di spunti interessanti ne ha parecchi 🙂
    Una delle frasi che mi ha colpito di più è questa : “L’amore non cresce bene in un posto dove c’è solo paura”.
    Il romanzo di King è davvero profondo, capace di mostrare il lati oscuri e luminosi degli uomini, di criticare aspramente il costrutto che è la società perchè “L’uomo può essere stato fatto a immagine di Dio, ma la società umana è stata fatta a immagine del Suo opposto”. Ed è questo che i seguaci di Flagg cercano: il controllo, qualcuno che dica loro cosa fare piuttosto che essere respnsabili, pensare con la loro testa. Più che feccia, sono individui pieni di paura e pertanto vuoti di qualsiasi altro sentimento, che si piegano solo a chi gli fa provare la paura più grande. Quello che istituzioni di ogni genere hanno sempre fanno nella storia: fare leva sulla paura. E facendo leva su si essa “per ogni cane, il giorno buono arriva, prima o poi”.
    Un romanzo illuminante: lettura caldamente consigliata.

  2. Bell’intervento, Mirco. Lo condivido appieno! Sarebbe molto interessante sviluppare una riflessione sulla frase che citi: “L’uomo può essere stato fatto a immagine di Dio, ma la società umana è stata fatta a immagine del Suo opposto”. Ci sono secoli di filosofia, dentro.
    E per l’uomo d’oggi (specialmente italiano) è molto significativa.

  3. Grazie 🙂
    Ti riporto la riflessione che ho fatto tempo fa prendendo spunto dalla frase che citi.
    “E’ questo il destino della razza umana. Socievolezza. Sai che cosa ci insegna la sociologia a proposito della razza umana? Te poche parole. Mostrami un uomo o una donna soli e io ti mostrerò un santo o una santa. Dammene due e quelli si innamoreranno. Dammene tre e quelli inventeranno quella cosa affascinante che chiamiamo «società”. Quattro ed edificheranno una piramide. Cinque e uno lo metteranno fuori legge. Dammene sei e reinventeranno il pregiudizio. Dammene sette e in sette anni reinventeranno la guerra. L’uomo può essere stato fatto a immagine di Dio, ma la società umana è stata fatta a immagine del Suo opposto. E cerca sempre di ritornare.

    E’ questo che fa la società?
    Sì.
    Non è quel costrutto così bello e utile che si crede. Anzi, osservando meglio è più il danno che l’utile che ha fatto nel corso della storia. La civiltà con la sua natura civilizzatrice ha realizzato distruzioni e scissioni, sia tra i popoli, sia nell’animo delle persone. E’ il virus che crea la malattia portatrice di tanta devastazione.
    Basta guardare nel piccolo per accorgersene.
    Un’amica un giorno mi disse: “Vorrei sapere chi è quel deficiente che è contento di andare al lavoro.”
    Una frase all’apparenza banale, ma che rivela una cosa: la mancanza di gioia, di felicità, solo un andare avanti perché costretti, perché così dice la maggioranza, perché si deve sopravvivere, ma non si vede l’ora che il tempo passi e ce ne si possa andare via dal posto di lavoro, un vivere in un’attesa proiettata verso la fine dei compiti, verso la liberazione da catene che obbligano e restringono.
    Attenzione, non è una critica verso il lavoro, il fare le cose; non è un’esaltazione del non fare nulla, perché dall’inattività, dalla noia possono scaturire cose dannose quanto l’essere costantemente sulla corda, essere spinti sempre all’estremo dello sforzo: il ristagnare dell’energia porta fobie, ossessioni, depressioni e altri elementi poco piacevoli.
    E’ una critica su come si fa lavorare (basta guardare la storia della formica).
    Che cosa siamo diventati? Come siamo arrivati a questo?
    Follia.
    E Stephen King l’ha capito molto bene e ha voluto farlo comprendere a tutti coloro che hanno voluto leggerlo, per avvisarli, metterli in guardia, dare quel barlume di consapevolezza per fermare la macchina creata dall’uomo prima che balzi nel burrone.”

  4. E’ un punto di vista, come ce ne possono essere altri. Personalmente credo nel meccanismo buono alla partenza, ma che si guasta strada facendo, proprio perché l’Oppositore è sempre all’opera e gioca sull’insoddisfazione della gente, pronta a esagerare per ottenere il proprio interesse. Anzi, proprio l’esagerazione e il travalicamento del limite sono fonte di buona parte dell’horror. L’autore horror, come dice il nostro amato Re, è un agente dello status quo, proprio perché mostra cosa accade una volta oltrepassato il limite.
    Personalmente sto progettando un romanzo horror conclusivo su Verulengo, quando la cittadina oltrepasserà la soglia fatidica dei 2500 abitanti, oltre la quale scatta quel meccanismo di oscura origine che fa sì che si scateni il disastro. Horror allo stato puro e follia collettiva, che però si andranno a unire a una causa scatenante, posta al di fuori della definibilità umana, e alla volontà del “di più” insita dentro l’uomo.
    Credo che mi divertirò non poco 😀

  5. Certo che con quello che si sente per tv e si legge nei giornali, con una follia così dilagante, non so se lo scrittore possa definirsi di genere horror o invece sia un semplice cronista della realtà.
    Comunque sì, l’orrore è il travalicare un limite, rompere un equilibrio.

  6. Ci sarà pure un motivo se l’horror diventa sempre più psicologico e meno “mostruoso”, no? I romanzi horror si trasformano sempre più in thriller psicologici con componente soprannaturale, anche quelli di King.

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